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Non c’è
altro istituto che possa sostituire la famiglia nella
costruzione di qualsiasi entità sociale
Le due principali correnti di pensiero sviluppatesi
negli ultimi secoli sull'argomento, hanno cercato di
dare conto dell'essenzialità del fenomeno famiglia,
analizzando le regole che tutte le civiltà hanno
prodotto sul tema e giungendo a conclusioni per certi
versi antitetiche.
La cosiddetta tesi "naturalistica" sostiene
che il formarsi della famiglia sia conseguenza necessaria
all'istinto di accoppiamento uomo-donna, istinto inteso
come desiderio complesso di corresponsione di affetto
e di pratica sessuale, finalizzata questa sia all'appagamento
dei sensi che alla proiezione futura di se stessi mediante
la riproduzione. Tutto ciò che ne consegue, dalla
cura ed educazione della prole alla ripartizione dei
compiti e al mutuo soccorso, rientra comunque in una
visione già impostata. Quello che caratterizza
la tesi naturalistica, anche se non detto in modo esplicito,
è la sussistenza ab initio di quello che si può
ben chiamare "programma familiare" che ha
presupposti e passaggi obbligati, compreso quello finale,
e anche finalistico, di mantenimento della specie attraverso
l'avviamento dei nuovi nati verso la società.
E in ogni civiltà l'aspetto sociale ha originato
quello giuridico, vale a dire che il mutare dei costumi
presso la medesima realtà sociale ha sempre e
di conseguenza portato alla modificazione degli istituti
giuridici, immutati sempre e solo i soggetti principali:
uomo e donna
.
La tesi cosiddetta "culturale" rivolta la
concezione. Per essa è la società, o meglio
la socialità che, per mantenere ordine in se
stessa, costringe l'uomo a regolamentare il proprio
istinto all'accoppiamento in tutti i suoi aspetti. E
questo viene fatto in epoche e situazioni diverse con
regole confacenti al sostrato sociale che in un dato
periodo ed in un dato luogo viene a porsi come dominante.
Engels è stato il teorizzatore massimo e massimo
critico in questo versante: giunge al fine con l'indicare
la famiglia contemporanea quale serbatoio di forza lavoro
da asservire alla produzione capitalistica.
Riassunta così stringatamente la teorica sulla
famiglia, viene spontanea qualche riflessione.
Anzitutto le due tesi insieme dimostrano, seppur indirettamente,
che non è stato sino ad ora possibile concepire
una società senza famiglia: non c'è altro
istituto che possa sostituirla nella costruzione di
qualsiasi entità sociale. Tentativi in quel senso,
come le cosiddette "comuni", son durate lo
spazio di un mattino, probabilmente, ipotizza il sottoscritto,
perché l'evento "da due (i genitori) a tre
(nascita di un figlio)" è sempre stato,
in ogni epoca e a qualsiasi latitudine, la luce che
illumina una realtà nuova legata da vincolo di
sangue: famiglia.
Ma la considerazione più importante da fare è
quella per cui solo la seconda tesi, quella culturale,
consente una dilatazione, attraverso la normativa, del
concetto di famiglia sino a raggiungere forme familiari
diverse non solo nella struttura (svincolo dall'immutabilità
dei soggetti principali), ma anche nei fini.
Alle nostre latitudini sarebbe necessario rivisitare
la famiglia secondo un filone storico che parta dal
diritto romano, sul quale si sono innestati successivamente
il credo cristiano e l'elemento longobardo sino a dare
origine al cosiddetto diritto comune (di vita parallela
con quello feudale), per giungere, negli ultimi due
secoli, al rivoluzionamento egualitaristico conclusosi
con il pieno esercizio dei diritti civili e politici
da parte della donna. L'analisi andrebbe condotta sulle
due linee parallele: aspetto sociale e sua cristalizzazione
giuridica con particolare attenzione agli elementi di
interferenza fra le due. Più importante centrare
l'attenzione sugli ultimi 50/60 anni.
La fine delle vicende belliche mondiali segna da un
lato l'incremento dei valori democratici nell'ambito
europeo, con la scomparsa delle situazioni di monarchia
(scomparsa istituzionale o nella sostanziale ed effettiva
gestione degli Stati), e dall'altro il grande sviluppo
capitalistico nel settore industriale. Le carte costituzionali
segnano un diverso posizionamento del vivere sociale
rispetto ai suoi valori fondanti; non per niente all'art.
