L’urna dei diritti
2003


Il 15 giugno si torna a votare: il referendum sull’articolo 18 è un’occasione per ribadire che i diritti non sono mai abbastanza

Con una scelta significativa il 15 di giugno si va a votare per due referendum: per significativa intendo la scelta della data, staccata da qualsiasi altra consultazione, come quella dei giorni scorsi in cui si sono rinnovate diverse amministrazioni locali. Infatti in quella giornata, tranne poche eccezioni, forse la Valle d’Aosta ed il Friuli Venezia Giulia non ci sono altre occasioni elettorali, e chi andrà a votare lo farà con tutta probabilità per dire si. Ma dire si a che cosa?
Non mi soffermo sul referendum sugli elettrodotti e la servitù coatta… insomma ne so poco ed il mio voto in questo caso seguirà la coscienza. Invece il referendum sull’articolo 18 è un altro affare: in quel caso sarà Piero Pirotto l’omosessuale ad andare alle urne, ed ora provo a spiegarmi.
Intanto proviamo a chiarire a cosa serve questo referendum, magari in maniera semplice: l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori ad oggi dice che le imprese con più di 15 dipendenti che licenziano ingiustamente un lavoratore ad una lavoratrice e che perdono la causa davanti al giudice del lavoro non hanno scelta, devono ridare il lavoro a chi l’ha perso ingiustamente. Le aziende con meno di 15 dipendenti che compiono lo stesso atto ad oggi invece, una volta persa la causa non sono obbligate a reintegrare il lavoratore o la lavoratrice, ma possono semplicemente liquidarli versando loro un importo pari a 15 mensilità del loro ultimo stipendio. Vale a dire che nessuno rimane completamente fregato, ma che comunque esiste una disparità di trattamento a seconda dell’azienda nella quale si lavora. Se vince il si al referendum allora questa disparità sparisce, ed il reintegro al lavoro è un diritto acquisito indipendentemente che si lavori in un’azienda con più o con meno di 15 dipendenti.
Questa è la descrizione della questione, ma questo referendum ha un valore in più in questo periodo della storia italiana: a favore del si sono schierati principalmente i partiti di ispirazione comunista e la CGIL, gli altri partiti di sinistra dicono non ce ne importa nulla (o meglio non ci esprimiamo), il Governo ha detto esplicitamente di non andare a votare, già perché il bello dei referendum è che si deve esprimere almeno il 50% + 1 degli aventi diritto, altrimenti il referendum non vale e quindi è come se avesse vinto il no. Questo Governo sta legiferando su molte materie, sta toccando cose che principalmente riguardano il suo boss, ma anche questioni che riguardano tutti e che vengono spacciate come maggiori libertà, ma spesso, nella cultura di destra, libertà significa legge del più forte.

Io non sono un economista e non so valutare l’impatto economico di una legge che ampli i diritti per i lavoratori e quindi aumenti gli obblighi per le aziende, ma so per certo e per esperienza diretta che le persone omosessuali e soprattutto transessuali, nel mondo del lavoro rischiano ancora troppo spesso di perdere un impiego a causa del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere… il mio lavoro ed il mio impegno di volontariato mi ha messo troppo spesso davanti a situazioni di questo genere. Lottare in questi casi porta molto spesso a buoni risultati: ho visto vincere diverse cause per licenziamenti non adeguatamente giustificati alla cui base vi era l’omofobia o la transfobia. In questi casi molto spesso, anche quando c’era il diritto al reintegro al posto di lavoro, il lavoratore o la lavoratrice ha preferito un indennizzo economico… molto più semplice cercarsi un lavoro che rientrare a lavorare in un ambiente invivibile. Scelte che comunque ho sempre rispettato anche quando non le condividevo… rispettato proprio perché sono scelte. Il bello del diritto è che esercitarlo non è un obbligo, ma una scelta: la cosa fantastica, in qualsiasi momento della vita è quello di potersi permettere di scegliere, ed oggi questo referendum ci permette di dire al mondo che anche come omosessuali, per ciò che riguarda il lavoro noi preferiamo sempre avere una scelta e non un obbligo!

È una promessa di civiltà, è un modo per dire in questo periodo di giungla dei diritti, che noi preferiamo delle regole chiare e delle regole che tutelino perché ci permettono, almeno nel mondo del lavoro di essere liberi di scegliere. Quanto descritto è diviso da un filo sottile dall’utopia, ma dopo anni che si lotta per il riconoscimento dei diritti mi chiedo perché dovremmo rifiutare l’occasione di estenderne uno.
Porterò questa riflessione all’interno di InformaGay, con l’obiettivo di schierarci pubblicamente a favore del si per il referendum sull’articolo 18: se tra qualche giorno sulle pagine di questo sito vedrete un banner che vi invita a votare si la mia scelta sarà stata condivisa da altri… se non lo vedrete InformaGay avrà liberamente scelto di non schierarsi, sta nelle regole democratiche di questa associazione: SCEGLIERE!

Piero Pirotto

 
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