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Le guerriere
democratiche anti-Cons e pro diritti per le lesbiche
Sono arrivate a Boston con uno slogan provocatorio:
«A woman’s place is in the house».
Ma la «casa» cui si riferiscono non è
il focolare dove per anni hanno languito le loro nonne
e mamme ma la House of Representative, il cui capo di
minoranza da due anni è una di loro. Nancy Pelosi,
la sessantaquattrenne ex madre coraggio della California
che dopo aver tirato su cinque figli è diventata
la prima donna della storia a essere eletta ai vertici
del Congresso Usa.
«Sarà la convention democratica più
rosa della storia», promette Alice Huffman, presidente
del Democratic National Convention Committee. Sotto
i riflettori sfileranno tutti i volti vecchi e nuovi
dell’universo femminile democratico. Dall’ex
segretario di Stato Madeleine Albright alla deputata
del Wisconsin Tammy Baldwin, prima lesbica dichiarata
del Congresso e leader nella crociata per legittimare
il matrimonio tra gay.
Ci saranno le nove senatrici donne (tra cui le «matriarche»
Barbara Boxer e Dianne Feinstein) e le first lady di
diritto Jennifer M. Granholm e Janet Napolitano (governatrici
del Michigan e dell’Arizona) e per matrimonio
(Teresa Heinz Kerry ed Elizabeth Edwards, mogli dei
due candidati alla presidenza). «Se la convention
è lo specchio del Paese, l’America ha fatto
molti passi avanti», commenta Sandra Hochman,
la celebre scrittrice e regista femminista autrice di
«Year of the Woman», documentario «cult»
sulla Convention democratica di Miami del ’72,
teatro della prima riunione ufficiale del National Women’s
Political Caucus.
Mentre il movimento delle donne bruciava i reggiseni
nelle piazze, la cinepresa della Hochman s’intrufolava
dentro l’affollatissima arena di Miami dove un’orda
di delegati impazziti denudavano tra urla animalesche
una spogliarellista bionda avvolta da una guaina di
paillettes dorate. Trent’anni dopo, la cinquantaquattrenne
senatrice del Michigan Debbie Stabenow gira per i corridoi
della Convention di Boston con un trofeo al guinzaglio:
il marito Tom di 12 anni più giovane, che per
amor suo ha lanciato l’emittente liberal «Democracy
Radio», contro i talk show di destra alla Rush
Limbaugh odiati dalla moglie. In comune le nuove eroine
dell’era Kerry hanno il rifiuto quasi istintivo
di differenziare tra tematiche «femminili»
e «maschili». L’italo-americana Janet
Napolitano, che nel 2002 fu eletta in uno Stato per
tradizione repubblicano, è finita in prima pagina
come la prima governatrice a bandire l’outsourcing
dall’Arizona ai centri telematici di India e Messico.
E a Boston tutti sanno che il più vetriolico
attacco alla politica estera di Bush è venuto
da un’altra illustre «ex mamma in scarpe
da tennis»: la senatrice di Washington Patty Murray,
ex insegnante che, parlando a un gruppo di studenti,
si è chiesta «dove diavolo era l’America
quando Bin Laden spendeva i suoi miliardi per costruire
scuole e ospedali nei Paesi che adesso ci odiano?».
Per queste nuove guerriere del partito democratico,
persino l’intervento a basso profilo di Hillary
Clinton è un segnale della forza del movimento.
«Ha scelto di esibirsi in un’orchestra,
non da sola, perché l’unione fa la forza»,
teorizza Barbara Mikulski, la potentissima senatrice
di origine polacca del Maryland. Lei ne sa qualcosa.
«Nella nostra famiglia erano le donne a portare
i pantaloni - racconta -: alla scuola cattolica dove
ho studiato, le suore mi hanno insegnato che noi donne
siamo forti e capaci e possiamo rivoluzionare il mondo
senza cambiare mai guardaroba». Le toilette delle
delegate oggi sono molto più morigerate di quelle
della Marilyn di Miami nel ’72? «Certo -
replica la Mikulski -, per fortuna i tempi sono cambiati».
Alessandro Farkas
Tratto da “Corriere della
Sera” del 27/07/04
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