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Mancano i
farmaci e mancano le informazioni: il risultato è
ancora un tasso di mortalità senza paragoni,
con rischi per tutti
La povertà non fa notizia. E l'aids, un dramma
di proporzioni immani il cui filo conduttore è
proprio la povertà, diventa notizia solo quando
i riflettori di conferenze internazionali, come quella
che si svolgerà in Thailandia, a Bangkok dall'11
al 16 luglio, risvegliano dall'indifferenza i paesi
ricchi e costringono l'opinione pubblica, stordita quotidianamente
dai molteplici messaggi dei media, a prendere atto,
per il breve tempo in cui dura il convegno, della tragedia
che si sta consumando.
Oggi nei paesi in via di sviluppo 40 milioni di persone
sono infettate dal virus, l'hiv, responsabile della
malattia, e oltre 6 milioni hanno urgentemente bisogno
di quei farmaci antiretrovirali che possono tenerlo
a bada. Solo nell'Africa subsahariana ci sono più
di 4 milioni di persone la cui vita dipende dalla possibilità
di accedere a terapie: in questa parte del mondo circa
8 mila persone muoiono ogni giorno di aids. E dopo l'Africa,
l'ondata dell'infezione travolgerà Cina, India,
Russia. A meno che non si intervenga con programmi efficaci
di prevenzione, l'Asia avrà nel 2010 più
contagiati dell'Africa subsahariana.
Milioni di persone che, per una discriminazione in ossequio
a leggi del mercato e una cinica politica dei farmaci,
chiamata «apartheid sanitaria», sono condannate
a morire. L'Africa, continente dove nel 2003 sono morte
di aids oltre 2 milioni di persone, rappresenta l'1
per cento del mercato mondiale dei farmaci, contro l'80
per cento di Nord America, Europa occidentale e Giappone.
Solo 400 mila sieropositivi nei paesi del Terzo mondo
hanno accesso alle terapie e un terzo di questi vivono
in Brasile, uno dei pochi paesi poveri, insieme alla
Thailandia, con aziende farmaceutiche governative che
producono versioni generiche degli antiretrovirali.
«Se fino al 2001 la triterapia con i farmaci coperti
da brevetto costava 10 mila dollari l'anno per paziente,
poi sfidando le multinazionali sono cominciate a comparire
copie di generici a 200 dollari, come quelli prodotti
dalla indiana Cipla» ricorda Chiara Bannella,
portavoce di Medici senza frontiere (Msf), l'organizzazione
Nobel nel '99 promotrice di una campagna per l'accesso
ai medicinali.
Per anni le industrie farmaceutiche hanno insistito
nella difesa dei loro brevetti, mantenendo alti i prezzi
e negando così i medicinali ai paesi più
poveri. Grazie a quei medicinali in Occidente la mortalità
per aids si è più che dimezzata. Solo
di recente, era il 30 agosto 2003, poco prima del vertice
di metà settembre a Cancun in Messico, la situazione
farmaci antiaids si è sbloccata. La Wto (World
trade organization) ha riconosciuto che un paese in
via di sviluppo può, in caso di emergenza sanitaria,
produrre i farmaci di cui ha bisogno o importarli non
ottemperando ai diritti del proprietario del brevetto.
Cosa che fanno Brasile, Thailandia, Sud Africa e India,
i quali producono e distribuiscono copie di antiretrovirali
senza pagare royalty alle aziende che detengono il brevetto.
L'India, dove il governo non ha attuato un piano sanitario
per distribuirli, nonostante il problema aids sia emergente,
li esporta quasi tutti.
Per quanto riguarda il rispetto dei diritti sulla proprietà
intellettuale (Trade related aspects of intellectual
property), o Trips, negli accordi internazionali stabiliti
dalla Wto è autorizzata l'esenzione dal brevetto
farmaceutico fino a tutto il 2005. E sempre i Trips
hanno fissato un elenco di una cinquantina di paesi,
i più poveri, per i quali l'esonero vale fino
al 2016. Nell'elenco figurano Malawi, Burundi e altri
paesi dove però non esistono industrie farmaceutiche
che possano produrli. Dunque? «Le autorità
sanitarie internazionali, come l'Oms, sono escluse dal
giudizio sull'emergenza e la faccenda è affrontata
come se fosse solo un problema di mercato e non di salute»
commenta Maurizio Bonati, epidemiologo al Mario Negri.
