
 |
Riflessioni
e punti di vista dopo la manifestazione contro AN davanti
al Parlamento…
Mercoledì 17 novembre, a Roma, di fronte al
Senato, si è tenuto un sit-in contro il licenziamento
di Dario Mattiello. Abbiamo deciso di parteciparvi,
portando un volantino del collettivo 9 luglio, che abbiamo
distribuito ai partecipanti.
Riporto alcune nostre riflessioni, che nascono dal licenziamento
di Mattiello e dalle modalità e contenuti della
protesta.
Dario Mattiello era capo della segreteria del vicepresidente
del senato, un lavoratore che ricopriva un incarico
di particolare prestigio. Forse la difesa di un lavoratore
così privilegiato, sarà apparsa di difficile
comprensione a gran parte dell'opinione pubblica, forse
tanto scandalo sarà apparso fuori luogo, soprattutto
se messo a confronto con gli affanni quotidiani del
lavoratore interinale, del disoccupato, della casalinga
soffocata dai conti di casa. Tuttavia, questa vicenda
è quasi un caso da manuale. Da manuale dell'omofobia.
Anzi, dell'omofobia all'italiana: qui da noi si può
arrivare fino alla tolleranza verso i "diversi",
a patto che non ci sia esibizione della diversità.
Inoltre, il fatto che Dario Mattiello, sia stato così
forte e deciso da denunciare tutto pubblicamente, è
stata una circostanza rara e preziosa.
Il comportamento di Domenico Fisichella, secondo quanto
è stato riferito, appare dettato da una riprovazione
ufficiale delle abitudini personali del proprio collaboratore.
Se ciò abbia nascosto altri motivi, per i quali
Fisichella abbia preferito allontanare da sé
questa persona, o se proprio quella foto ha fatto venir
meno la stima del vice presidente, poco importa. Ma
solo per il fatto che Dario Mattiello abbia dovuto giustificarsi
con una relazione scritta sulle vicende che lo hanno
condotto a quella fotografia, è inquietante ed
inaccettabile poiché costituisce una grave violazione
della privacy ed un'offesa alla dignità della
persona.
Al sit-in, a cui hanno partecipato una quarantina di
persone, è stato distribuito un volantino che
riportava la lista delle richieste:
- il reintegro di Dario Mattiello nelle sue funzioni;
- le immediate dimissioni del vice presidente del
Senato Domenico Fisichella;
- la denuncia del caso al Parlamento europeo da parte
dei Deputati italiani;
- la revisione della L. 30/2003.
Ci auspichiamo che queste non siano state elencate
in ordine d'importanza. Non perché non vogliamo
che Dario Mattiello ritorni a lavorare, anzi, il fatto
che lui a lavorare sia già tornato almeno risolve
una parte del problema, ma perché ci è
spiaciuto vedere che "revisione della L. 30/2003"
fosse all'ultimo posto.
Questa legge messa in ultima posizione, sembrava un
po' piazzata lì con noncuranza, o come un'aggiunta
dovuta, dal momento che al sit-in non è stato
scandito alcuno slogan a proposito. In realtà
sono state urlate ben poche cose, oltre al tormentone
"Siamo tutti culattoni - Fisichella dimissioni".
Ci è dispiaciuto che non vi fosse nessuno con
un megafono, perché in questo modo si sarebbe
potuto spiegare ai passanti, che tanti lavoratori gay,
lesbiche e transessuali, subiscono gravi discriminazioni
sul lavoro, che nessuna legge vieta d'essere omosessuale,
ma che molti lavoratori hanno avuto guai grossi quando,
per loro scelta o per accidente, sono diventati visibili.
Dietro Dario Mattiello, c'è una schiera di persone
che fatica a mantenere il proprio posto di lavoro, che
non parla di sé con i colleghi per timore di
esporsi; e c'è anche chi ha parlato ed ha pagato,
con il mobbing o con la perdita del posto di lavoro,
che spesso arriva con un pretesto, ma nasconde opinioni
e sentimenti omofobi. E quando si perde il posto di
lavoro o si è vittime di mobbing e si decide
di denunciare, se si decide di denunciare, i problemi
non sono finiti, perché la propria vita privata,
la sfera più intima di una persona, è
messa in piazza.
