Il candidato gay

Profilo di Niki Vendola, vincitore delle primarie in Puglia…

La sua spiegazione non è politica ma poetica: «Ho vissuto accompagnandomi a quanti giacevano sotto la piramide sociale. Non c’è cancello di fabbrica davanti a cui non abbia passato un’alba, non c’è carcere, ospedale, comunità terapeutica in Puglia che io non conosca». La clamorosa vittoria di Nichi (non da Nicola; da Nikita, idolo del padre impiegato alle poste e comunista antistalinista) Vendola è la vittoria del radicalismo contro la ragionevolezza, il riformismo, forse anche la nomenklatura. Ed è la prima elezione diretta, sia pure parziale, vinta da un omosessuale dichiarato. Omosessuale, non gay. Vendola non è un tipo allegro. «Narro l’oscenità del potere, libero frammenti di umanità ferita». Non sorride neppure sui manifesti: guarda l’elettore con occhi seri, scuri, di profondità ai limiti della cupezza. «Faccio fatica a sorridere al di fuori della mia sfera ludica». Ha gioito quando il Gay Pride sfilò a Bari, «Fini consigliò di chiudersi in casa e invece le popolane della città vecchia lanciarono petali dalle finestre come quando passa il Santo», ma non si riconosce nel lustrino e nella spensieratezza, tantomeno nel gossip: «Non amo dare un’immagine variopinta, pirotecnica. Dichiararsi non è pettegolezzo, è carne, fatica, sangue, dolore, emarginazione, offese, violenza». Parla per esperienza, essendosi dichiarato nel 1978, quando aveva vent’anni e da sei era nella Fgci, con un articolo su un giornale da lui fondato, «In/contro». Titolo: «Le farfalle non volano nel ghetto». «E’ un verso che ho trovato in una raccolta di poesie scritte nel ghetto di Varsavia. E ho avuto tutte le difficoltà che potevo avere, nel partito, al Sud, al paese», Terlizzi, periferia di Molfetta, terra di braccianti. Per questo in passato non apprezzò le confessioni di bisessualità rese da altri politici, «una dichiarazione che si faceva a 18 anni per fiutare un po’ l’aria. Anch’io sono stato bisex, e avevo fidanzate bellissime. Sono stato sul punto di sposarmi due volte. Ma non ho mai raccontato bugie, ho sempre vissuto quei rapporti da omosessuale». Storie lontane, «ho avuto molti amori, ho amato anche donne - dice oggi -. Ho molto sofferto. Non mi sono mai arreso però, non ho mai permesso a nessuno di chiudere la mia storia dentro uno spigolo di rancore. Anche se mi hanno fatto di tutto». Tempo fa raccontò di quando «Gasparri di An venne a fare campagna elettorale nel ’94 e tentò di stroncarmi accusandomi di andare con i ragazzini, peraltro pagati per dirlo. Andò via con le pive nel sacco, mentre io ricevevo migliaia di lettere di ragazzi che mi dicevano grazie per avergli dato coraggio». Anche questa è una storia lontana, «oggi ho disimparato l’odio». Parla bene pure dei Ds, di cui aveva detto di «sentire l’artiglio»; anche perché si capisce bene che i diessini hanno votato per lui.

«La campagna elettorale è stata un viaggio. Un incrocio di volti e di storie, un racconto di espropriazioni e di marginalità. Ho aspettato gli operai al cambio turno dell’Ilva di Taranto, quando si chiedono a chi toccherà la prossima morte di fabbrica. Ho parlato con i padroni degli oleifici del Brindisino, impoveriti dalla crisi che abita la Puglia, cancella le grandi storie industriali di sapore neocoloniale come la chimica e la siderurgia, logora le piccole aziende nate dall’effervescenza degli Anni Ottanta. Sono stato nelle carceri. Come ogni anno, ho passato il Natale nella prigione di Trani e Capodanno in quella di Bari. Ho rivisto gli stessi volti, anche quelli di uomini che mi avevano minacciato, che mi costringono a vivere da 12 anni sotto scorta, che però ho smesso di considerare nemici». Un viaggio cupo e dolente come lui, ma pieno di energia e di ribellione, «perché il Meridione oggi è uno straordinario vulcano in ebollizione, un immenso teatro dove si recitano pièces che la politica non conosce, da cui sale una domanda di libertà».

