
 |
Il matrimonio
gay non si deve fare e per provare a bloccarlo in extremis
calano nel centro di Madrid circa duecentomila persone
(un milione secondo gli organizzatori) raccolte da tutti
gli angoli della Spagna. Un tentativo, naufragato, di
riconquista cattolica in un paese divenuto più
che mai laico e tollerante.
A organizzare e muovere la piazza ci pensa il Foro
spagnolo della famiglia, insieme di 5.000 organizzazioni,
molte in odore di Opus Dei, legionari di Cristo e neocatecumeni,
dietro i quali si muovono la Chiesa cattolica ed il
Partido popular, Pp, prima forza dell'opposizione. La
manifestazione inizia alle sei di pomeriggio con una
vera e propria cannonata di migliaia di confetti. Poi
si alza un immenso striscione azzurro sorretto da palloncini
gialli e sormontato da un esplicito «La famiglia
sì importa», musica a tutto volume, dietro
una marea di gente, famiglie, tanti bambini, palloncini,
molti preti, suore, cartelli, canzoni, innumerevoli
bandiere spagnole, di tutte le dimensioni (cosa che
ha sempre un valore politico). Aria di festa. «Non
siamo contro gli omosessuali, siamo contro una legge
che scardina l'essenza del matrimonio, l'unione tra
un uomo ed una donna» dice il presidente del Foro
della famiglia, José Gabaldon. La realtà
è però diversa, la manifestazione è
contro i diritti degli omosessuali, quindi contro gli
omosessuali, e per interposta persona contro il governo
socialista, che vuole riconoscere i loro diritti. «Chi
manifesta oggi lo fa per esigere che un diritto venga
tolto ad altri», ribatte Maria Teresa Fernadez
de la Vega, di professione vice premier. Dietro allo
slogan «La famiglia sì che interessa. Per
il diritto ad una madre ed un padre. Per la libertà»
si cela l'obiettivo di bloccare l'approvazione definitiva
della legge che riconosce agli omosessuali il diritto
di sposarsi e di adottare, un testo che dovrebbe diventare
norma il prossimo 30 giugno dopo il voto definitivo
del Senato. Ma c'è anche dell'altro. Per la Chiesa
si tratta di una battaglia a tutto campo dopo la sfida
di modernizzazione lanciata da Zapatero con la soppressione
dell'obbligatorietà dell'ora di religione, con
il divorzio accelerato (approvato dalla Camera bassa),
l'allargamento dell'aborto (progetto di legge) e la
promessa di una legge sull'eutanasia. E poi ci sono
i soldi, i timori per un'eventuale ridiscussione del
finanziamento degli ordini religiosi e per una ancora
meno probabile rinegoziazione del Concordato del 1976
che prevede l'esenzione fiscale per la Chiesa.
Poi c'è il Pp che in queste ultime due settimane
ha riscoperto la pressione della piazza con tre diverse
manifestazione di massa: una contro il dialogo con l'Eta,
una contro la riforma territoriale dello stato (la motivazione
ufficiale era contro la restituzione degli Archivi della
Guerra Civil da Salamanca alla Catalugna) e l'ultima
la ciliegina di ieri. Tre manifestazioni contro. Il
tutto a un giorno dal voto in Galizia, terra conservatrice
governata da sempre da Manuel Fraga, ex ministro di
Franco e che invece oggi potrebbe cambiare colori.
E così Chiesa e Pp vanno a braccetto in questa
missione. Non è un caso che dietro al secondo
striscione, «Per un diritto ad una madre ed un
padre», si schieri l'arcivescovo di Madrid ed
ex presidente della Cee, la Conferenza episcopale spagnola,
Antonio Maria Rouco Varela, e al suo lato Angel Acebes,
segretario generale dei popolari, Eduardo Zaplana, portavoce,
quattro ex-ministri dell'era Aznar e pure la moglie
di quest'ultimo, Ana Botella, assessore comunale e ieri
facenti le veci del sindaco. Altri venti vescovi (su
78) erano sparsi nel corteo tra i loro fedeli, un fatto
eccezionale visto che è da trent'anni, ossia
dalla Transizione, che le alte cariche della curia non
scendono in piazza. Assente invece il presidente della
Cee, Ricardo Blazquez e il potente arcivescovo di Siviglia,
Carlos Amigo. Il silenzio di Blazquez stride con l'attivismo
del suo predecessore Varela, segno che la Chiesa spagnola
vive al suo interno una certa frizione tra il vecchio,
ultraconservatore, ed il nuovo, più aperto al
dialogo ma poco favorito dal nuovo papa. In piazza c'è
tutta la Spagna cattolica. Tre aerei dalle Canarie,
uno da Melilla, enclave spagnola in terra africana,
uno dalle Baleari, dieci treni speciali, 500 autobus,
rappresentanze da Francia e Usa, organizzazioni di educatori
e di antiabortisti. 500 giornalisti ed altrettanti volontari
a vegliare sull'evento.
All'inizio Plaza Cibeles è collassata di gente,
alle otto di sera il discorso finale in Puerta del Sol,
centro di Spagna. Cristina Lopez Schlichting, giornalista
della catena radiofonica cattolica Cope, legge il messaggio
finale: si chiede al governo di ritirare il progetto
di legge ed a regolare l'adozione in modo da garantire
il «diritto di ogni bambino ad avere un padre
ed una madre». Applausi, canti, altre due cannonate
di confetti e migliaia di palloncini. Il 30 giugno si
approva definitivamente la legge, il due luglio la risposta
dei collettivi omosessuali: al gay pride sono attese
oltre un milione e mezzo di persone.
Ippolito Carparelli
Tratto da “Il Manifesto”
del 19/06/05
|