
 |
I Paesi Bassi
faro della tolleranza in ogni campo. Dopo gli ultimi
avvenimenti, cosa potrà succedere…
Canzonatore dell'islam e provocatore patentato, il
regista Theo Van Gogh aveva ricevuto minacce di morte
dopo la messa in onda alla televisione del suo cortometraggio
Sottomissione!, alla fine di agosto del 2004, un film
che denunciava le discriminazioni e le violenze imposte
alle donne nelle società islamiste (1). Il suo
assassinio avvenuto in strada ad Amsterdam per mano
di un islamista radicale marocchino-olandese, Mohammed
B., il 2 novembre 2004, ha provocato forti tensioni
intercomunitarie e vampate di atti anti-musulmani. Alcune
personalità si preoccupano dell'ondata di islamofobia
nel proprio paese e uno dei rabbini più eminenti,
Awraham Soetendorp, non esita a paragonare la situazione
dei musulmani a quella degli ebrei tra le due guerre,
denunciando il clima in cui tutti i musulmani vengono
etichettati allo stesso modo... come estremisti e terroristi.
Vista la situazione, il paragone tra islamofobia e antisemitismo
dell'epoca è eccessivo e racchiude un grido d'allarme
preventivo.
Fin dai primi attentati contro una dozzina di moschee
e di scuole coraniche (come contro le chiese cristiane),
il ministro-presidente cristiano democratico Jan Peter
Balkenende, si è recato sul posto per esprimere
la propria solidarietà alla comunità musulmana.
Ciononostante, il rabbino Soentedorp ha buone ragioni
per allarmarsi. I ricercatori della fondazione Anna
Frank dell'università di Leyda hanno rivelato
in Monitor racisme en extreem-rechts (Monitoraggio razzismo
ed estrema destra), pubblicato il 15 dicembre 2004 e
che copre il periodo 2003-2004, che dall'omicidio di
Theo Van Gogh si sono contati 174 incidenti a carattere
razzista, di cui più del 60% ha avuto come obiettivo
la comunità musulmana. I ricercatori confermano
una recrudescenza dell'attivismo di estrema destra,
che sarebbe responsabile del 15% di queste violenze,
ovvero una volta e mezza più del 2003 e due volte
più del 2002. I quattro gruppuscoli di estrema
destra (l'Unione popolare olandese, l'Alleanza nazionale,
la Nuova destra e il Nuovo partito nazionale) hanno
intensificato le loro diatribe anti-islamiche. Dopo
l'assassinio del regista, i primi tre hanno registrato
un afflusso di nuovi membri, modesto ma reale. Un successo
preoccupante in un paese che si rallegrava di avere
un'estrema destra insignificante sul piano elettorale
- non sorpassava il 3% nonostante un metodo elettorale
favorevole (il proporzionale integrale).
Prima di essere assassinato, il 6 maggio 2002, da un
olandese «puro» militante della causa animalista,
l'omosessuale militante Pim Fortuyn aveva acquisito
grande notorietà criticando violentemente la
politica multiculturale dei poteri pubblici e denunciando
la «minaccia di islamizzazione» della società.
Ispirandosi alla sua spettacolare ascesa, il neo-populista
Geert Wilders, ex membro del Partito liberale, ha recentemente
fondato un nuovo partito, il Gruppo Wilders, che si
rivendica apertamente erede di Fortuyn.
Un milione di musulmani Fino all'inizio degli anni
'90, il dibattito pubblico e politico sulle popolazioni
immigrate riguardava essenzialmente il loro ritardo
socio-economico. Dopo l'apparizione di Pim Fortuyn,
esso si è concentrato sugli aspetti culturali
e religiosi e sull'incapacità dei musulmani di
integrarsi. L'omicidio di Theo Van Gogh, venuto dopo
quello di Pim Fortuyn e dopo gli attentati di New York
e di Madrid, ha rilanciato con violenza la discussione.
Tanto che dal 2 novembre 2004 la deputata del partito
liberale Vvd, Ayaan Hirsi Ali, di origine somala e co-autrice
con Theo Van Gogh di Sottomissione! è stata minacciata
di morte e ha dovuto passare settantacinque giorni in
clandestinità sotto stretta protezione.