Sarebbe stato tanto utile spiegare che il D.L. 216 del
9 luglio 2003, stabilisce che vi è incompatibilità
tra alcune professioni e l'orientamento sessuale del
lavoratore, che ha invertito l'onere della prova, rispetto
a quanto previsto dalla direttiva europea, e che pertanto
è il lavoratore a dover dimostrare di essere
stato fatto oggetto di discriminazioni.
Di questo si è parlato nelle interviste e negli
articoli a commento, sia nei giorni precedenti la manifestazione,
che nei seguenti. Ma ovviamente, com’è
nel costume moderno dei media, il risalto dato allo
scandalo è stato maggiore rispetto ai contenuti,
così, come al solito, si sono dissolti nel nulla.
Questa vicenda non avrebbe certo avuto tanto spazio
se non fosse stata accostata al nome di Fisichella.
Allora, perché non sfruttare al meglio una così
fortunata circostanza? Perché non è stata
urlata alla manifestazione la richiesta di una legge
più giusta? Perché non è stato
spiegato all'operaio, all'impiegato, al disoccupato,
alla casalinga, al precario, che ci sono dei problemi,
e grossi, per la gente comune, quando è scoperta
o si dichiara gay, lesbica, trans?
L’avranno senz'altro ben compreso i passanti,
i poliziotti e i dipendenti del Senato che "siamo
tutti culattoni" e che le dimissioni di Fisichella
sarebbero gradite. Certo, il vice presidente del Senato
di una repubblica democratica non ha dato una bella
prova di sé, ma anche se ci portassero la sua
testa su di un piatto, a noi e a Maria, Stefano, Giovanni,
Angela, che ogni giorno combattono con il mondo per
il solo fatto di esistere, cambierebbe qualcosa?
Non è ora di rilanciare la battaglia sui diritti?
È certo auspicabile che si vada avanti con le
richieste in materia di lavoro, insistere, finché
si ha voce in corpo. E soprattutto, volendo lavorare
per il miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno,
non è tempo di rimboccarci le maniche ed impegnarci
per la tutela, la difesa delle persone omosessuali e
transessuali?
In Italia non c'è ancora una norma legislativa
che tuteli esplicitamente omosessuali e transessuali
dalle discriminazioni (tranne il già citato,
vergognoso decreto 216). La legge 205/93, denominata
"Misure urgenti in materia di discriminazione razziale,
etnica e religiosa" prevede che le aggressioni,
se motivate da odio razziale, etnico o religioso, ottengano
sanzioni più severe, o che il pubblico ministero
possa agire d'ufficio, cioè senza bisogno che
sia la vittima a sporgere denuncia. Da tutte le maggiori
tutele, gli omosessuali ed i transessuali sono esclusi.
Questo vuol dire che non è tanto grave avere
dei comportamenti omofobi, perché questi non
sono condannati, a differenza della xenofobia o dell'odio
religioso.
Nel 1999 si fecero dei tentativi, non riusciti, per
riformare il sistema delle leggi contro le discriminazioni,
con la menzione dell'orientamento sessuale quale causa
di discriminazione (ed è il caso di ragionare
se occorra specificare anche "identità di
genere", invece di estendere l'accezione del primo
termine), non sarebbe arrivato il momento di riprovarci
questa volta senza desistere?
Quanti omosessuali o transessuali sono vittime dell'omofobia?
Tanti, probabilmente molti più di quelli noti,
e certamente nessuno è adeguatamente tutelato.
Questo dovrebbe essere il compito principale di un movimento
per i diritti civili. Il compito è comunicare,
arrivare dove si annida l'odio e smascherare i pregiudizi.
Francesca Grossi
www.noveluglio.altervista.org |