
 |
Padova, Milano,
Roma: InformaGay è stato presente a tutti e tre
i pride… abbiamo saltato Catania, ce ne scusiamo
con le compagne ed i compagni siciliani, ma già
così i chilometri macinati per manifestare quest'anno
sono stati più di 3.000!!! Insomma una fatica
immensa, ripagata soltanto dalla felicità di
aver partecipato a momenti belli, in alcuni casi esaltanti.
A Roma siamo riusciti a parlare
sul palco per ricordare Emilia, che ci ha lasciato,
e per ringraziarla pubblicamente del percorso fatto
insieme… un grazie che non avrà mai fine
nei nostri cuori e spero anche nelle nostre azioni.
Dopo questo mese pieno di appuntamenti però nasce
il desiderio di riflettere insieme sul senso di questa
fatica, sulla difficoltà di comprendere il valore
del nostro scendere in piazza, sul capire ed essere
certi di che rivendicazioni stiamo parlando, di quale
strategia mettere in campo per raggiungere i nostri
obiettivi. Già qualche settimana fa sulle pagine
di questo sito abbiamo espresso la nostra perplessità
sugli obiettivi che il movimento in generale stava tentando
(probabilmente sta ancora) di raggiungere: abbiamo parlato
della difficoltà di avere una strategia comprensibile
e condivisibile e la cocciuta necessità di avere
sempre un nemico contro il quale combattere piuttosto
che una strategia da porre in essere. Dopo le manifestazioni
di quest'anno la perplessità rimane. Rimane forte,
perché troppe volte dai palchi del pride di quest'anno,
in modo più o meno comprensibile a seconda dei
casi, è stata forte la voce di chi diceva noi
siamo contro questo, contro quello, contro quest'altra
cosa. Astio più che comprensibile e condivisibile,
ma resto comunque perplesso: insomma 20.000 a Padova,
15.000 a Milano, 30.000 a Roma, qualche altro migliaio
a Catania e davvero siamo solo tutti contro qualcosa.
Non abbiamo proprio neanche una piccola propostina,
minuscola, quasi insignificante, ma magari simbolica
da fare a qualcuno? Non posso crederci, saremmo una
massa di cerebrolesi e questo non mi va non solo di
pensarlo, ma anche che gli altri (soprattutto quelli
cui siamo contro contro contro) possano solo andarlo
a dire in giro.
Proposte ce ne sono, da tempo espresse, dimenticate
e messe in un cassetto: non siamo più in grado
davvero di tirarle fuori e di verificare in che modo
si possono porre in essere?
Se così fosse i nostri papà e le nostre
mamme putative che negli anni '70 a costo della loro
stessa vita manifestavano in piazza e spesso mettevano
il loro corpo a disposizione della causa dovrebbero
darci due sonori ceffoni: insomma, se il nostro movimento
è diventato qualcosa di salottiero, in grado
solo più di discutere con i palazzi allora siamo
proprio fatti e finiti. Tutti presi dal trovare risorse
economiche per sopravvivere forse abbiamo mancato l'obiettivo:
va bene dialogare con le istituzioni, ma quando le porte
si chiudono abbiamo ancora l'arma della protesta civile,
davvero tanti tipi di protesta. I pride di quest'anno
sono stati un palcoscenico non troppo seguito dai mass
media troppo attenti all'informazione di stato (i nostri
articoli sulla RAI ormai si sprecano!), ma la disobbedienza
civile di cui alcune compagne ed alcuni compagni hanno
parlato dai palchi è ancora un'arma che il nostro
movimento dovrebbe riconoscere come propria.
L'esempio più eclatante è sicuramente
la legge omofoba e misogina che il Parlamento sta approvando
sul tema della procreazione assistita. Il 6 di luglio
ci sarà a Roma una manifestazione contro questa
proposta: molti di noi riusciranno ad andare, molti
no (Roma da Torino continua ad essere lontana e scomoda!
A proposito, Lunardi, visto che stai costruendo di tutto
in giro per l'Italia, o almeno prometti di farlo, quand'è
che ci colleghi alla capitale come si deve?). Nessuno
ha proposte alternative a quella legge? Siamo solo tutti
bravi a dire che fa schifo? Schifo lo fa tanto, ma da
quando il movimento non discute del significato di famiglie,
del significato che gay, lesbiche e transessuali vogliono
dare alle loro famiglie? Non ricordate che i bambini
volendo li possiamo fare pure noi?
Presi dalle mille cose del quotidiano stiamo smettendo
di pensare in grande, non capiamo le potenzialità
che abbiamo e che queste manifestazioni troppo spezzettate
rischiano di non mostrare all'esterno.
A Roma è stata ufficializzata la candidatura
di Bari come sede del Gay Pride Nazionale nel 2003:
andare al sud mi sembra un'iniziativa bellissima, Napoli
è stato nel 1996, troppo lontano. Ma le motivazioni
che sono state presentate dal palco sono ridicole: andiamo
a Bari perché i consiglieri di AN hanno detto
che li non ci fanno sfilare perché ci baciamo
in pubblico. Senza andare tanto lontano anche all'8
Gallery, un simpatico centro commerciale in FIAT Style
di Torino ci cacciano se ci baciamo in pubblico: ma
noi di InformaGay il pride li non l'abbiamo proposto!
E poi se vogliamo davvero sfidare i divieti, allora
facciamo le cose sul serio: che ne dite di un bel pride
a Teheran o a La Mecca? Lì si che ce lo impedirebbero
davvero: quella sì che sarebbe una bella sfida
alla nostra altezza. Se Bari deve essere, allora troviamo
una ragione in più, troviamo un obiettivo che
quel pride deve raggiungere: ricreiamo quei bei coordinamenti
nazionali dove ci si scornava a sangue per decidere
anche le minime cose, ma dove ci confrontavamo e dove
costruivamo una vera manifestazione nazionale ricca
di contenuti condivisi e condivisibili.
Forse avremmo di nuovo bisogno di quei gruppi di autocoscienza
che una volta le varie associazioni costruivano per
riconoscere nella propria omosessualità il vero
senso della propria presenza politica, forse vale la
pena scornarsi di nuovo un po' tutti insieme per imparare
di nuovo a crescere. InformaGay lo fa al suo interno
sempre, è pronto a farlo con altri: essere orgogliosi
costa davvero tanta fatica, non solo per marciare sotto
il sole, ma per costruire un nuovo progetto di società
che faccia diventare il nostro orgoglio di essere ciò
che siamo la base per un nuovo modo di essere di tutti.
|