Geert Wilders teme anch'egli per la propria vita, così
come altre personalità olandesi ormai sotto protezione
della polizia come Job Cohen, sindaco socialdemocratico
di Amsterdam e fervente sostenitore del dialogo interculturale,
e uno dei suoi collaboratori, Ahmed Abutaleb.
Quest'ultimo, di origine marocchina e musulmano praticante
che si occupa della questione dell'integrazione ad Amsterdam,
ritiene che gli immigrati (musulmani) debbano fare degli
sforzi per integrarsi; il 4 novembre aveva ingiunto
alla comunità marocchina di segnalare alle autorità
ogni individuo «che rischiava di sorpassare la
linea gialla».
In questo paese tranquillo, considerato il «regno
della tolleranza», sia l'opinione pubblica che
la classe politica, di qualsiasi orientamento, vivono
molto male questi avvenimenti, convinti fino a oggi
che la violenza fosse esclusa dal dibattito politico.
Di fronte alla penuria di manodopera, i Paesi bassi
hanno fatto appello a un gran numero di lavoratori del
bacino mediterraneo: Spagna, Portogallo, poi più
tardi, Turchia e Marocco (2). Nonostante un arresto
di questo reclutamento nel 1973, dopo la prima crisi
petrolifera, il flusso non si è concluso poiché
la maggior parte dei gastarbeiters (lavoratori «ospiti»)
che erano rimasti nei Paesi bassi, ha fatto venire la
propria famiglia.
Attualmente si contano circa 920.000 musulmani - le
comunità turca e marocchina sono le più
ampie - su una popolazione di più di 16 milioni
di abitanti (il 5,7 % della popolazione). Per lo stato
olandese, l'identità religiosa non viene percepita
come un freno all'integrazione delle minoranze, ma piuttosto
come una leva per l'accelerazione - lo stato nazione
olandese infatti si è costituito nel XIX secolo
attraverso l'emancipazione delle sue minoranze cattolica,
ebraica e protestante non calvinista, e ha permesso
loro una coesistenza pacifica. Di fatto, i musulmani
si sono calati nel modello della «pilastrizzazione»
- approccio specifico della società olandese
quanto a rapporti tra lo Stato e le Chiese - e hanno
costituito essi stessi una sorta di «pilastro»
(vedi box).
Molto presto le autorità hanno elargito ai non-olandesi
i (certo insufficienti) diritti giuridici, sociali e
politici. Gli immigrati residenti da cinque anni nei
Paesi bassi senza soluzione di continuità sono
elettori e sono eleggibili alle elezioni municipali.
Più di 200 persone di origine musulmana siedono
oggi in un consiglio municipale, e come in Francia,
gli stranieri naturalizzati hanno tutti i diritti legati
alla cittadinanza. Tanto la camera dei rappresentanti
che gli stati provinciali contano tra i propri membri
un discreto numero di eletti provenienti dall'immigrazione
e/o musulmani.
Nella difesa dei loro interessi, i musulmani hanno usato
i meccanismi della democrazia appoggiandosi alla tradizione
di pluralismo segmentato ereditato dalla «pilastrizzazione».
Certo, la Costituzione è stata modificata nel
1983 e i legami finanziari diretti che potevano ancora
sussistere tra lo stato e alcune chiese sono stati definitivamente
tagliati. Ma i principi di libertà religiosa,
di libertà di insegnamento e di uguaglianza rimangono
principi fondamentali.
La politica di integrazione messa in atto a partire
dal 1983 va a contribuire a una più grande visibilità
della comunità musulmana in quanto tale così
come al riconoscimento dell'islam. I poteri pubblici
accordano permessi di costruzione per le moschee, ampie
sovvenzioni alle associazioni, ai media e alle scuole
musulmane. I musulmani vedono molte delle loro rivendicazioni
soddisfatte, come quelle che riguardano la macellazione
rituale, la possibilità di prendere giorni di
permesso (pagati o meno) per motivi religiosi, l'insegnamento
coranico nelle scuole pubbliche e la creazione di scuole
islamiche sovvenzionate dai poteri pubblici (3). Le
loro associazioni vengono consultate dai responsabili
politici che si occupano della questione dell'integrazione.