Così Francesco Boccia, studioso dei bond regionali e brillante allievo della London School of Economics, ha preso dal poeta comunista e omosessuale una mazzata tremenda; come se le primarie democratiche le avesse vinte Jesse Jackson. E già si dice che il vero sconfitto è D’Alema, battuto due volte, come capo della sinistra riformista e come capo dei Ds pugliesi. «Io però con Massimo ho un rapporto affettuoso, e lo stimo. Lo conosco da 25 anni. Questo non mi ha impedito di avversarne fieramente le posizioni politiche». Certo il perdente non è Boccia, «bensì l’idea di costruire candidati in laboratorio, nella provetta del moderatismo. Lo schema artificiale di rincorsa al centro impedisce l’intelligenza delle cose, offusca la lettura delle viscere della società».
Dolenti anche la sua formazione, le sue letture: «Due grandi amori, Lorca e Pasolini. Ho letto Gandhi e Luther King prima di Gramsci e Marx, che pure sono stati importanti. E poi Neruda, Alberti, Pirandello, De Lillo, Dino Campana, Sandro Penna». Era già di Rifondazione quando c’era ancora il Pci: il movimento, il comunismo nonviolento che allora pareva e forse resta un ossimoro. «Sono cattolico e comunista, come la mia famiglia. Mi ha affascinato il pessimismo di Quinzio, ho amato i libri del cardinal Martini, e sono stato discepolo del vescovo di Molfetta, il mio vescovo, Tonino Bello». Ha anche firmato la prefazione dei suoi scritti, comincia così: «Io ero sull’altra riva, quindi ero un rivale». Dice di non aver rinunciato alla fede, di credere non alla rivoluzione ma alla conversione permanente, di confidare che Dio saprà capire anche quelli come lui, perché «Dio non è un tribunale islamico».

Nel tempo libero, sorride. «Mi piace ballare e arrostirmi al sole sulla spiaggia». Una volta spariva per 40 giorni in Marocco o in Sud America. Ora resta qui in Puglia con la mamma Tonia, e una settimana con il fidanzato su un’isola greca o spagnola. Cresciuto alla scuola di Dario Bellezza, ha pubblicato tre libri di poesie: Prima della battaglia , Lamento in morte di Carlo Giuliani e Ultimo mare , premio Manduria, in giuria Marcello Veneziani. «Ma scrivo anche filastrocche per bambini. Sarei un papà bravissimo». Per laurearsi in filosofia ha fatto il cameriere, il libraio e il correttore di bozze. Nella sua stanza, accanto al ritratto di Giuseppe Di Vittorio, tiene quelli di Gaetano Salvemini, Tommaso Fiore e Aldo Moro. Un’usurpazione? «No. Io credo nella coalizione di centrosinistra: non mi va di togliere i miei simboli e mi piace aggiungere quelli altrui. Mi piace Prodi, e non mi fa orrore la persona di Berlusconi; solo il suo personaggio. Non è un brigante; è il simbolo di un brigantaggio. Non dirò nulla contro la persona di Fitto, ma mi scaglierò contro il suo sistema feudale di potere. La nave corsara andrà all’arrembaggio dell’ammiraglia della destra». La sconfitta è quasi certa; proprio come lo era contro l’ammiraglia del centrosinistra che navigava placida nella grande bonaccia della ragionevolezza, ignara di quel che l’attendeva sull’altra riva.

Aldo Cazzullo
Tratto da “Corriere della Seraa” del 18/01/2005

 
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