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| "Sangue di sieropositivi
usato per le trasfusioni" |

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I volontari
denunciano: false le dichiarazioni di alcuni donatori.
L´allarme dell´Avis: i pazienti potrebbero
avere contratto l´infezione.
Donatori di sangue hanno nascosto di essere a rischio
Aids ed epatite, mettendo in pericolo la salute dei
riceventi. L´allarme arriva dal Corriere Avis:
a pagina 5, un articolo-appello firmato dal responsabile
dell´Unità di raccolta, il dottor Igino
Arboatti, denuncia: "Nonostante l´invito
più volte rivolto a tutti i volontari perché
rispondano in modo sincero alle domande del questionario
consegnato al momento dell´accettazione, non tutti
i donatori hanno compreso l´importanza di questa
esortazione". E, poche righe dopo, la notizia allarmante:
"Nel 2001 tre donatori sono risultati sieropositivi
per l´Hiv in occasione della donazione. Pochi
giorni fa (nel 2002, n.d.r.) un altro donatore è
stato ricoverato per accertamenti, perché positivo
al test per l´Aids, sebbene risultasse negativo
in occasione dell´ultima donazione effettuata
pochi mesi prima". Il problema è che, "in
tutti i casi le risposte date alle domande del questionario
risultavano negative per quanto riguardava i rapporti
sessuali a rischio, malgrado il colloquio effettuato
dopo il riscontro della sieropositività abbia
evidenziato invece che in due casi si trattava di omosessuali,
un altro era un cliente di prostitute, il quarto caso
era una persona che aveva frequenti cambi di partners".
Immediate le reazioni di paura, tra chi ha ricevuto
e letto quell´articolo. La vicenda descritta nelle
tre colonne a tutta pagina del Corriere Avis è
destinata ad alimentare lo stesso timore creato dalla
drammatica storia di Rita Borrelli, la donna napoletana
che si è ammalata di tumore dopo il trapianto
di un fegato non sano. E - peggio ancora - richiama
alla mente lo scandalo dei politrasfusi infettati da
emoderivati di importazione per i quali negli Anni Ottanta
(in mancanza di una legge specifica) non erano stati
fatti controlli in entrata nel nostro Paese. Da sempre,
l´Avis ripete che "il sangue raccolto è
controllato" e quello donato "è sicuro".
L´articolo del dottor Arboatti, sembrerebbe invece
dire il contrario: "E´ ora necessario - si
legge ancora sul giornale dei donatori - contattare
il paziente che ha ricevuto il sangue a rischio e sottoporlo
a controllo, con la speranza che non sia contagiato".
"Se questo fosse avvenuto - conclude il dottor
Arboatti - il problema potrebbe essere serio, anche
per il donatore, perché avrebbe taciuto su determinati
comportamenti, con conseguenti possibili implicazioni
legali". A Torino e in Italia circola dunque sangue
infetto? Al di là delle "possibili implicazioni
legali per chi ha nascosto di essere una persona a rischio",
quanto accaduto rivelerebbe che i metodi utilizzati
per analizzare le sacche di sangue non sono sufficienti.
"In occasione di ogni donazione - è spiegato
anche sul Corriere Avis - vengono controllati i marcatori
virali per l´Aids, per le epatiti B e C, e viene
effettuata la sierodiagnosi per la sifilide. Esiste
però un lasso di tempo, detto "fase finestra",
che intercorre dal momento del contagio a quello in
cui il laboratorio permette l´identificazione
dell´agente infettante". L´ultimo dei
quattro casi denunciati dal dottor Arboatti è
stato scoperto grazie ai medici dell´Amedeo di
Savoia. Dopo aver diagnosticato l´Aids a un uomo
che si era sottoposto al test dell´Hiv in seguito
a problemi di salute, i medici dell´ospedale per
malattie infettive hanno comunicato all´Avis che
quel paziente affetto da Hiv era un donatore abituale.
Quell´uomo che ha mentito sul questionario ha
fatto una ventina di donazioni.