29 della nostra vengono riconosciuti "i diritti
della famiglia come società naturale fondata
sul matrimonio". L'elemento degenerante è
il modo seguente:
1. Spostamento di grandi quantità di mano- d'opera
dai luoghi di origine verso situazioni metropolitane,
con questo minando le radici identitarie sia degli indigeni
che degli immigrati, e soprattutto dividendo famiglie
o costringendole ad affrontare situazioni certamente
a rischio per la loro stabilità.
2. Avviamento generalizzato al lavoro della mano d'opera
femminile, tolta alla gestione familiare con la lusinga
di posizione di autonomia.
3. Vincolo del lavoro femminile, così impostato,
alla necessità, poiché attraverso processi
inflattivi di sostegno alle posizioni monopolitiche,
nell'ambito familiare si determina la triste equivalenza
economica del doppio reddito attuale nel monoreddito
precedente.
4. Rapida cavalcata della protesta giovanile degli
anni 60 al fine di far passare come liberalizzazione
dei costumi quella che è stata una forzatura
ai costumi (il contestuale diffondersi della pornografia
ne è la prova).
5. Proposizione di campagne politiche refendarie volte
sempre a far passare come vittorie libertarie quelle
che sono da considerarsi, in primis, strumenti per lo
scardinamento del vincolo familiare, poiché liberalizzati
nell'uso a tutti e non solo a quella che dovrebbe essere,
in una società equilibrata, una piccola incidenza
di casi particolari da trattare certo in modo particolare.
Ciò che maggiormente appare sconvolgente in retrospettiva
è il dover dedurre che necessariamente il concubinato
fra capitalismo e il suo dichiarato nemico storico,
il comunismo, ha avuto inizio molto tempo fa; ce lo
deve far pensare il periodo del cosiddetto terrorismo,
nato e fiorito in anni in cui erano in atto i maggiori
stravolgimenti sotterranei (di cui il '68 era solo un
segnale) ed era quindi indispensabile che il popolo
avesse altro di cui riempirsi preoccupatamente il cervello.
Oggi questo concubinato è chiaro a tutti, e ci
sta attaccando quel che rimane delle famiglie. Le leve
sono le seguenti.
Il tentativo di creare un nuovo proletariato di immigrazione
che sostituisca quello indigeno ormai in pratica estinto;
sotto il profilo che ci interessa è da segnalare
tutto lo sconquasso che si verrà a determinare
cercando di far convivere popoli per tradizione monogamici
con altri di chiara professione poligamica, senza un
regolamento che si fondi sul cardin giuridico della
reciprocità; la famiglia (se così si può
chiamare) poligamica non è una famiglia allargata,
ma una famiglia multipla.
Il tentativo di strappo generazionale, che ha due aspetti:
verso la generazione precedente, per cui gli anziani
vengono generalmente abbandonati dai figli soprattutto
per l'inesistenza di provvedimenti a favore di chi vorrebbe
accudirli assicurando una presenza dei nonni; verso
la generazione futura: poiché la scuola, impostata
su programmi di studio rigidi e predeterminati da una
cultura di parte, obbliga i genitori o all'abbandono
verso quella cultura, oppure alla affannosa ricerca
di una disponibilità di tempo necessario all'affiancamento
nello studio a casa.
La spremitura fiscale della famiglia a 360 gradi; dovrebbero
essere analizzati i singoli aspetti e tradotti in numeri;
è in atto, per fortuna, una inversione di tendenza
attraverso la riforma che il ministro Maroni sta portando
avanti e che ben potrebbe avere una marcia in più
alla introduzione del "quoziente familiare"
nella valutazione fiscale del reddito del nucleo.
Interventi dell'apparato giudiziario dello Stato nell'ambito
familiare e aventi a oggetto la capacità genitoriale
(di cui parametri costitutivi non sono definiti dalle
norme) realizzati attraverso provvedimenti di per sé
esecutivi (cioè senza preventiva cognizione del
merito) e in violazione delle elementari norme di contraddittorio
e quindi di difesa; infatti la possibilità di
difesa garantita in sede penale anche al più
recidivo delinquente, non viene concessa ai genitori
che abbiano dimostrato insufficiente capacità
di cura ed educazione della prole; di più, non
viene loro offerto un aiuto ed una assistenza concreta
per trovare la via giusta poiché la diagnosi
di incapacità genitoriale è sufficiente
per togliere il minore ma non sufficiente a tentare
una terapia sui genitori perché l'organo giudiziario
è a ciò incompetente.