Da un lato, in nome della separazione tra stato e chiesa,
i musulmani (dal 1983) non possono granché sperare
in un sostegno pubblico per questioni riguardanti la
sfera religiosa. Dall'altro, appartenendo nella loro
stragrande maggioranza a «minoranze etniche»
ovvero, agli occhi dei poteri pubblici, a popolazioni
svantaggiate essi devono essere aiutati affinché
si trovino su un piano di uguaglianza con gli «autoctoni».
Se, dal 1986, lo stato non sovvenziona più la
costruzione di chiese o moschee, le associazioni musulmane
possono ottenere sovvenzioni se seguono un percorso
«che favorisca l'integrazione».
Durante gli anni di forte immigrazione ('60-'70), e
anche negli anni '80, la maggior parte degli olandesi
- a eccezione dell'estrema destra - ha accolto questi
nuovi venuti in modo piuttosto favorevole, almeno in
apparenza. Il rapporto del 2004 dell'Ufficio del piano
sociale e culturale (Scp) ci informa invece che nel
corso di questi ultimi anni una parte di olandesi si
preoccupa dell'arrivo di questi lavoratori ospiti, sempre
di più chiamati «alloctoni», che
vengono a far loro concorrenza sul mercato del lavoro
e in particolare nei settori di lavoro poco qualificato
(4). In un periodo di recessione economica, la preoccupazione
dà spesso spazio al rigetto. Ma in piazza non
se ne parla. Razzismo e intolleranza nei Paesi bassi
sono tabù.
Durante l'estate del 1991, il leader della destra liberale
- e futuro commissario europeo «sotto» Romano
Prodi - Frits Bolkestein apre tuttavia un dibattito
sul modello di integrazione e sull'islam, le cui norme
e valori sarebbero «incompatibili» con quelli
della società olandese - liberalismo, tolleranza
ed emancipazione. Bolkenstein redarguisce poi la sinistra
olandese, che accusa di ingenuità e di cecità
rispetto all'islamismo rampante. Verso la fine degli
anni '90, una parte sempre più ampia dell'opinione
pubblica e numerosi politici e intellettuali rimettono
in causa il «modello olandese» della «società
multiculturale».
Le critiche diventano così violente che i poteri
pubblici decidono un ri-orientamento ed esigono dai
nuovi arrivati e dalle minoranze che si adattino meglio
alla società che li accoglie. Il 30 novembre
1998 entra in vigore la legge relativa all'integrazione
(Win), che obbliga ogni «nuovo venuto» a
iscriversi a uno «corso di integrazione»
a compimento del quale verrà deciso se deve seguire
un programma che comprenda dei corsi di olandese, di
orientamento sulla società olandese così
come dei corsi di orientamento professionale (5). Peraltro,
i poteri pubblici si chiedono se si debba permettere
ai musulmani di fondare le loro istituzioni. Oltre al
timore di ingerenze straniere o di influenza delle organizzazioni
islamiche internazionali, alcuni avanzano che questo
potrebbe frenare la loro integrazione. I poteri pubblici
hanno ormai istituito la formazione di imam in olandese.
Nel gennaio 2000, Paul Scheffer, uno degli intellettuali
faro della socialdemocrazia, si preoccupa della «sovrarappresentazione»
della seconda generazione di immigrati nelle statistiche
della disoccupazione e della delinquenza (la disoccupazione
dei giovani provenienti dall'immigrazione turca e marocchina
è del 10%, ovvero tre volte più di quella
dei giovani olandesi «puri») e dell'attendismo
dei poteri pubblici. Come Bolkenstein, Scheffer ritiene
che i musulmani debbano rispettare l'evoluzione della
società verso un maggior liberalismo (dei costumi),
la separazione stato-chiesa, i diritti delle donne e
degli omosessuali.