Marco Accostato
Da La Stampa del 12/09/02 - Cronaca
di Torino
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Cerchiamo di imparare tutti ad inquadrare
il problema |
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Donare sangue significa mettersi
a disposizione degli altri. Le associazioni omosessuali,
così come le associazioni per le donazioni del
sangue, hanno sempre sottolineato questo aspetto del
donare. Donare sangue non è e non deve essere
un modo per tenersi sotto controllo: per questo esistono
centri specializzati (a Torino l'Amedeo di Savoia) in
cui è possibile fare test per l'HIV in maniera
anonima e gratuita (nell'attesa che Sirchia o il nostro
assessore D'Ambrosio non decidano che anche questa agevolazione
non tocchi troppo le tasche delle nostra amministrazioni
regionali). Detto questo, mi sembra ovvio che rispondere
in maniera onesta alle domande dei questionari (siano
questi sottoposti dall'AVIS o da qualsiasi altra organizzazione
per la raccolta di sangue) sia una responsabilità
che tocca la coscienza di ogni singolo.
Ma eccoci pronti ad additare alcune categorie non appena
si verifica un incidente: omosessuali, clienti di prostitute
e persone promiscue. Il problema sono loro, se tu sei
uno di questi, od uno delle altre "categorie"
di maledetti, pronti a fregare il mondo perché
donare sangue "fa figo" (?!), allora sei per
principio uno che racconta balle. Quindi ecco il Dr.
Arboatti, come citato nell'articolo de La Stampa indicare
come causa della donazione pericolosa realizzata il
fatto che nei casi accertati di donazione contagiata
si tratti di due omosessuali, uno che va a puttane,
uno che si diverte in giro. Credo che queste persone
se hanno davvero mentito nel questionario, come l'articolo
dice, debbano rispondere della loro inappropriata non
curanza di quello che dicevano, ma il problema non è
quello che hanno taciuto il loro comportamento, ma che
hanno omesso di dire di aver avuto comportamenti a rischio.
Cito da vita vissuta: 1991, sezione AVIS di Savona,
la domanda posta sul questionario è se ho avuto
rapporti omosessuali. Rispondo di sì, ed in base
alla legge allora vigente, vengo allontanato dalle donazioni.
Corretto: la legge è una legge stupida e sbagliata,
ma dovendosi attenere a delle regole che dicono che
gli omosessuali non possono donare allora non protesto,
mi avvilisco, ma non protesto. 2000, grazie ad una serie
di battaglie parlamentari la legge sulle donazioni del
sangue viene cambiata: dopo un po' di tempo finalmente
cambiano anche i questionari e nessuno mi chiede più
quale sia il mio orientamento sessuale, ma mi si chiede
se ho avuto rapporti sessuali a rischio. Se io mento
a questa domanda il problema non è quale sia
il mio comportamento (orientamento sessuale, stile di
vita, ecc.), ma che ho detto una bugia: cioè
potenzialmente mi sono esposto ad un contagio, poco
importa come (con un uomo, con una donna, con una prostituta,
con tutti e tre, con tutti quelli che mi capitavano
a tiro!). Allora impariamo tutti ad inquadrare il problema:
se continuiamo a categorizzare il rischio additando
categorie, anzi che comportamenti, continueremo a vivere
nell'equivoco con un doppio risultato negativo: continuare
ad fomentare la discriminazione nei confronti di alcune
categorie sociali (oltre che di essere omosessuale,
uno sarà ancora oggi libero di andare a letto
un po' con chi vuole?!), ma soprattutto continuare a
tacere, in un momento in cui il contagio da HIV come
dimostrano molte ricerche recenti aumenta
nei rapporti eterosessuali, che non sono le categorie
di persone ad essere a rischio, ma i nostri comportamenti,
e che proprio per questa ragione nessuno si deve sentire
escluso dal pericolo di contagio se non mette in atto
pratiche di sesso sicuro.
Piero Pirotto |
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