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Ancora una
volta il 1° dicembre sembra l’unica occasione
per parlare di HIV.
Ma quest’anno occorre denunciare con forza un
tentativo subdolo per giustificare gravi inadempienze
in tema di prevenzione.
È un primo dicembre particolare per InformaGay,
il primo senza Emilia Ferrara che, proprio per il virus
HIV, ha perso da qualche mese la sua vita.
Questa è stata una delle ragioni che ci ha in
qualche modo frenati al pensiero di realizzare in questa
data, come da molti anni facciamo, qualche azione informativa
o dimostrativa legata alla lotta al pregiudizio ed alla
prevenzione della epidemia.
Ma i nostri occhi e nostre orecchie sono aperte. All’interno
della nostra associazione e della redazione ci siamo
scambiati opinioni, articoli, mail per discutere del
putiferio che, come ogni anno, le dichiarazioni intorno
al 1° dicembre sollevano.
Tutti si sentono autorizzati a parlare ed a dire la
loro e, se permettete, vogliamo spendere qualche parola
su una dichiarazione che ci ha indignato.
Non ci riferiamo alla polemica degli opuscoli dei ministri
Moratti e Sirchia: su questo è importante agire
ovunque possibile. InformaGay nelle prossime settimane
realizzerà alcuni interventi di prevenzione per
ricordare è importante usare il preservativo
e fare “sesso sicuro”, ma anche farlo e
poterne parlare liberamente, l’esatto contrario
del concetto di castità che buon senso e realismo
suggeriscono essere soltanto una ricetta valida sul
mercato moralista del consenso tra benpensanti e bigotti,
che gli stessi proponenti, ne siamo certi, non consiglierebbero
ai loro figli.
Vogliamo invece riferirci a un’intervista, apparsa
su “La Stampa” del 2 dicembre 2002, rilasciata
dal virologo dell’Istituto Superiore di Sanità,
Stefano Vella.
L’intervista dal titolo quasi innocuo “I
malati non sono più visti come portatori di morte”
– LINK - va letta con attenzione. Solleva un problema
cardine che, in quasi vent’anni di storia di HIV,
ciclicamente ritorna a farsi vivo: la richiesta di istituire
una schedatura delle persone sieropositive.
La proposta torna ciclicamente ma questa è la
prima volta in tanti anni che qualcuno realizza una
mossa molto astuta quanto subdola: elevare la schedatura
a strumento scientifico di conoscenza, fondamentale
per studiare la diffusione del virus. Non più
un tentativo per rinchiudere, tatuare o sterilizzale
le persone sieropositive, ma un modo molto tranquillizzante
per aiutarle e per capire come fare prevenzione.
Mettiamo in dubbio la buona fede di chi fa proposte
di questo tipo, la cui gravità va subito denunciata
con forza: una persona esperta del fenomeno HIV non
può far finta di non sapere che un “registro”
di questo genere può trasformarsi facilmente
in un’arma a doppio taglio.
Inoltre tutti sanno bene che non esiste nessuna garanzia
assoluta di anonimato, neanche con la possibilità
di “criptare” i dati di un registro di questo
tipo.
A noi sembra che questo sia solo un tentativo subdolo
per giustificare gravi inadempienze in tema di prevenzione.
Mentre altri paesi dell’unione europea fanno prevenzione
in tutti i giorni dell’anno, e non solo il primo
di dicembre, la diffondono capillarmente nelle scuole,
realizzano dibattiti e trasmissioni televisive in cui
le parti anatomiche del corpo e gli atti sessuali si
chiamano con il loro nome, si spiega come indossare
un preservativo, in Italia non la prevenzione si fa
male, dicendo come inutili a contrastare l’epidemia
e tralasciando le cose importanti.
Anziché proporre questo “registro-specchietto
per le allodole” questi luminari della scienza
ci dicano quali iniziative concrete, nel campo della
prevenzione o della ricerca, abbiano realizzato.
E la smettano di dire che per fare prevenzione in modo
serio, puntuale, organico, diffuso occorre una “schedatura”
scientifica delle persone toccate dall’HIV, perpetuando
i problemi di discriminazione che nessun antiretrovirale
combatte: essere sieropositivo significa purtroppo,
ancora oggi, essere marchiato con l’infamia e
trovarsi in molte situazioni a dover subire vessazioni
di vario genere. Per questo pensiamo che le associazioni
che si occupano direttamente di questi temi dovranno
fare fronte comune per contrastare la proposta avanzata
in questi giorni.
Facile parlare da una cattedra, senza essere sieropositivo.
Ma la paura e l’ignoranza sono ancora nemiche
da distruggere. Aggiungere a questa realtà anche
un registro ufficiale, significa dare una mano a chiunque,
politici o scienziati, volesse riproporre gli errori
degli anni 80, quelli in cui proprio gli “esperti”
parlavano di “categorie a rischio”, per
tranquillizzare se stessi e i benpensanti di turno,
contribuendo in tal modo alla diffusione del virus,
dando un falso senso di sicurezza a chiunque non si
sentisse coinvolto dal problema in quanto non appartenente
a tali categorie.
L’istituzione di un registro di questo tipo significherebbe
riproporre oggi le politiche sbagliate di ieri: si darebbe
un falso senso di sicurezza ai cittadini, che potrebbero
sentirsi tranquilli per il solo fatto di non esserci,
per il solo fatto di non essere uno di quella categoria,
di non essere in quella lista.
Oggi, come ieri e ancora domani è tempo perché
si impedisca ad altri di contagiarsi, ricordando a tutti
che fare l’amore è una cosa stupenda, usare
il proprio corpo per dare e ricevere con un uomo, con
una donna, con più uomini o con più donne
(purché adulti e consenzienti, cioè liberi
di scegliere). Ma che farlo sempre in maniera consapevolmente
protetta è l’unico modo per cui uno degli
aspetti più belli della vita non si trasformi
in un dramma.
Il nemico di tutti è questo maledetto virus che
ha già portato via troppe vite, ma degna compagna
di questo micro-organismo è la stupidità
e l’ignoranza della gente.
Noi omosessuali, noi transessuali, noi tossicodipendenti,
noi prostitute, noi sieropositivi, vogliamo ricordare
una delle cose che Emilia ci ha insegnato: che la stupidità
umana va combattuta, ma ancora di più vanno combattute
le proposte sbagliate, da chiunque siano avanzate, attraverso
la propria azione di conoscenza diretta delle situazioni
e il proprio impegno personale, mettendo in gioco se
stessi, fino al limite delle proprie forze, per cercare
di trasformare i propri ideali in un messaggio concreto
per chiunque viva una situazione analoga alla nostra.
di Piero Pirotto
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