La famosa tradizione di tolleranza maschera, secondo
lui, molta indifferenza e condiscendenza: «Viviamo
gli uni accanto agli altri, senza incontrarci: ognuno
con il suo bar, la sua scuola, i suoi idoli, la sua
musica, la sua fede, il suo macellaio e presto la sua
strada o il suo quartiere (6)».
L'islam come fattore di non integrazione diventa un
tema tanto più presente quanto la critica viene
fatta da intellettuali o da scrittori conosciuti, essi
stessi provenienti dall'immigrazione. In un'intervista
alla rivista Elsevier, nell'aprile 2003, lo scrittore
di origine marocchina Hafid Bouazza dice: «Non
dobbiamo svendere la libertà in nome del multiculturalismo.»
Dopo aver subito a 5 anni l'escissione e fuggita in
seguito dal suo paese, nel 1992 per evitare un matrimonio
obbligato, la deputata Ayaan Hirsi Ali conduce dal canto
suo una vera crociata contro l'islam in nome del femminismo
e del liberalismo.
Le sue critiche vengono mal accettate da una parte
della comunità musulmana. Il suo ateismo militante
mette a disagio anche gli olandesi, sensibili del resto
alle sue argomentazioni.
Il problema (della sconfitta) dell'integrazione degli
«alloctoni» di cultura musulmana è
diventato man mano il tema di società numero
uno nei Paesi bassi, anche all'interno della sinistra.
Portavoce della sinistra verde, Femke Halsema si è
pubblicamente preoccupata del fatto che molti giovani
provenienti da famiglie immigrate turche o marocchine
vadano a cercare una moglie (o un marito) nel paese
d'origine dei genitori, e che quindi ci siano così
pochi matrimoni misti.
L'omicidio di Theo Van Gogh ha messo l'insieme della
società di fronte al terrorismo cosiddetto islamico,
fenomeno che essa credeva riservato all'estero. I servizi
di informazione generale olandesi (Aivd), stimano il
numero di islamisti radicali attivi nei paesi bassi
i 100 e 200; e tra 1.000 e 1.500 le persone che graviterebbero
intorno a questa tendenza estremista. In ogni modo,
pur facendo notare che «un debole potenziale di
estremismo religioso può, in alcune circostanze,
essere sufficiente per provocare un serio sconvolgimento
della società», la pubblicazione del Scp
dedicata alla religiosità dei turchi e dei marocchini
che vivono nei Paesi bassi conclude che il loro entusiasmo
per «l'ostracismo religioso» è piuttosto
debole e che l'islam viene sempre di più vissuto
in modo individuale.
Siamo lontani da una pretesa «minaccia islamica».
Eppure, dall'11 settembre, si ordina loro di pronunciarsi
sul terrorismo di al Qaeda e di condannarlo con più
vigore dei non musulmani. Chiediamo forse ai cattolici
di renderci conto quando l'Esercito repubblicano irlandese
(Ira) commette attentati mortali in nome del cattolicesimo?
L'attuale dibattito sembra trascurare un dato essenziale
dell'integrazione degli «alloctoni» (musulmani
o meno): quello della loro integrazione socio economica.
A dispetto di recenti e netti miglioramenti, il rapporto
2003 del Scp constata che nella categoria attiva, solo
la metà degli alloctoni non occidentali ha un
lavoro - questa cifra è ugualmente dovuta alla
partecipazione insufficiente delle donne e al fatto
che molti alloctoni sono giovani e vanno ancora a scuola.
Rimangono sovrarappresentati nei mestieri poco qualificati
e mal pagati. Un quarto tra loro riceve i sussidi di
disoccupazione (10% della seconda generazione). Molti
immigrati turchi e marocchini della prima generazione
vivono del sussidio di incapacità nel lavoro
(Wao) (7) che dopo la seconda crisi petrolifera nel
1979 «è stato usato su vasta scala per
attenuare le ricadute dell'esclusione dal mercato del
lavoro dei lavoratori immigrati turchi e marocchini.
