«I
malati non sono più visti come portatori di morte»
« Le terapie aggiungono anni di vita: l'infezione
è considerata una patologia cronica»
ROMA - Come ha cambiato il mondo l'Aids? Ma, soprattutto,
com'è mutato l'atteggiamento verso i malati,
da quei primi anni in cui si parlava di "peste
del Duemila"? «Non sono più visti
come portatori di morte», risponde Stefano Vella,
virologo dell'Istituto Superiore di Sanità e
past president dell'International Aids Society.
Così, dottor Vella, si ha meno paura?
«Oggi, grazie alle terapie
che aggiungono anni di vita, l'infezione da Hiv si percepisce
come una malattia cronica».
Si è imparato a distinguere
tra malato e sieropositivo?
«Ancora no. Molti non fanno
differenza tra sieropositivo, ovvero chi è venuto
a contatto con il virus, e malato, condizione per la
quale occorrono dieci anni o più. I tempi di
incubazione sono dilatati, variano da persona a persona,
da cinque a quindici anni. E, senza dubbio, le terapie
contribuiscono ad allungarli, a patto che si faccia
il test: tante persone, infatti, scoprono di aver contratto
il virus quando ormai l'infezione è avanzata.
Inoltre, è possibile che dalla sieropositività
non si passi alla malattia».
Il vecchio slogan "Aids, se
lo conosci, lo eviti" ha fatto breccia nella coscienza
collettiva?
«Non troppo. Conoscenza
e informazione, come abbiamo visto per il fumo, da sole
non bastano: cambiare i comportamenti è un passaggio
difficile. Purtroppo, molti sono ancora convinti che
se non si appartiene alle due categorie "storiche",
omosessuali e tossicodipendenti, non si corrano troppi
pericoli. In realtà, il fatto che siano aumentate
le infezioni tra gli eterosessuali fa capire quanto
sia sbagliato crederlo».
Che cosa pensa dell'ipotesi di
un registro sieropositivi?
«Sarebbe un osservatorio
sulle nuove infezioni, così come quello sui nuovi
casi di Aids. Penso sia utile e la ragione è
semplice. L'Aids è una patologia che si manifesta
molti anni dopo il contagio e di cui, per conseguenza,
si viene a conoscenza molto più tardi rispetto
all'infezione. Non ci possiamo basare sui casi di Aids
conclamata per mettere in atto valide strategie di prevenzione,
perchè sono lo specchio di qualcosa avvenuta
dieci o quindici anni prima. Allora si infettarono tossicodipendenti
e omosessuali, ma per chi si infetta oggi, quale sarà
l'evoluzione? Dobbiamo attendere altri dieci o quindici
anni per saperlo? L'Aids è la fine della storia,
per comprenderla dovremmo poterla leggere dall'inizio».
Un po' come guardare una stella,
la cui luce si è spenta milioni di anni fa?
«Non è male come
esempio. Noi abbiamo delle luci che vediamo oggi, ma
che sono il risultato di storie passate. Solo oggi,
per esempio, in base ai dati sulla malattia conclamata,
sappiamo che dal `92 l'infezione aveva incominciato
a colpire anche gli eterosessuali».
Dopo l'Africa, la nuova emergenza
riguarda l'Asia.
«Dapprima l'India, ora
la Cina, la Russia e il Sud Est asiatico stanno vedendo
una spaventosa crescita dell'infezione. Se non si ferma,
la previsione per il 2020 è di 270 milioni di
infettati nel mondo».
Per evitare che la malattia sia
un business, perchè di Aids tanta gente muore
e tanta "ci campa", molti pensano, come Amnesty
International, che la lotta al virus si vinca combattendo
l'emarginazione. Un'utopia?
«No. E' lotta all'emarginazione
della donna che, soprattutto nel Sud del mondo non ha
strumenti per difendersi dai maschi non avvezzi all'uso
del preservativo, ed è lotta all'emarginazione
dei paesi poveri. Credo che l'Aids diventerà
il cuneo per aprire un varco e spezzare l' intollerabile
disparità, soprattutto per quanto riguarda la
salute».
Un mezzo per capire che se la Terra
si ammala in una sua parte, presto il male si estenderà
ovunque?
«Sì. E potrebbe
essere l'Aids ad aprire gli occhi a tutti».
LA STAMPA 2/12/2002
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