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Mentre in
Francia a tre anni si fa una valutazione dell’impatto
di questo istituto giuridico (si veda articolo di Le
Monde), in Italia si lancia una campagna per arrivare
ad una legge simile… con quali ragionamenti alle
spalle?
In Francia le associazioni, il Governo, lo stesso presidente
della Repubblica e molti altri stanno ragionando a tre
anni dalla sua approvazione del valore della legge sui
pacs. Una valutazione molto fredda da ambo i lati: troppo
differente dalla parità di trattamento per le
associazioni omosessuali, troppo poco usato dai francesi
per riformarlo dall’altra. Insomma una legge che
se offre comunque una possibilità, comunque non
sembra rispondere alle vere esigenze delle persone omosessuali
e neanche alle necessità della società
francese di regolare delle unioni anche tra persone
dello stesso sesso.
Non un fallimento, ma una valutazione sembra a tutti
necessaria. Ed in Italia parte con l’appoggio
dell’Arcigay un’iniziativa popolare per
presentare una proposta di legge che in tal senso introduca
un istituto simile anche nel nostro paese. Un’iniziativa
che però non è stata, anche questa volta,
concordata con nessuno: nessun ragionamento alle spalle,
ma solo un’iniziativa nata sulla spinta di quanto
visto sui media dopo il celeberrimo matrimonio tra il
pisano ed il francese… guardacaso il primo un
noto esponente di Arcigay. Ancora una volta si è
pensato di agire senza confrontarsi all’interno
del movimento rischiando che accada ciò che sta
accadendo: ognuno avanti per sé senza l’appoggio
di altri (e di conseguenza anche questa volta nessun
risultato!), ed in più si è persa l’occasione
per parlare tra noi di quale famiglie intendiamo promuovere,
di quali diritti riteniamo insindacabili e per i quali
pensiamo tutti sia necessario fare una battaglia, possibilmente
comune.
La debolezza del movimento omosessuale trova anche in
questa occasione una conferma: l’ennesima ed ancora
una volta pesante. Da tempo molte associazioni sostengono
che la battaglia per il riconoscimento dei diritti non
deve partire per forza dal riconoscimento di un nuovo
istituto, ma che forse è per tutti più
pressante una legge antidiscriminatoria. Molte associazioni
sostengono che la richiesta di mezze soluzioni, che
si credono forse giustamente più accettabili
anche in questa legislatura (come se fosse in qualche
modo diversa dalla precedente o dalla sua possibile
alternativa – chi si ricorda ancora che Rutelli
non ha mai accettato di prendere pubblicamente posizione
neanche in campagna elettorale sulla questione dei diritti
delle persone omosessuali?), non sia comunque una strada
moralmente accettabile e che bisogna chiedere tutto
per poi eventualmente scendere a patti (ovviamente temporanei!).
Insomma, una nuova battaglia per una nuova sconfitta,
sembra il motto di ogni iniziativa delle organizzazioni
omosessuali italiane. Il che comporta fatica spesa per
nulla, in un momento in cui tutti i gruppi hanno serie
difficoltà a reperire volontari disponibili a
spendersi non solo per battaglie politiche e di principio,
ma anche solo per la semplice e pesante gestione quotidiana
che ogni circolo italiano si trova a dover affrontare.
Questo autolesionismo deve trovare una fine: più
volte InformaGay (non da sola!) ha cercato in questi
anni di trovare spazi e modi per almeno cominciare a
discutere insieme. Un’iniziativa partita dal Circolo
Pink di Verona di sederci tutti un paio di giorni a
discutere di dove si poteva andare insieme è
caduta nel vuoto, prima per difficoltà organizzative,
poi per caduta di tensione ed interesse.
Ora che ancora una volta stiamo cominciando a preparare
una battaglia che viaggia sulle spalle di tutti i gay
e di tutte le lesbiche di questo paese forse vale la
pena di fermarsi a riflettere: parliamo di diritti di
tutti, anche di chi nelle associazioni non è
coinvolto. L’atteggiamento di coloro che credono
di portare il “verbo” solo perché
hanno tessere fatte in varie discoteche dovrebbe arrivare
al suo termine: nessuno di noi può rappresentare
tutti, nessuno di noi è un portavoce riconosciuto…
su atti così fondamentali bisogna imparare a
parlare: spendendo meno tempo ed energie possibili e
con modalità accessibili a tutti (l’esperienza
di un coordinamento cittadino, macchinoso e senza regole
che stiamo sperimentando a Torino è l’inizio,
ma è necessario trovare una modalità di
lavoro che porti a risultati più concreti ed
in tempi più stretti, altrimenti, come sta iniziando
ad accadere, riunioni infinite anche solo per concordare
il nome di un’iniziativa porteranno tutti allo
sfinimento!).
Impariamo dall’esperienza degli altri e proviamo
a ragionare insieme su cosa e su come portare avanti
con più forze possibili, dando riconoscimento
alle differenze, ma unendoci nei percorsi comuni. Cominciamo
ad essere tutti un po’ troppo “vecchi”
per poterci permettere di sprecare energie!
Piero Pirotto |