Test fai-da-te per l'HIV: perché sono favorevole

L’opinione di Franco Grillini su un tema che tocca tutti da vicino

Quante sono le persone sieropositive in Italia? C'è che dice 70.000, chi 100.000, chi 250.000.
Sono cifre comunque ragguardevoli e che ci fanno riflettere sulle dimensioni dell'epidemia da Hiv come realtà di rilevanza mondiale, e in alcuni casi addirittura fuori controllo. Se infatti queste cifre fossero vere ciò significherebbe che ciascuno di noi ha un'elevatissima possibilità di incontrare, durante un rapporto sessuale, una persona sieropositiva. Eppure in realtà non solo non si ha la certezza del numero delle persone sieropositive in Italia, ma presumibilmente la maggioranza
delle stesse persone sieropositive non sa di esserlo.

Scrivo questo articolo a cavallo del primo dicembre 2003, quindicesima giornata internazionale dell'Oms per la lotta contro Aids. I dati disponibili sono spaventosi: si parla complessivamente di quaranta milioni di persone colpite da Aids conclamato (la gran parte deceduta, con intere
generazioni di orfani nell'Africa subsahariana). L'Oms definisce l'Aids "il principale problema sanitario del pianeta".

Il primo dicembre 2003 è stata una ricorrenza sotto tono. Si è parlato soprattutto di un improbabile vaccino, mentre la campagna ministeriale per la lotta contro l'Aids esclude per la prima volta da quindici anni l'intervento sui settori specifici della popolazione e interrompe i finanziamenti alle associazioni di volontariato.

L'Aids non fa più notizia come un tempo. Forse non è più l'unica "metafora di morte" a cui aggrapparsi o, più probabilmente, si sta diffondendo (soprattutto in Occidente) l'idea che l'Aids è curabile e che con l'Aids si può convivere. Lo svuotamento dei reparti infettivi degli ospedali italiani, grazie alla triterapia, sembra confermare questo dato. In alcuni settori s'è andata persino diffondendo una sorta di fatalismo nel rapporto con la malattia, che fa dire a molti che l'Aids non è più un pericolo e che autorizza altrettanti, sbagliando, a non usare più le cautele di un tempo, o ad
organizzare e a praticare il barebacking.

Vediamo in questo modo che la sieropositività, il contagio, la mortalità dopo anni di curva discendente sono tornati a salire. In Italia, secondo gli ultimi dati, si è passati dal 15% di omosessuali fra i casi di Aids conclamato al 18%.
Ma ciò che balza agli occhi in modo evidente e preoccupante è la crisi del test. Su tutto il territorio nazionale si segnala la drastica riduzione del numero di persone che vanno nei reparti infettivi degli ospedali per sottoporsi al test.

Alle ragioni che abbiamo sottolineato prima, si aggiunge l'idea che fare il test è inutile, che qualcuno potrebbe vederti mentre vai a farlo e che, peggio ancora, non ci siano le necessarie garanzie di riservatezza. Le stesse persone sieropositive tendono a nascondere la propria condizione
di salute per paura dell'isolamento sociale.
Tutti sanno che fare il test non solo è utile, ma addirittura necessario. Conoscere il proprio stato sierologico per tempo consente alle persone sieropositive di seguire l'evoluzione dell'infezione con la massima cura, e intervenire al momento opportuno garantisce l'efficacia delle terapie.
Viceversa il 70% delle persone che si accorge della propria sieropositività lo scopre in occasione di un'infezione opportunistica, quando cioè rischia di essere troppo tardi, o che comunque la salute sia
già troppo compromessa.
Ecco allora che è necessario chiedersi come fare in modo che il maggior numero possibile di persone acceda al test diagnostico sull'Hiv, soprattutto se in presenza di comportamenti a rischio.

Una soluzione potrebbe essere quella del test "fai da te". Mi rendo ben conto che questa proposta (di cui, onestamente, sono peraltro convinto da tempo) solleva polemiche a non finire, soprattutto da parte delle autorità sanitarie e dell'associazionismo.

Le controindicazioni in realtà sono non trascurabili (solitudine del test, rischio di depressione incontrollata, aumento delle pulsioni suicidarie) ma a mio parere sono altrettanto evidenti i vantaggi.
In primo luogo quello di avere a disposizione un test che garantisce l'anonimato in modo radicale. Chiunque potrebbe recarsi in farmacia ed acquistare un test che si fa, secondo le metodiche già attualmente disponibili in molte parti del mondo, in cinque minuti e con la stessa efficacia del test disponibile nei reparti ospedalieri.
È ben vero che alcuni utilizzerebbero il test più che come diagnosi, come strumento di prevenzione, ovvero in modo assolutamente scorretto. Credo però che la confezione per il test potrebbe essere venduta con tutte le indicazioni su come utilizzarlo e sui punti di riferimento da interpellare
in caso di positività.

Sappiamo bene che sarebbe preferibile che tutti coloro che hanno avuto comportamenti a rischio potessero recarsi in sicurezza e soprattutto con tranquillità presso tutte le strutture ospedaliere con la massima garanzia di anonimato e riservatezza.
Ma così non è. O comunque buona parte, a torto o a ragione, non si fidano.

Personalmente sono convinto che valga la pena di correre qualche rischio in cambio di una massiccia adesione al test sugli anticorpi anti-Hiv. Una persona adulta dovrebbe essere in grado di poter scegliere come, dove, quando e con che modalità sottoporsi al test Hiv. Ripeto: so bene che
questa proposta solleva aspre critiche e vibranti contrarietà.
Ma la espongo qui in termini del tutto personali per fornire una provocazione positiva, capace di aprire un dibattito sul perché le persone non fanno il test e sul perché quando lo fanno rischia di essere troppo tardi.

Franco Grillini

Tratto da “Pride” di Gennaio 2004

 
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