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A Torino
il 25 ottobre un seminario organizzato dal Coordinamento
del PdCI “Pasolini” e da InformaGay. Una
riflessione a caldo.
Perché parlare di comunismo ed omosessualità?
Questa è la domanda che abbiamo affrontato insieme
alle compagne ed ai compagni del Coordinamento Pasolini
quando abbiamo cominciato a pensare alla giornata di
lavoro del 25 ottobre scorso.
Ognuno di noi ha cercato di dare una risposta personale
a questa domanda: la mia risposta arriva da un percorso
estremamente personale. Sono nato nel 1970, troppo tardi
per vivere la “rivoluzione” del ’68,
troppo presto per non vivere l’eco di quel periodo
nella mia infanzia, vissuta in una città di provincia,
con una grande tradizione comunista. Troppo presto per
non rimanerne influenzato nella mia formazione e nella
mia crescita personale.
Ho sempre guardato con un certo romanticismo al mio
essere comunista, credo un modo del tutto personale,
ma che con gli anni mi ha permesso di affrontare l’impegno
politico che ha contraddistinto il mio lavoro nel movimento
omosessuale con uno spirito il più obiettivo
possibile. Tanto da rivendicare da sempre all’interno
di InformaGay una posizione di neutralità, sostanziale,
nei rapporti con i partiti politici, sia a livello locale
che nazionale.
Alla luce della giornata di studio realizzata, vi sono
delle considerazioni, forse un po’ semplicistiche,
che mi sono venute in mente e che provo a condividere
molto rapidamente con voi:
- Il comunismo, o i comunismi se preferite, in Italia,
non sono stati scevri di un forte machismo, almeno
nell’immediato dopoguerra, e quindi di conseguenza
di una forte omofobia, vivendo l’omosessualità
come elemento che distruggeva l’immagine del
militante comunista. Soltanto con le prime battaglie
del femminismo questa barriera ha cominciato a cedere,
iniziando un lungo processo che si sta ancora completando,
che a mio parere resta incompiuto;
- Sempre nell’immediato dopoguerra la posizione
dei comunisti in Italia necessitava di un riposizionamento,
di uno studio concreto della messa in pratica di un’idea
politica forte, basata su concetti di solidarietà,
di economia, di forma di stato sociale, che lasciavano
troppo poco spazio anche per riflessioni su un argomento,
ritenuto erroneamente allora marginale, come la libertà
sessuale. In queste condizioni anche i funzionari
di partito più illuminati che riuscivano ad
aprire un ragionamento sull’omosessualità
non trovavano spazio, o non reputavano essenziale,
aprire un fronte di discussione su questo tema;
- La battaglia comune che all’inizio degli
anni ’70 ha permesso di aprire una discussione
sulle libertà sessuali, soprattutto grazie
al femminismo, ha sconvolto questa visione, ma forse
per una dispersione di forze e di risorse non ha ottenuto
un risultato sconvolgente ponendo la giusta priorità
alla necessità di una battaglia culturale che
permettesse di inquadrare la libertà sessuale
come uno strumento fondamentale per il cambiamento
della società italiana.
Questa serie di condizioni hanno portato ad una condizione
paradossale: dalla fine degli anni ’80, in un
momento di riposizionamento totale del comunismo in
Italia, si è passati direttamente ad una battaglia
per i diritti, che puntasse direttamente al riconoscimento
di questi, senza un’analisi, una ciritica ed un’elaborazione
(come fino ad allora avvenuto per molti altri argomenti
soprattutto di tipo sociale) della questione omosessuale.
Insomma, da una condanna estremamente maschilista,
ad una corretta visione di tutela di diritti sociali
di una parte di cittadini, senza nel mezzo una corretta
elaborazione culturale e politica dell’argomento.
Una situazione quasi schizofrenica, che ha permesso
ai comunismi italiani di raggiungere una posizione corretta
rispetto soprattutto al resto dell’Europa occidentale,
ma che non ha previsto una forte autocritica ed un passaggio
culturale all’interno del partito, o dei partiti,
al fine di elaborare anche su questo argomento una strategia
sentita e condivisa.
Questo è il risultato di parte dei partiti e
dei movimenti, e non dei comunisti nel loro insieme.
