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Il 15 giugno
si torna a votare: il referendum sull’articolo
18 è un’occasione per ribadire che i diritti
non sono mai abbastanza
Con una scelta significativa il 15 di giugno si va
a votare per due referendum: per significativa intendo
la scelta della data, staccata da qualsiasi altra consultazione,
come quella dei giorni scorsi in cui si sono rinnovate
diverse amministrazioni locali. Infatti in quella giornata,
tranne poche eccezioni, forse la Valle d’Aosta
ed il Friuli Venezia Giulia non ci sono altre occasioni
elettorali, e chi andrà a votare lo farà
con tutta probabilità per dire si. Ma dire si
a che cosa?
Non mi soffermo sul referendum sugli elettrodotti e
la servitù coatta… insomma ne so poco ed
il mio voto in questo caso seguirà la coscienza.
Invece il referendum sull’articolo 18 è
un altro affare: in quel caso sarà Piero Pirotto
l’omosessuale ad andare alle urne, ed ora provo
a spiegarmi.
Intanto proviamo a chiarire a cosa serve questo referendum,
magari in maniera semplice: l’art. 18 dello Statuto
dei Lavoratori ad oggi dice che le imprese con più
di 15 dipendenti che licenziano ingiustamente un lavoratore
ad una lavoratrice e che perdono la causa davanti al
giudice del lavoro non hanno scelta, devono ridare il
lavoro a chi l’ha perso ingiustamente. Le aziende
con meno di 15 dipendenti che compiono lo stesso atto
ad oggi invece, una volta persa la causa non sono obbligate
a reintegrare il lavoratore o la lavoratrice, ma possono
semplicemente liquidarli versando loro un importo pari
a 15 mensilità del loro ultimo stipendio. Vale
a dire che nessuno rimane completamente fregato, ma
che comunque esiste una disparità di trattamento
a seconda dell’azienda nella quale si lavora.
Se vince il si al referendum allora questa disparità
sparisce, ed il reintegro al lavoro è un diritto
acquisito indipendentemente che si lavori in un’azienda
con più o con meno di 15 dipendenti.
Questa è la descrizione della questione, ma questo
referendum ha un valore in più in questo periodo
della storia italiana: a favore del si sono schierati
principalmente i partiti di ispirazione comunista e
la CGIL, gli altri partiti di sinistra dicono non ce
ne importa nulla (o meglio non ci esprimiamo), il Governo
ha detto esplicitamente di non andare a votare, già
perché il bello dei referendum è che si
deve esprimere almeno il 50% + 1 degli aventi diritto,
altrimenti il referendum non vale e quindi è
come se avesse vinto il no. Questo Governo sta legiferando
su molte materie, sta toccando cose che principalmente
riguardano il suo boss, ma anche questioni che riguardano
tutti e che vengono spacciate come maggiori libertà,
ma spesso, nella cultura di destra, libertà significa
legge del più forte.
Io non sono un economista e non so valutare l’impatto
economico di una legge che ampli i diritti per i lavoratori
e quindi aumenti gli obblighi per le aziende, ma so
per certo e per esperienza diretta che le persone omosessuali
e soprattutto transessuali, nel mondo del lavoro rischiano
ancora troppo spesso di perdere un impiego a causa del
loro orientamento sessuale o della loro identità
di genere… il mio lavoro ed il mio impegno di
volontariato mi ha messo troppo spesso davanti a situazioni
di questo genere. Lottare in questi casi porta molto
spesso a buoni risultati: ho visto vincere diverse cause
per licenziamenti non adeguatamente giustificati alla
cui base vi era l’omofobia o la transfobia. In
questi casi molto spesso, anche quando c’era il
diritto al reintegro al posto di lavoro, il lavoratore
o la lavoratrice ha preferito un indennizzo economico…
molto più semplice cercarsi un lavoro che rientrare
a lavorare in un ambiente invivibile. Scelte che comunque
ho sempre rispettato anche quando non le condividevo…
rispettato proprio perché sono scelte. Il bello
del diritto è che esercitarlo non è un
obbligo, ma una scelta: la cosa fantastica, in qualsiasi
momento della vita è quello di potersi permettere
di scegliere, ed oggi questo referendum ci permette
di dire al mondo che anche come omosessuali, per ciò
che riguarda il lavoro noi preferiamo sempre avere una
scelta e non un obbligo!
È una promessa di civiltà, è un
modo per dire in questo periodo di giungla dei diritti,
che noi preferiamo delle regole chiare e delle regole
che tutelino perché ci permettono, almeno nel
mondo del lavoro di essere liberi di scegliere. Quanto
descritto è diviso da un filo sottile dall’utopia,
ma dopo anni che si lotta per il riconoscimento dei
diritti mi chiedo perché dovremmo rifiutare l’occasione
di estenderne uno.
Porterò questa riflessione all’interno
di InformaGay, con l’obiettivo di schierarci pubblicamente
a favore del si per il referendum sull’articolo
18: se tra qualche giorno sulle pagine di questo sito
vedrete un banner che vi invita a votare si la mia scelta
sarà stata condivisa da altri… se non lo
vedrete InformaGay avrà liberamente scelto di
non schierarsi, sta nelle regole democratiche di questa
associazione: SCEGLIERE!
Piero Pirotto
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