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La Casa Bianca:
"La voce del popolo deve prevalere sui giudici
attivisti". Negli Usa sono già 38 Stati
su 50 a consentire le "unioni civili"
Quella frontiera della libertà che Bush vuole
esportare nel mondo, non deve estendersi alla libertà
di sposarsi per i gay. Ha tracciato la sua linea elettorale
sulla sabbia e ha detto «no» al matrimonio
fra cittadini dello stesso sesso. Il «conservatore
compassionevole» ha ancora una volta scelto la
conservazione e non ha avuto compassione dei mille e
quattrocento cittadini che da dieci giorni fanno la
fila davanti al municipio di San Francisco per ottenere
una licenza matrimoniale e su chi fa il tifo per loro
dal resto del Paese nel silenzio di una speranza impronunciabile.
Ha annunciato che proporrà di cambiare la Costituzione
americana per stabilire una volte per tutte che il matrimonio
è riservato a persone di sesso opposto.
«La voce del popolo deve prevalere sulle decisioni
di giudici attivisti», ha detto Bush con uno slogan
classico, riferendosi alla sentenza della Corte Suprema
del Massachusetts che aveva riconosciuto il diritto
a chiunque, gay o non gay, di sposarsi civilmente e
pensando ai sondaggi che indicano l’opposizione
di una maggioranza di interrogati. Dobbiamo «impedire
che il significato del matrimonio venga cambiato per
sempre».
«Oggi Bush ha dichiarato guerra ai diritti civili
dei cittadini americani omosessuali e, cosa anche più
grave, ha dichiarato guerra al più sacro documento
della nazione», ha commentato con enorme amarezza
un leader della comunità gay, il commentatore
e attivista Andrew Sullivan, che pure si era schierato
incondizionatamente con Bush per l’intervento
in Iraq e l’esportazione armata della democrazia.
Per mesi Bush aveva tentennato, alludendo ma senza
sporgersi troppo, lasciando intravvedere senza decidersi,
nella speranza che la propria popolarità e il
consenso patriottico attorno alla sua guerra avrebbero
garantito la vittoria alle presidenziali, senza dover
tagliare questo nodo costituzionalmente intricato e
moralmente esplosivo. Ma il collasso nei favori popolari
e l’inaspettata forza iniziale degli oppositori
democratici in novembre, Kerry o Edwards, hanno riportato
il timor di Dio tra i suoi strateghi elettorali. Occorreva
urgentemente assicurare almeno la fedeltà della
«destra cristiana» fondamentalista e intollerante.
«Se non prendessimo provvedimenti, ci dovremmo
aspettare nuove sentenze e nuove decisioni arbitrarie
di amministratori locali».
È stata dunque la sfida alla legge del sindaco
di San Francisco Gavin Newsom, che ha improvvisamente
e arbitrariamente deciso di concedere licenze matrimoniali
a gay e lesbiche scandalizzando addirittura «the
Gropinator», il palpeggiatore e governatore Schwarzenegger,
a spingere Bush alla proposta di questo «Federal
Marriage Amendment» che deve «definire una
volta per tutte la natura del matrimonio» e impedire
che «decisioni e legislazioni locali creino confusione
negli Stati Uniti».
L’ apparente contraddizione fra il dogma storico
della destra repubblicana e federalista che vuole la
massima autonomia delle amministrazioni locali contro
il «centralismo statalista» delle sinistre
non turba Bush. I sondaggi dicono che la maggioranza
dei cittadini non approva il «matrimonio gay».
E lui, che aveva promesso solennemente di «non
guardare ai sondaggi per governare» nella campagna
del 2000, guarda ai sondaggi e si schiera: tra il 60
e il 70 per cento dei cittadini si oppongono.
Ma volere non significa avere, neppure in una repubblica
Presidenziale e soprattutto se si vuole modificare un
documento come la Costituzione americana dove la parola
«matrimonio» non compare mai e invece «ogni
discriminazione su base di razza, credo, origine etnica
e sesso» è espressamente vietata.
Aggiungere un 28esimo articolo ai 27 che emendano la
Costituzione è un processo complicato e concepito
proprio per evitare che la tirannide della maggioranza
o gli umori di un Presidente possano modificare il documento
fondamentale della storia e della democrazia americana,
sul quale giurano i soldati come i governanti.
Per divenire legge, un emendamento deve essere approvato
separatamente da Camera e Senato, con una maggioranza
dei due terzi. L’articolo approvato deve poi passare
all’esame dei 50 Stati che lo devono accettare
anche loro con voto dei due terzi delle proprie assemblee
legislative e in un numero di stati, di nuovo, che non
sia inferiore ai due terzi. Occorre dunque un consenso
nazionale schiacciante - la formula dei due terzi ovunque
- perché la Costituzione sia emendata e questa
certezza collettiva e preponderante per negare il diritto
di matrimonio (civile) agli omosessuali, non esiste.
Al contrario, l’opposizione a questa «empietà»
come la chiama Ralph Reed, il leader dei 30 milioni
di elettori della Coalizione Cristiana, è in
continua erosione. 38 stati su 50 consentono già
l’"unione civile" ed escludere la formula
del «matrimonio legale» per coppie ormai
legate da un contratto formale davanti alla legge sembra,
almeno ai «giudici militanti» una distinzione
moralistica, ideologica e punitiva, che appartiene alla
sfera delle fedi, non della Costituzione civile.
Ecco appunto la necessità elettorale di introdurre
una modifica alla Costituzione per stroncare la marcia
degli omosessuali verso una unione sancita dai singoli
stati, come per secoli fu bloccata l’empietà
della «miscegenation», del matrimonio fra
bianchi e neri. E’ altamente improbabile che il
28esimo emendamento anti-gay possa essere approvato
nei pochi mesi prima delle elezioni. Ma non è
salvare la santità del sacramento matrimoniale,
che comunque rimarrebbe, nella propria forma sacramentale,
affidato alle religioni e alle fedi, è salvare
il proprio trono, distraendo l’opinione pubblica
dai problemi dell’economia e della guerra, con
un dibattito nazionale che lui si augura, ipocritamente,
che sia «civile e composto». E soprattutto
metta nei guai gli avversari democratici che leggono
anche loro gli stessi sondaggi e brancolano nell’incertezza
e nell’ambiguità.
Vittorio Zucconi
Tratto da “La Repubblica”
del 25/02/04
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