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Alcune considerazioni
sull’immobilismo GLBT di Cinzia Ricci…
A frequentare un po’ l’ambiente cosiddetto
"gaio", si ha l’impressione che tutto
si sia ridotto ad una questione di dominio, gestione,
uso e sfruttamento degli spazi ludico/commerciali GLBT*.
Anche il Gay Pride è diventato una vetrina fine
a se stessa, qualcosa da difendere e separare dalla
realtà - un evento che assomiglia sempre di più
ad uno show destinato a chi ne fa parte, sempre meno
rappresentativo, utile. Si ha l’impressione che
ormai non vi sia confronto né interesse verso
i temi politici, culturali ed etici che dovrebbero vederci
impegnati, in prima linea, concretamente. Questi sono
finiti a fare da sfondo, sono divenuti una copertura
per chi lucra e chi non vuole altro che essere lasciato
in pace, continuare ad avere l’illusione di aver
finalmente varcato il cono d’ombra, di non rischiare
niente, di essere bene o male benaccetto.
Nessuno vuol sapere, vedere quello sta succedendo veramente.
Un bar, una discoteca, i Gay & Friends Village non
solo marinareschi, sono oasi per privilegiati, la prova
di una normalizzazione che non c’è, sono
aree di esibizione-affermazione-appartenenza-beccaggio
da difendere con le unghie e con i denti, guai a chi
le tocca e a chi le mette in discussione, dentro e fuori
la comunità GLBT* - sono un tappeto nemmeno grande
sotto il quale troppi si affannano a nascondere spazzatura
e fantasmi. Chi crea questi luoghi senza scocciare con
la politica e la cultura (robaccia noiosa per gente
“out” o, peggio, di sinistra), o ne propone
le briciole perché a qualcuno che le produce
serve, va sostenuto, piaccia o meno quel che fa. E costruiamo
monumenti al disimpegno, al qualunquismo e all’individualismo
– ma ci sono alternative?
I gay e le lesbiche, eccezioni a parte, non si sono
mai distinti per coraggio, apertura, partecipazione
attiva e sensibilità – nel sociale, in
politica, ovunque oltre se stessi, l’autoreferenzialità,
gli interessi personali e di categoria. Alcuni protagonisti
del baraccone mass-mediatico pseudo cultural-politico,
dello star-system imprenditorial-turistico LGBT*, fra
cui alcuni leaders del movimento (in odore di conflitto
d'interessi e questo non è solo un argomento
da salotto, perlopiù bisbigliato com’è
nelle abitudini di chi i salotti li frequenta per diletto
o necessità, è una realtà che condiziona
pesantemente, esclude o appiattisce il dibattito politico
là dove il problema si verifica), uomini di spettacolo,
certi giornalisti, scrittori, studiosi e pensatori (non
si offendano quelli che lo sono con merito) hanno trovato
terreno incolto e fertile dove costruire la loro piccola
lobbie, hanno trovato un target facile e senziente.
Dare e avere – almeno c’è reciprocità.
Ce n’è meno, o non ce n’è
per nulla, negli ambienti dove si grida allo scandalo
e ci s’indigna di fronte a tutto questo. Può
non piacere, ma chi critica farebbe meglio ad interrogarsi
sulle proprie responsabilità. Cosa hanno fatto
gli intellettuali e i leaders della miriade di associazioni,
enti, circoli, gruppuzzoli, gay, lesbici, lesbofemministi,
femministi e chi più ne ha più ne metta,
per garantire un dialogo reale all’interno e con
l’esterno della comunità LGBT*, alternanza
e democrazia, per incoraggiare interazione, una partecipazione
che non si limitasse alla manovalanza spicciola, acritica
e asservita, per promuovere un dibattito che si aprisse
su temi più generali e quindi più condivisibili,
accessibili? Glien’è mai importato davvero,
al di là delle parole, nemmeno belle, con le
quali si riempiono la bocca? No, altrimenti al posto
di tante inutili maschere che niente dicono e niente
hanno da dire, adesso ci sarebbero persone capaci di
empatia, di battersi come leoni per chiunque, non solo
per se stesse, per i propri interessi personali e quelli
degli amici. Perché, vedete, là fuori
– fuori dal ghetto, dalle consorterie, i salottini,
le élite – c’è tanto, tanto
di più, ma non conviene dargli la parola. Chi
ha acquisito potere, prestigio, privilegi, notorietà,
chi vi trae guadagno, non è disposto a mollare
l’osso, a far spazio. È disdicevole, controproducente,
ma… questo è, e questi sono coloro i quali
ci rappresentano, con diritto, perché eletti,
scelti da pochi fra i pochi che possono permettersi
di metterci la faccia, e non solo quella.