«Se, come previsto, la Wto dovrà nel 2005
rivedere la sua politica sui brevetti, può darsi
che le regole cambino ancora».
Da quando gli accordi internazionali hanno permesso
di abbassare il costo della triterapia con farmaci generici,
anche le multinazionali hanno cominciato a offrire farmaci
a prezzi scontati. La migliore offerta di quelli coperti
da brevetto è scesa da 10 mila a 500-700 dollari
l'anno per paziente. «Con questa decisione le
industrie vogliono in realtà proteggere ancora
una volta i loro brevetti e continuare a gestire il
mercato» sottolinea Bonati. «Inoltre, abbassarli
è ammettere che prima i loro prezzi erano gonfiati».
L'aids come la guerra va fronteggiata, è la parola
d'ordine dell'Onu. «Un potenziale che può
destabilizzare le nazioni e l'economia di interi continenti.
Una minaccia per il mondo» ha dichiarato la Casa
Bianca. Ma al di là della retorica, con quali
armi questa guerra può essere risolta?
Il braccio di ferro con le multinazionali per l'accesso
ai farmaci ha finalmente rotto il silenzio. Tuttavia
non basta. «Duecento dollari l'anno per una terapia
sono in teoria pochi, ma chi li paga? Ci sono paesi
africani dove la spesa per la salute annua pro capite
è di un dollaro. Restano da stabilire i criteri
con cui i farmaci saranno distribuiti. Devono essere
garantiti a tutti, arrivare anche in villaggi sperduti,
la malattia va poi monitorata e si devono preparare
tecnici e strutture per prescriverli e controllarne
l'uso. Occorrono anche farmaci essenziali per curare
tbc e tutte le altre infezioni» elenca Bonati.
Per ora il piano lanciato dall'Oms il dicembre scorso
per assicurare trattamenti antiretrovirali a 3 milioni
di persone entro il 2005 sembra essersi arenato: mancano
i finanziamenti e chi doveva dirigere il piano, il brasiliano
Paulo Texeira, un esperto di Unaids, ha dato le dimissioni
poche settimane dopo la nomina; non sono stati consegnati
farmaci. Il Fondo globale per la lotta ad aids, malaria
e tubercolosi, istituito nel 2002, ha raccolto finora
4,7 miliardi di dollari dei 10 che secondo l'Onu sarebbero
necessari per contrastare solo l'aids.
«Gli aiuti del Fondo, tutt'altro che globali,
vanno inoltre alle ong e a quei pochi governi locali
in grado di utilizzare i finanziamenti. In definitiva,
non raggiungono chi ne avrebbe un disperato bisogno»
dice Bonati. Una soluzione possibile? Semplificare al
massimo la terapia. Per esempio, con una combinazione
in dose fissa di tre antiretrovirali: la produce la
Cipla e la offre a 270 dollari l'anno per paziente.
«Finora le multinazionali titolari dei brevetti
su ciascuno dei principi attivi non hanno trovato un
accordo per riunirli in un'unica pillola» osserva
Bannella, precisando che Msf cura così oltre
il 50 per cento dei 13 mila sieropositivi che assiste
nei paesi in via di sviluppo. Nel 2001 è stata
istituita all'interno dell'Oms una commissione, di cui
fanno parte esperti di varie nazioni, anche italiani,
per la prequalificazione dei farmaci prodotti dai paesi
in via di sviluppo senza risorse e strumenti per farlo.
