La sinistra francese dice addio al ‘68

In Francia i socialisti si interrogano sul passato concentrati sulle battaglie di oggi tra cui il riconoscimento del matrimonio gay…

Il Sessantotto è un'eredità scomoda, superata, limitante? Può essere sorprendente che a chiederselo sia la sinistra francese, o meglio la sua anima più forte, il partito socialista. Non si manda in soffitta volentieri una stagione di rivolta e trasgressione, rimasta un riferimento obbligato nella memoria di una generazione che oggi è classe dirigente europea (e in alcuni Paesi anche classe dirigente politica) e un riflesso culturale anche per le generazioni successive. Ma ancora più sorprendente è il tono della critica: ambivalente, «da destra» e «da sinistra», totalizzante e messa in pratica con parametri mentali che rievocano quella stagione. Clima di autocoscienza, per chiedersi se i benefici conquistati dai padri siano effettivamente ricaduti sui figli, anche come modello educativo; se il «maggio parigino» abbia lasciato in eredità soprattutto eccessi e mancanze, piuttosto che conquiste. La riflessione sul rapporto individuo e società è ricorrente nella sinistra. In quella francese lo è ancora di più, essendo lo spirito del maggio anche un eredità culturale (si pensi a Sartre e Foucault) e spesso una nostalgia, un vezzo, persino un certo modo di vestire, parlare, scrivere.

Anche comportamenti e battaglie del partito restano dunque condizionati? Val la pena di chiederselo, se si perde terreno nelle realtà operaie e si vincono le elezioni nella middle class parigina, se le nobili bandiere dei diritti civili (condizione della donna, coppie di fatto, matrimonio gay, aborto) non affascinano gli esclusi e i più deboli e non soddisfano anche il bisogno di responsabilità, regole, sicurezza che sale dalla società francese.

L'autocoscienza identitaria non è casuale in un partito socialista che sta vivendo uno straordinario e pericoloso paradosso: sa di essere forza maggioritaria nel Paese, ma stenta a costruire un progetto per le prossime battaglie decisive. Nel 2007 in Francia si terranno cinque elezioni: presidenziali, legislative, municipali, cantonali e senatoriali. Il rischio di dividersi, un po' per l'ambizione dei leader, un po' per poca chiarezza di programmi, è notevole e la prima avvisaglia è il lacerante dibattito in corso sulla Costituzione europea, considerata troppo liberale dall'ex ministro dell'economia, Laurent Fabius, il quale invita a votare no al referendum e spera di avere dalla sua la gauche del partito.

D'altra parte, non è agevole porsi come forza riformatrice dovendo fare l'opposizione a un governo e a un presidente che, su molte questioni (modello di Stato, garanzie sociali, visione internazionale), sembrano avere un cuore di sinistra e a volte un'anima più popolare. Durante il fine settimana, nello spirito soft della riflessione culturale, si è parlato di «progetto per la Francia di domani», dalla politica estera all'economia, dal welfare al modello di società. Non un programma di legislatura, ma una visione di più ampio respiro, come ha detto il segretario del partito, François Hollande, oggi perno centrale, però in bilico fra le diverse anime. Tocca infatti a lui, alla fine, trovare la sintesi anche sull'eredità del '68.

Lo spirito del maggio parigino, poi divampato in tutta Europa, «fu una formidabile spinta nell'affermazione di diritti individuali e civili, ma contribuì molto poco a trasformare la società», sostiene Alain Bergoumioux, responsabile dell'ufficio studi del partito. «Abbiamo proposto una riflessione sul modo migliore di collegare conquiste e battaglie libertarie a un progetto globale della società francese». La presa d'atto più significativa è che anche la società borghese e capitalista (quella che si voleva trasformare) è diventata libertaria.

Oggi si può parlare di «liberismo libertario»: ma le maggiori libertà individuali hanno portato anche più giustizia sociale e più sicurezza? «Il ’68 - dice Bergoumioux - ha liberato energie individuali in un periodo di crescita e di benessere. Oggi la sinistra deve confrontarsi anche con il malessere sociale, l'incertezza del lavoro, l'insicurezza nelle strade, l'angoscia della mondializzazione». Qualche commentatore, con un po' di malizia, ha voluto vedere il ripudio di una stagione, quasi l'ammissione di una colpa. In realtà, nel «riformisme de gauche» affermato all'ultimo congresso, un po' di Sessantotto continua a starci benissimo. Basti ricordare la battaglia contro l'estradizione di Battisti o il sostegno al matrimonio gay dell'esponente più riformista (Strauss Kahn). Basti ricordare la critica piuttosto condivisa per la cosiddetta «terza via» di Tony Blair. Per Hollande, il Tony Blair francese non si trova a sinistra: la versione transalpina è Nicolas Sarkozy, l'uomo in cui la destra vorrebbe vedere l'erede del gollismo. Sessantotto in soffitta, ma i francesi, si sa, sono conservatori e non buttano via niente.

Massimo Nava
Tratto da “Corriere della Sera” del 26/10/2004

   
 
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