Così si offriva loro una copertura confortevole
ma in quanto gruppo gli si infliggeva il sospetto di
inattività economica (8)». In una tesi
di dottorato sostenuta nel febbraio 2005 il sociologo
Frank van Tubergen ha mostrato che i datori di lavoro
preferiscono assumere «personale bianco e cristiano
(9)».
Questa discriminazione nelle assunzioni, spiega in
parte perché il tasso di disoccupazione degli
«alloctoni» sia cinque volte più
alto che tra gli autoctoni e perché molti di
loro non abbiano più energie per protestare.
Non si può non constatare una relativa concentrazione
di alloctoni non occidentali nei quartieri vecchi e
pauperizzati delle grandi città. Gli olandesi
parlano allora, e senza virgolette, di quartieri neri.
Molte famiglie autoctone si trasferiscono nei comuni
vicini, e per timore di un insegnamento di qualità
inferiore, mandano i loro figli nelle scuole chiuse
o poco aperte ai figli di immigrati, le cosiddette scuole
bianche. La micro-classe media emergente alloctona inizia
a imitare questo comportamento.
In un saggio molto critico sul clima attuale e in particolare
sul comportamento di una buona parte dei media e della
classe politica, lo storico Geert Mak (10), mette in
guardia i suoi concittadini contro la propaganda semplificatrice
dei «mercanti della paura» e la tentazione
del neo-populismo nazionalista. Li esorta a riprendere
la propria tradizione di dialogo e di concertazione,
e a non lasciarsi trascinare in un confronto tra culture
e religioni.
note:
- Parlando ogni tanto dei musulmani come di «baiseurs
de chèvres» («scopatori di capre»),
ugualmente abituato a prese in giro antisemite, Theo
Van Gogh reclamava il diritto di prendersela con il
«fondamentalismo musulmano» come faceva
con i cattolici e con i protestanti tradizionalisti.
- Numerosi cittadini del Suriname hanno ugualmente
scelto di trasferirsi nei Paesi bassi nel 1975, poco
prima dell'indipendenza del proprio paese (fino a
quel momento colonia olandese), seguiti negli anni
'80 da olandesi delle Antille (Aruba, Bonaire, Curaçao)
così come da numerosi richiedenti asilo. Marie-Claire
Cécilia
- Esistono trentasette scuole elementari islamiche
e due scuole secondarie islamiche sovvenzionate dallo
stato. In alcune scuole pubbliche è fornito
un insegnamento coranico, spesso sovvenzionato dalle
amministrazioni locali. Le due università islamiche
(Rotterdam e Schiedeam), sono invece private e non
percepiscono nessun aiuto dai poteri pubblici.
- Moslim in Nederland, Een onderzoek naar de religieuze
betrokkendheid! van Turken en Marokkanen, Samenvatting,
Ercomer-Universiteit Utrecht, SCP, L'Aia, 2004.
- Questi corsi sono obbligatori sotto pena di sanzioni
finanziarie (sui sussidi di disoccupazione, ecc).
Le municipalità in cui si stabiliscono i nuovi
arrivati sono incaricate dell'esecuzione del programma.
- «Het multiculturele drama», Nrc Handelsblad,
Amsterdam, 29 gennaio 2000,
- Questo vale anche per molti autoctoni. Un sesto
dei salariati tra i 16 e i 65 anni ricevono il Wao,
ovvero 980 000 persone.
- Vedi Anita Böcker, Ines Michalowski, Dietrich
Thränhardt, «Succès et échecs
des politiques d'intégration. Réévaluer
les modèles allemands et néerlandais»,
Les modèles d'intégration en questions.
Enjeux et perspectives, a cura di Michel Pélissier
e Arthur Paecht, Sonacotra, Iris, Puf, Paris, 2004.
- Si legga, «Voorkeur voor christelijke werknemers»,
Trouw, Amsterdam, 8 febbraio 2005.
- Geert Mak, Gedoemd tot kwestbaarheid (Condannato
alla vulnerabilità), Atlas, Amsterdam e Anversa,
2005.
(Traduzione di P. B.)
Marie Claire Cécilia
Tratto da “Le Monde Diplomatique”
del marzo 2005 |