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Una riflessione
prettamente giuridica sulla mancanza di diritti per
le persone omosessuali. Un approfondimento fondamentale
per affrontare la rivendicazione concreta di diritti…
Il 4 novembre scorso, il Consigliere Domenico Maltese,
dalle colonne de “Il Piccolo” di Trieste,
ha messo in evidenza una circostanza vera: nel nostro
attuale codice civile non è contemplato il matrimonio
tra due persone dello stesso sesso.
Viene in mente il Posto delle fragole di Bergman, quando
il dott. Borg si trova (in uno dei suoi sogni/incubo)
a dover fare un esame di medicina. L’interrogante
pone varie questioni, cui il vecchio medico non sa rispondere;
arriva poi l’ultima domanda: «Qual è
il primo dovere di un medico?». L’interrogato
esita, balbetta, alla fine ammette che non conosce la
risposta. E l’altro: «Il primo dovere di
un medico è quello di chiedere scusa».
Lo stesso, noi crediamo, dovrebbe valere per il giurista
di oggi.
Si sa che il diritto si occupa ben poco dei soggetti
fragili - infermi psichici e malati in generale, morenti,
persone che soffrono, detenuti, madri single, omosessuali,
senza casa, extracomunitari. Ed è vero che molti
dei baluardi utili a migliorare, sotto il profilo giuridico,
la condizione di chi è in affanno sono ancora
da raggiungere.
Ma proprio per questo: quale dovremo pensare che sia,
dinanzi a tutto ciò, il compito dell’uomo
di legge? Quello di rimarcare l’inesistenza dei
presidi formali? O non invece quello di valorizzare
i pur scarsi indici testuali che esistono: mettendo
in luce il contrasto fra Codice civile e Costituzione
“materiale” – la distanza rispetto
ai grandi principi che si ricavano dai Trattati internazionali,
dalla Carta europea dei diritti dell’Uomo, dalla
Costituzione europea presto in vigore?
Quando la mano indica la luna, a cosa sarà auspicabile
che guardi il buon giurista, alla mano oppure alla luna?
Non v’è dubbio che un ordinamento sordo,
latitante, può essere fonte di infiniti disagi
per i gay e per le lesbiche. Tanti sono i preconcetti
con cui “i diversi” sono costretti a convivere,
nel 2004, giorno per giorno.
Molti adolescenti gay - basta aprire gli occhi - sono
smarriti; non sanno che fare, con chi parlare dei propri
sentimenti. Sentono la riprovazione di coloro che li
circondano: genitori, insegnanti, amici. Non è
casuale l’alto tasso di suicidi tra i ragazzi
gay.
E c’è un rapporto strettissimo tra la solitudine
di cui parliamo e i ritardi della legge. Se intervenissero
norme volte a colpire le discriminazioni, a proteggere
l’identità sessuale, a incoraggiare ad
un clima non omofobico; se gli orizzonti ufficiali diventassero
comprensivi verso ogni differenza, pronti a sostenere
le persone per quello che realmente ciascuno è
e vuole: ebbene, forse non tutte le forme di “bullismo”
o di mobbing in classe svanirebbero: ma almeno i compagni
più aperti non avrebbero paura di dire la loro,
gli insegnanti e le famiglie interverrebbero a stroncare
risatine e dileggi. Forse anche i ministri penserebbero
prima di parlare.
A pensarci bene, tanti sono i passaggi della quotidianità
avvelenati dall’inadeguatezza degli strumenti
giuridici; specialmente quando la salute vacilla, le
finanze non sono cospicue - in una parola, quando la
vita rende una persona più esposta, pencolante.
Ad esempio. Non c’è - per i gay - alcun
diritto alla pensioni di reversibilità, né
alcuna prerogativa di carattere successorio anche nel
caso di unioni prolungatesi per decenni. Non è
possibile subentrare nel contratto di locazione alla
morte del proprio compagno o della compagna, quando
questi è il solo ad averlo formalmente stipulato.
Nessun tipo di comunione patrimoniale. Nessun ricongiungimento
familiare con il proprio partner extracomunitario.
Solo al consorte è riconosciuta la facoltà
di assistere il partner malato, prendere al suo posto
decisioni di carattere sanitario, visitarlo in carcere.
Non c’è per il gay il diritto di astenersi
dal testimoniare nel corso di un processo, quando l’imputato
è il compagno di una vita. E il convivente a
cui la nuova legge sull’amministrazione di sostegno
riconosce il potere di ricorrere affinché un
giudice tutelare conceda misure di supporto al compagno
disabile, sarà anche il convivente omosessuale?
Oggi in Italia si avverte, sempre più acutamente,
la necessità di un modo diverso di concepire
il diritto. Non abbiamo più bisogno di un ordinamento
marmoreo, pietrificato nei secoli: occorre un sistema
di precetti, e un modo di concepire il comando giuridico,
in grado di rispondere alle domande di giustizia di
chi “da solo non ce la fa”. E non c’è
maggior vulnerabilità che quella di vivere in
una società in cui si è (ben che vada)
tollerati, ma non trattati come soggetti di diritti.
Da molte parti sale anche in Italia la richiesta di
immaginare, entro il codice civile, una possibilità
di matrimonio o comunque di un istituto che preveda
qualche forma di tutela per le unioni gay. Queste cose
fanno ancora parte della luna? Forse, ma è in
quella direzione che il buon giurista deve guardare.
Paolo Cendon
Francesco Bigotta
Tratto da “Alta Lex”
del 09/11/2004
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