Gli Usa, dal momento che la monodose della Cipla è
stata certificata dall'Oms e non dall'Fda, finora non
hanno voluto distribuirla. L'anno scorso i 15 miliardi
di dollari in cinque anni stanziati dal presidente George
Bush sono andati in aiuti ai paesi poveri che avessero
comprato farmaci dalle multinazionali. Anche se il prezzo
degli antiretrovirali continua a scendere, la soluzione
è ancora molto lontana. I farmaci sono un tassello
del problema più complesso di accesso a risorse
economiche, non solo sanitarie. «Programmi di
prevenzione per evitare la trasmissione eterosessuale
messi in atto da governi accorti, Thailandia e Cambogia
lo dimostrano, hanno ridotto l'incidenza fra gli adulti
dell'infezione dal 4 per cento nel '99 al 2,6 a fine
2002» osserva Mario Clerici, immunologo all'ospedale
Sacco di Milano. «In Africa, dove la struttura
dei governi è meno solida, non è così.
L'Uganda, con un governo stabile da 12 anni, è
l'unico paese africano dove la campagna pro condom ha
fatto calare l'infezione».
Sul fronte della ricerca la speranza di risolvere il
dramma dei paesi poveri con un vaccino resta lontana.
«Sedici nuovi protocolli partiranno a metà
del 2005 e prima della metà del 2010 non si saprà
molto» prevede Lucia Lopalco, immunologa al San
Raffaele di Milano. «Accoppiano il dna, non le
proteine, alle citochine e lo scopo è di far
produrre all'organismo anticorpi neutralizzanti, stimolando
con un'azione combinata le cellule B e T». Un'altra
strada è quella delle immunoglobuline protettive
IgA, tipiche delle mucose (comprese quelle vaginali),
capaci di bloccare una porta di ingresso nota sull'involucro
del virus, il recettore Ccr5. «In un esperimento
su topine si è visto che dando loro per via nasale
la regione antigenica riconosciuta dagli anticorpi anti
Ccr5, si è indotta una risposta mucosale in vagina
capace di bloccare l'infezione».
Che cosa dice lo studio che uscirà su Blood
fra breve? Che, se è possibile riprodurre questa
condizione nei topi e quindi verosimilmente nell'uomo,
si può pensare a un ipotetico vaccino per via
nasale che produca anticorpi IgA anti Ccr5: potrebbero
essere usati per proteggere gli individui a rischio
d'infezione. Un altro candidato di difesa dall'infezione
potrebbero essere le defensine. «Nei "long
survivor", nelle persone esposte al virus, come
le prostitute, e nel latte di madri infette che allattano
al seno senza trasmettere il virus si sono osservate
alte dosi di defensine: prodotte dai linfociti Cd8,
appartengono a un arsenale primordiale di difese innate»
spiega Alberto Mantovani, immunologo dell'Università
di Milano e del Mario Negri. David Ho, dell'Aaron Diamond
aids research center di New York, padre della triterapia,
le ha descritte su Science. «Ma è del tutto
inspiegato come membri di questa famiglia abbiano attività
antihiv».
I meccanismi di protezione sono molteplici. Esiste
per esempio una mutazione genetica, chiamata Delta 32
(al gene mancano 32 basi), che protegge dall'infezione.
In pratica, fa sì che il Ccr5, la porta d'ingresso
al virus, non venga esposto sulla superficie delle cellule.
«E quello che fa il nostro anticorpo è
simile» dice Lopalco. Parecchi geni finora sono
stati associati a resistenze naturali. Uno studio su
topi che si infettano con un virus simile all'hiv rivela
una configurazione genetica che li protegge dall'infezione.
«In partner sani esposti all'hiv abbiamo visto
che c'è un insieme di geni che conferisce resistenza:
una combinazione sul cromosoma 22 che si associa a protezione.
Quando conosceremo le proteine codificate dai geni in
questione, potremo pensare di sintetizzarle e utilizzarle
a scopo terapeutico. In attesa di una terapia genica»
conclude Clerici, autore dello studio, in uscita su
Pnas, che presenterà alla XV Conferenza sull'aids
di Bangkok.
Gianna Milano
Tratto da “Panorama”
del 02/07/04
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