Tuttavia eviterei di contrapporre i luoghi dove si
consuma il divertimento fine a se stesso, dove l’indifferenza,
l’ignoranza, gli integralismi e la etero/omo/lesbo/transfobia
alligna come un cancro, e la provincia dove quello stesso
cancro produce le violenze attraverso le quali si tenta
di ridurre al silenzio i pochi che ci mettono la faccia
pur non potendoselo permettere perché privi di
coperture, legittimazione. Suona proprio male - e male
fa. Fa male perché ad usare così le disgrazie,
chi quelle disgrazie le vive, si sente messo spalle
al muro, chiuso in un angolo, costretto a prendere posizione,
ad entrare a far parte di una tifoseria – ma non
ci si guadagna nulla e, che se ne resti fuori o se ne
accettino le regole, si finisce per farne le spese,
invariabilmente.
Lo so, lo spero, lo credo - criticare serve, ma la
critica da sola è inutile se non c'è volontà
di cambiamento, proposività e consapevolezza,
se non si è disposti a sporcarci le mani, a guardare
in faccia la realtà. Accanto agli episodi drammatici
di discriminazione e violenza subiti dagli attivisti
impegnati nel movimento gay, dobbiamo imparare a mettere
quelli subiti da tutte le persone che erano sole e isolate
e sole sono state lasciate – e non sono soltanto
i gay e le lesbiche visibili senza amici importanti,
pronti a difenderli per convenienza e/o sincera indignazione.
Ci sono extracomunitari, zingari, ebrei, mussulmani,
prostitute, transessuali, handicappati, negri, venditori
ambulanti, donne non necessariamente femministe, oppositori
politici, persone impegnate a fare quello che i più
giudicano utopistico e anacronistico, che gli procura
tanto fastidio perché li mette di fronte alla
propria indifferenza, alle proprie responsabilità:
politiche, morali, culturali, sociali. Esattamente come
sessanta/settanta anni fa – anzi, peggio, perché
la storia la conosciamo non solo per averla studiata,
ma per averla subita. 6.000.000 di ebrei hanno perso
la vita, ma delle altre 5.000.000 vittime cosa ne è
stato? Che ne sarà di noi se non capiremo che
non si possono usare due pesi e due misure, se non saremo
capaci di uscire dal ghetto, se non impareremo a dialogare
con il mondo là fuori, a guardare con i suoi
occhi, creare alleanze vere, forti, per affermare la
cultura del rispetto e del diritto, per difendere la
democrazia, la libertà di espressione, orientamento
e identità, per contrastare, impedire quello
che sta avvenendo e ci coinvolge, offende, minaccia
tutti?
Ritengo che sia giunto il momento di fare un discorso
più ampio sulla violenza come conseguenza di
un mancato progresso culturale, sui diritti e le libertà
negate e quelle a rischio, sulla necessità d’introdurre
normative specifiche che difendano e tutelino tutte
le minoranze, non solo la nostra, sulla omo/lesbo/transfobia
etero e omosessuale, sul superamento dei condizionamenti
sessisti e separatisti, sull’assenza o il fallimento
delle politiche GLBT* e sulle perverse dinamiche che
ammorbano le nostre associazioni paralizzandole, facendole
avvitare su stesse. No, la guerra fra “poveri”
non finirà, ma non è fra quelli che ha
senso stare. Un’alternativa è possibile,
occorre costruirla, lavorare in questa direzione. Occorre
uscire dal ghetto, abbattere i muri, gli steccati, servono
sinergie, alleanze con chiunque sia disposto a confrontarsi,
ad agire al di là dei personalismi e degli interessi
corporativi. Chi non sa o non vuole farlo, stia pure
al palo. Non possiamo più sprecare tempo ed energie.
Niente cambierà se non cambieremo noi per primi,
se per primi non ci faremo promotori di un modo nuovo,
realmente aperto e partecipato di porci, dialogare e
fare.
Lo so, su questi argomenti vi è una sostanziale
e generale chiusura se non proprio ostilità,
poco spazio per poterli promuovere e spesso ancor meno
attenzione, interesse, specie se non si fa parte dell’entourage
di qualche ottuso/a capoccione/a. Non dappertutto è
così, ma dove questo problema c’è,
si crea un vuoto… va riempito. Dovremmo avvicinare
le persone che quel vuoto lo sentono e talvolta lo subiscono,
metterle in contatto fra loro, unirle sui temi più
sottovalutati o del tutto ignorati, anche da chi ne
fa le spese, far circolare idee, informazioni, elaborazioni,
esperienze, costruire una rete attraverso la quale tutto
questo fluisca, dall’interno verso l’esterno,
dall’esterno verso l’interno, sino al giorno
in cui non vi saranno più confini e porte da
varcare, resistenze da abbattere. Creare e mettere a
disposizione un luogo fisico e ideale, riempirlo di
contenuti, per l’azione. Il potenziale umano e
intellettuale non manca, è uno spreco enorme
con ricadute negativissime trascurarlo, non far niente
per trarne il buono che ha. Qualunque mezzo va bene
per non rimanere isolati, perciò inesistenti,
ininfluenti, senza diritti, opportunità. È
esattamente questo quello che vuole il sistema, dentro
e fuori la comunità LGBT*, ed è esattamente
quello contro cui credo occorra battersi.
Cinzia Ricci
Gaya Cronisti senza frontiere
www.cinziaricci.it
www.noveluglio.altervista.org
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