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Un’
occasione per riflettere sulla pericolosa tendenza a
dismettere il pensiero laico
Sorprende questo dibattito sul crocifisso nelle scuole,
per le reazioni di difesa dell'identità nazionale
che, intorno a questo simbolo religioso, si sono mosse
da ogni parte. La questione non è giudiziaria
ma politica e per questa via dovrebbe essere principalmente
affrontata, e penso che l'invio di ispettori ministeriali
da parte del ministro della Giustizia sia un atto autoritario
da denunciare.
Al di là delle posizioni che non temo a definire
razziste di Adel Smith, trovo del tutto condivisibile
la richiesta di rimozione del crocifisso dalle aule,
la cui presenza è imposta da un decreto regio
del 1924.
La religione cristiana non è religione di Stato,
e la Costituzione definisce laica la scuola pubblica.
Per le stesse ragioni, ritengo sbagliata l'istituzione
dell'ora di religione (cattolica) nelle scuole. Una
assurda derivazione del Concordato fascista, che andrebbe
riaffrontata alla luce di una società che si
pone come essenziale il tema della convivenza e del
rispetto fra culture e religioni differenti. Nessuna
impostazione confessionale nella scuola pubblica può
ritenersi legittima. Forse dovremmo più propriamente
parlare di storia delle religioni e affrontarle all'interno
delle discipline umaniste. La scuola è il primo
laboratorio di cittadinanza. Migliaia di bambini di
oltre sedici religioni frequentano oggi gli istituti
italiani. Con l'imposizione di simboli religiosi, o
la preferenza di uno sugli altri, non si va da nessuna
parte. Se lasciamo che dentro la scuola si riproducano
discriminazioni ed esclusioni odiose, compiamo un errore
e non riusciremo a neutralizzare quegli opposti integralismi
che possono scatenarsi quando non c'è vero dialogo,
incontro, mescolanza, e determinare una crisi di civiltà.
Se la Moratti fosse veramente interessata a lavorare
sull'integrazione, invece di obbligare ai crocifissi
nelle aule, farebbe meglio a non tagliare i fondi per
i progetti didattici sperimentali come invece ha fatto
finora. Io non condivido le parole del presidente della
Repubblica, quando difende la presenza dei crocifissi
nelle scuole perché simbolo di valori che stanno
alla base della nostra identità. Secondo questo
ragionamento ha ragione la Lega a chiedere che la croce
sia esposta in tutti gli edifici e gli uffici pubblici.
E hanno ragione Fini e Buttiglione, quando sostengono
che la Costituzione europea deve fare riferimento alle
radici giudaico-cristiane su cui si fonda questo nuovo
patto di cittadinanza transnazionale.
Qui non si tratta di vecchio anticlericalismo. Ma della
ridefinizione di una grammatica della laicità
che sappia definire i nuovi paradigmi della convivenza
civile globale. Siamo di fronte alle contraddizioni
più evidenti della globalizzazione, quelle che
nella contrapposizione fra localismo e globalismo delle
culture possono dispiegare un terreno di conflitto,
se non di scontro irreversibile.
Il pensiero laico non è affatto obsoleto e da
dismettere, piuttosto credo che vada reinterpretato,
alla luce delle nuove contraddizioni e delle contaminazioni
della globalizzazione. Alla domanda “chi sono,
da dove vengo”, non c'è più una
sola risposta che rimane identica per tutta la vita.
Diverse possono essere le appartenenze e le identità.
Ci invitava a riflettere su questo aspetto, il caso
delle due ragazze francesi espulse dalla scuola perché
portavano il velo.
Un importante spunto di riflessione ce lo offre il libro
di Ulrich Beck nel suo ultimo libro “La società
cosmopolita”. Beck ci mette in guardia dalla costruzione
di identità neonazionaliste, di nazionalismi
introvertiti che cercano di proteggersi dall'invasione
del mondo globale. Come nei quadri di Picasso o di Braque
le immagini dell'appartenenza alle quali ci si aggrappa
vanno in pezzi. Ma il quadro non deve essere rimosso,
"né lo Stato né la nazione possono
più controllare e ordinare come feticci di un
tempo la vita delle persone". Un'altra globalizzazione
è possibile nell'idea di un nuovo cosmopolitismo
fuori dalla teoria-prigione dell'esistenza umana vista
nella sua dimensione nazionale, dei vincoli di sangue
e di terra. Serve un nuovo sguardo sul mondo. Un nuovo
pensiero. Fra crisi globali e pericoli generati dal
progresso, le vecchie distinzioni tra dentro e fuori,
nazionale e internazione, noi e gli altri hanno perso
il loro carattere vincolante. E allora la teoria territoriale
dell'identità fondata sulle categorie "o
questo o quello" è un errore fatale.
Il modus della distinzione esclusiva insomma, va sostituito
con il modus della distinzione inclusiva. Il riconoscimento
dell'alterità dell'altro è un tratto fondamentale.
"Se la cultura è concepita come circoscritta
da confini territoriali, la pluralità non può
che portarci nel vicolo cieco di una falsa alternativa
fra mcdonaldizzazione (uniformazione), o incomprensione".
Come si fa ad uscire da questo vicolo cieco? Il suggerimento
più efficace di Beck ci riconduce al conflitto
mediorientale. "Nella sua politica culturale e
scientifica l'Europa separa le tradizioni ebraiche e
islamiche, in questo modo consolidando le linee di confine
ideologiche che hanno impedito finora una soluzione
pacifica. I tentativi diplomatici di dar vita a un dialogo
fra ebrei e arabi falliscono perché sottovalutano
il peso di una cultura ebraico-araba condivisa per secoli,
che le due parti hanno rimosso da qualche decennio.
Il ricordo di questa storia comune, della quale fa parte
anche l'oriente cristiano, e la ripresa di tradizioni
condivise sono il presupposto decisivo per una soluzione
politica del conflitto arabo-israeliano che abbia consistenza
e futuro". E l'Italia è anche Mediterraneo…
On. Titti De Simone
Parlamentare di Rifondazione Comunista
Tratto da “Liberazione” del 31/10/03
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