Mi permetto di sottolineare come risultato di questo
processo accelerato, il fatto che almeno in una consistente
parte dei partiti nati dall’ex PCI non si sono
elaborate mai sul tema dell’omosessualità
strategie condivise da tutti a partire dalla base, e
che come ulteriore ed estremo risultato, ogni volta
che si discute di proposte di legge, o comunque di questioni
inerenti la situazione delle persone omosessuali di
questo paese, molte voci lanciano l’appello di
un voto con libertà di coscienza. È la
dimostrazione lampante che un processo di interiorizzazione
del valore che una battaglia sulla libertà sessuale
delle persone non ha seguito un processo completo di
sviluppo ancora oggi in gran parte della sinistra italiana
che da quella matrice comunista è nata.
Recuperare quel passaggio è oggi forse troppo
difficile o quasi impossibile. I processi di autocoscienza,
lo dico da omosessuale che da solo ed insieme ad altre
persone di processi di questo genere ne ha fatti soprattutto
sulla propria persona, se ben fatti devono per forza
portare ad una correzione dei propri comportamenti.
In tutto questo quadro dal punto di vista del movimento
omosessuale esiste un’altra contraddizione che
rischia di non essere compresa: se è chiaro che
ora la difesa dei diritti e delle libertà delle
persone omosessuali è una priorità del
comunismo, inteso nel senso più largo possibile
in questo paese, allora, in una sorta di lista delle
priorità, questo tema non può mai essere
dimenticato, con il rischio altrimenti di veder risorgere
dei fantasmi del passato.
Mi riferisco ad esempio alla discussione che in maniera
molto franca ed aperta abbiamo avuto con i compagni
e le compagne del PdCI sulla questione Cuba: se da comunista
quale mi ritengo non posso che appoggiare la battaglia
di Cuba per la propria autodeterminazione e per la difesa
dei propri valori, non posso allo stesso tempo da omosessuale,
ma ancor più da comunista, evitare una critica
diretta alle condizioni di vita delle persone omosessuali
e transessuali di quel paese, alle quali ancora oggi
viene negata la libertà di riunione, ma ancor
peggio, la libertà di essere semplicemente ciò
che sono. Senza questa battaglia a fianco, e non contro,
un popolo come quello cubano, essa perde per forza valore
anche agli occhi di chi oggi nel comunismo crede ancora.
Senza questa capacità di analisi credo che sia
indubbiamente impossibile dire che quel percorso di
crescita sugli errori del passato possa definirsi completato.
Prima di concludere, mi preme sottolineare un passaggio
un po’ autoreferenziale e di analisi sul rapporto
con l’intero movimento omosessuale. È noto
a tutti, anche e soprattutto a chi di questo movimento
da attivamente parte, di quanto sia grande la nostra
debolezza oggi. Tanto deboli, dal mio punto di vista,
che gran parte del movimento pensa che la soluzione
per ottenere ciò per cui lottiamo passi attraverso
un lavoro, molto anglosassone e poco latino, di lobby.
Io che da bravo comunista sono impregnato di utopia
fino al midollo, resto ancora oggi convinto che il processo
invece sia quello che permette di far crescere all’interno
della società, soprattutto quella laica, una
consapevolezza che la libertà sessuale di gay,
lesbiche e transessuali sia l’unico strumento
per migliorare ulteriormente la condizione delle persone
omosessuali in questo paese.
Questo percorso, indubbiamente più faticoso,
però, oggi come oggi non potrà che vederci
come attori di secondo piano. In questa battaglia, se
ci si crede, noi non possiamo essere da soli, perché
le nostre forze non ci permettono di incidere nettamente
neanche in quella parte di popolazione che è
direttamente coinvolta in questo processo. Se una giornata
di analisi come quella realizzata il 25 ottobre con
il PdCI può portare dei risultati concreti, allora
questi sono in un impegno ancora più forte e
diretto in questa crescita di comprensione di cosa l’essere
gay, lesbica o transessuale significhi oggi.
Se è vero che dalla propria storia vi è
sempre qualcosa da imparare, allora credo che sia arrivato
il momento per dimostrarlo concretamente.
Piero Pirotto
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