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Evidentemente
basta essere vescovi cattolici per dire stupidaggini
(quindi non solo ministri della Repubblica Italiana).
Così parte la campagna della chiesa americana
contro il candidato democratico alla casa bianca…
Non è visibile come il bombardamento di spot
elettorali in tv al quale da settimane sono sottoposti
gli americani, soprattutto negli Stati in bilico tra
democratici e repubblicani, ma lo scontro tra Bush e
Kerry per conquistare il voto cattolico - un bacino
potenziale di 60 milioni di cittadini, circa un quarto
di quelli con diritto al voto - è ormai di un'asprezza
senza precedenti.
Il partito del presidente ha addirittura istituito il
sito Internet KerryWrongForCatholics.com
per convincere i seguaci della Chiesa di Roma che votare
per il senatore del Massachusetts è sbagliato
e dannoso. Alcuni vescovi sono andati molto più
in là: non si sono limitati a condannare le posizioni
del candidato democratico, ma hanno addirittura sostenuto
che chi lo vota commette un peccato che va confessato
prima di fare la Comunione. I democratici chiedono a
Bush di arrestare quella che considerano un'aggressione
e chiedono che vengano dichiarati illegali gli sforzi
degli attivisti repubblicani per ottenere dalle parrocchie
un elenco aggiornato dei loro fedeli, in modo da poterli
contattare direttamente.
Nel 1960 John Kennedy, ultimo politico della costa atlantica
ad essere eletto presidente degli Stati Uniti, la spuntò
per un soffio su Richard Nixon anche grazie al voto
dei cattolici che lo sostennero in larga maggioranza
(il 78 per cento, secondo le stime più attendibili).
Per Kennedy il problema principale non fu catturare
il voto cattolico ma convincere gli altri elettori che
la sua politica non sarebbe stata condizionata dal Vaticano.
Quarantaquattro anni dopo John Kerry ha tutt'altro problema:
evitare che la posizione laica, tollerante, da lui assunta
sull'aborto e i matrimoni tra gay («sono un cattolico
e da ragazzo ho fatto anche il chierichetto, ma non
posso pretendere di imporre agli altri per legge ciò
che per me è un atto di fede», ha spiegato
durante il dibattito televisivo di venerdì scorso)
e la durissima campagna condotta dai repubblicani, facciano
trasmigrare la maggioranza dei voti cattolici nel campo
di un presidente di religione metodista. Un tema che
probabilmente tornerà anche stasera nell'ultimo
confronto tra Bush e Kerry, quello dedicato alle questioni
interne dell'America.
In realtà molti sondaggisti negano addirittura
che si possa parlare dei cattolici come di un gruppo
con un contorno elettorale ben definito: storicamente
hanno votato soprattutto per i democratici, ma valutando
di volta in volte le piattaforme. E a volte hanno scelto
i repubblicani: per esempio votarono per Bush-padre
nel 1988. La loro articolazione interna rispecchia divisioni
che si registrano anche al di fuori delle varie confessioni:
i cattolici ispanici sono ad esempio in larga misura
democratici, mentre i tradizionalisti si sentono più
garantiti da un presidente che, soprattutto sulla bioetica,
ha scelto posizioni molto rigide.
In realtà gli strateghi elettorali della Casa
Bianca concentrano i loro sforzi su sette-otto milioni
di cattolici tradizionalisti che sperano possano essere
decisivi sia perché dovrebbero votare in modo
abbastanza compatto per il presidente, sia perché
sono abbastanza concentrati negli Stati - come l'Ohio
e il Missouri - in cui la battaglia è più
incerta.
Negli ultimi anni lo sforzo dell'Amministrazione è
stato quello di creare un clima favorevole alla diffusione
dei valori sostenuti da Bush: non solo il no ad aborto
e matrimoni tra persone dello stesso sesso, ma anche
i limiti alla ricerca basata sulle cellule staminali,
all'inseminazione artificiale, la sterilizzazione, la
contraccezione. Un'azione che ha portato perfino alla
nascita di assicurazioni sanitarie con una polizza scontata
per cattolici di stretta osservanza che si impegnano
a non utilizzare le pratiche mediche proibite dalla
loro religione. Ma anche un'azione che sta condizionando
l'attività di molti laboratori nel campo della
genetica.
Bush ha incassato le dure critiche degli scienziati
ed anche dei repubblicani che non accettano condizionamenti
religiosi alla ricerca medica. Il caso più clamoroso
è quello di Nancy Reagan, impegnata da anni a
sostenere la ricerca contro la malattia che dieci anni
fa colpì l'ex presidente repubblicano, scomparso
pochi mesi fa. Ma Bush pensa di aver fatto una buona
«semina». Ed ora ha incaricato della raccolta
l'esercito dei 52 mila team leader cattolici, volontari
reclutati già da molti mesi e sparpagliati in
tutto il Paese per convincere gli elettori di questa
fede a registrarsi e a votarlo.
Un lavoro che in alcune realtà è stato
oggettivamente agevolato da esponenti della Chiesa che
hanno assunto posizioni di chiusura totale nei confronti
di Kerry: «Se voti per lui cooperi con le forze
del male. Non è questo un peccato da confessare?»,
ha dichiarato al New York Times l'arcivescovo Charles
Chaput, la più alta autorità cattolica
del Colorado. Affermazioni analoghe sono venute da prelati
di altri Stati, dal Missouri all'Ohio al West Virginia.
Altre voci nel mondo cattolico si sono levate per contestare
queste posizioni integraliste e per sostenere che se
Kerry è criticabile sull'aborto, Bush lo è
per la pena di morte e la guerra in Iraq.
Difficile dire chi la spunterà, anche perché
la battaglia non si decide nelle grandi città
dove forse prevalgono posizioni laiche anche tra i cattolici.
I sondaggi di fine settembre vedevano favorito il presidente
tra l'elettorato cattolico (il Pew Research Center gli
attribuiva un margine di sette punti percentuali, più
che raddoppiato rispetto ai dati di agosto), ma i dibattiti
televisivi possono aver cambiato la situazione.
Massimo Gaggi
Tratto da “Corriere della
Sera” del 13/10/2004
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