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Si riteneva
di averla sconfitta. Invece i casi sono in costante
aumento. Alle origini del fenomeno c'è la ripresa
di comportamenti a rischio. E un calo di attenzione
dei medici, che non sanno più riconoscerla
Quattro mesi di calvario. Dall'incubazione ai sintomi
con disturbi vaghi: febbre, dolori articolari e muscolari,
senso di affaticamento, linfonodi palpabili indolori
e alterazioni cutanee. Non ci aveva badato granché
Andrea G., 50 anni, con abitudini sessuali disinvolte,
alla lesione perianale. Non la collegava senz'altro
ai suoi diversi malanni. Si sottopose a una sfilza di
esami e visite specialistiche. Gli venne fatta una biopsia
per scartare l'ipotesi di un tumore anale. Poi, un valore
fuori dalla norma delle transaminasi fece supporre un
problema epatico. Gli fu praticata un'altra biopsia,
questa volta al fegato. In realtà, il germe della
sifilide, il Treponema pallidum, si era ormai diffuso
ai suoi organi interni ed era in atto un'epatite sifilitica.
Un semplice esame sierologico, versione moderna della
vecchia Wassermann, chiarì infine cosa avesse
davvero.
Cinque secoli dopo aver devastato il Vecchio continente,
la sifilide, malattia sessualmente trasmessa, ubiquitaria
e tuttora molto diffusa nei paesi emergenti, fa il suo
ritorno nel mondo occidentale, specie nelle grandi città.
A partire dagli anni 50, grazie alle terapie intensive
con la penicillina, si pensava di averla eradicata.
Non è stato così. L'idea di poter debellare
le malattie infettive è un'utopia sanitaria.
È così per la lue venerea o sifilide che,
relegata nei tomi di storia della medicina, riemerge,
e i medici, come dimostra il calvario passato da Andrea
G. per una diagnosi, hanno disimparato a riconoscerne
le stigmate cliniche. Le tipiche lesioni tondeggianti
della cute o delle mucose, nel punto di inoculo del
germe patogeno, non sembrano più far parte della
memoria e dell'esperienza professionale di un medico.
In Italia, tra il 1954 e il 2001, c'erano stati due
picchi di casi di infezione, uno nel 1960, due anni
dopo la legge Merlin e la fine delle case chiuse, e
l'altro nel 1984, conseguente alla maggiore libertà
di costumi sessuali. «Poi la paura dell'aids fece
registrare un calo dei casi di sifilide. Con il timore
del contagio scattò l'allerta che spinse a evitare
i comportamenti sessuali a rischio e ad aumentare le
precauzioni» spiega Marco Cusini, responsabile
del Centro malattie trasmesse sessualmente all'Ospedale
Maggiore di Milano. La situazione rimase per qualche
tempo stabile. Poi, alla fine degli anni '90, un altro
ritorno. L'allarme partì prima negli Usa. «Da
noi, come in altri paesi europei (Francia, Germania,
Olanda, Svizzera e Inghilterra), l'incremento della
sifilide lo si è visto più tardi, nel
2001.
E non ha nulla a che vedere con l'esplosione di casi
nel '92-93 nell'ex Unione Sovietica e nei paesi dell'Est,
parallela a quelli di aids: dovuta a una maggiore libertà
sessuale e alla scomparsa di controlli sanitari obbligatori»
dice Barbara Suligoi, direttore del Centro operativo
aids all'Istituto superiore della sanità (Iss),
dove dal 1990 funziona un sistema di sorveglianza per
le malattie trasmesse sessualmente cui fanno riferimento
una cinquantina di centri specializzati. Si stima che
ogni anno il numero di infezioni trasmesse per via sessuale
(anche non diagnosticate) sia in Italia nell'ordine
di qualche milione.
«Solo per sifilide e gonorrea c'è in Italia
la notifica obbligatoria, ma molti casi sfuggono al
controllo: i medici stessi non li segnalano e i malati
si fanno curare in strutture private. Nonostante ciò,
i dati da noi raccolti dicono che la sifilide è
in aumento» prosegue Suligoi. Tra il 2000 e il
2001 il servizio dell'Iss ha registrato un incremento
del 92 per cento di casi, con un altro aumento del 42
per cento nel 2002. Anche se il ritorno della sifilide
inquieta, e invita a una maggiore vigilanza da parte
dei medici, non rappresenta una minaccia per tutta la
popolazione sessualmente attiva dei paesi occidentali,
sostengono gli esperti, che consigliano però
cautela.
Un lavoro inglese ha rivelato che dal 5 al 25 per cento
di chi viaggia ha rapporti occasionali e il 10-20 per
cento di questi non sono protetti. «I viaggi sono
tra i primi fattori di diffusione di malattie a trasmissione
sessuale. Emerge anche dai dati raccolti in Gran Bretagna
e Svezia, i più aggiornati in Europa: circa l'80
per cento dei nuovi casi di sifilide e gonorrea si contraggono
durante vacanze all'estero» spiega Giampiero Carosi,
direttore della cattedra per malattie infettive e tropicali
dell'Università di Brescia. Negli Usa il fenomeno
riguarda soprattutto i gay: uomini che fanno sesso con
uomini, come si preferisce dire. Da noi a presentarsi
alle strutture, precisa Carosi, sono soprattutto ragazzi
alle prime esperienze sessuali che non hanno vissuto
le campagne di prevenzione contro l'aids degli anni
più critici. Numerosi sono anche gli omosessuali,
i sieropositivi, i bisex con rapporti plurimi. E non
è escluso che crescano anche gli etero tra i
quali le infezioni da hiv sono in aumento.
«Il ritorno di questa patologia preoccupa perché
rappresenta il sintomo di una ripresa di comportamenti
sessuali a rischio. Per fortuna la terapia antibiotica
con penicillina non ha perso la sua efficacia: per questo
una diagnosi tempestiva è importante. E impedisce,
tra l'altro, la trasmissione involontaria dell'infezione
al partner» aggiunge Cusini, al cui centro afferiscono
6 mila persone l'anno, e dove si è passati dai
35 casi di sifilide del '99 ai 237 del 2003: l'85 per
cento omosessuali e un 30 per cento sieropositivi. Uno
su dieci scopre di essere infetto dall'hiv, il virus
dell'aids, nel momento in cui contrae una malattia sessualmente
trasmessa e fa un controllo.
Tratto da “Panorama” del
26/08/04
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