Lo stravolgimento dei meccanismi naturali di riproduzione
attraverso nuove procedure genetiche sviluppate dalla
ricerca scientifica, non a caso sostenuta da alcune
multinazionali del settore farmaceutico; fecondazione
eterologa, embrioni fecondati e destinati alla produzione
di tessuti od organi, fanno tutti parte del medesimo
programma per la pubblicizzazione del quale si descrivono
quelli che possono essere gli aspetti positivi in terapeutica.
L'attacco diretto alla famiglia naturale con la proposta
di altre situazioni di accoppiamento o convivenza da
regolare normativamente; in particolare appaiono dirompenti
le idee di riconoscimento di coppie omosessuali ed ancor
più la possibilità di affidamenti ad esse
di bambini da altri generati o, peggio ancora, generati
"solo in parte" dalla coppia; dirompenti perché
sarebbero il primo esempio nella storia dell'umanità,
ma soprattutto perché vengono con frode giustificate
attraverso una diversa accezione del termine "naturale":
non si possono infatti confondere gli istinti naturali
di una persona (quelli cioè che fanno parte del
suo personale patrimonio) con la naturalità che
esiste nel ciclo della vita e della riproduzione. La
coppia omosessuale non sarà mai una coppia "naturale"
nella seconda accezione perché non potrà
mai proporre, al suo interno, un programma familiare
come descritto all'inizio e volto, in primis, alla conservazione
della specie. Ancora su questo punto è da segnalare
che, parallelamente alla richiesta di normazione di
tali situazioni di coppia, viene sostenuta, dalle stesse
forze socio-politiche, la inopportunità di un'anagrafe
delle famiglie di fatto perché (da un passo contenuto
in un numero abbastanza recente della rivista Diritto
di famiglia e delle persone) "Il riconoscimento
delle convivenze more uxorio mediante una registrazione
che ne consentirebbe la massima visibilità, lungi
dall'essere un fattore di progresso culturale e di civiltà
giuridica, rappresenterebbe solo un regresso storico
e giuridico".
Non è chi non veda la incongruenza fra le due
tesi sostenute, incongruenza che lascia intendere quale
sia l'obiettivo reale.
Su ciascuno di questi punti è auspicabile un
dibattito analitico e approfondito, tenendo per fermo
in ogni momento che il programma familiare naturale,
al di là di inquadramenti normativi più
o meno stiracchiati da una parte o dall'altra, è
e costituisce sempre una scelta, come tale da ribadire
coscientemente ogni giorno nell'avventura della vita.
Alberto Penna
Cattolici Padani di Torino
Tratto da “La Padania”
del 26/06/04 |
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Se avete letto tutto quanto riportato
precedentemente a questo punto probabilmente avete avuto
un travaso di bile. Allora prima di tutto provate a
calmarvi, quindi rilassatevi e provate a proseguire
la lettura per analizzare per benino il testo che vi
abbiamo proposto. Il ragionamento è trito e ritrito,
su questo non vi è alcun dubbio: le tesi sostenute
dal bravo Alberto Penna (se sapesse chi portava il suo
cognome comincerebbe a sgranare rosari da mattina a
sera… magari non glielo diciamo per non farlo
preoccupare), potrebbero essere tranquillamente ripetute
in una qualsiasi chiesuccia di periferia dal 99,9% dei
preti cattolici. Quello che di certo non può
esistere è una giurisprudenza che sostenga le
stesse tesi. Questo per svariate ragioni. La prima certamente
è che in questa discussione si dimentica la discriminazione
di fondo che il diritto di famiglia in Italia tocca,
non solo gli omosessuali, ma tutti coloro che per una
qualsiasi ragione non possono convolare “a giuste
nozze”. La seconda è che se quanto sostenuto
qui sopra fosse vero, allora la legislazione italiana
dovrebbe impedire il riconoscimento delle unioni anche
tra persone sterili, e questo, a quanto ci risulta oggi,
non è legale ne consentito. Insomma se la filosofia
leghista in tema di famiglia è questa allora
nessun tipo di problema perché giuridicamente
insostenibile, ma fatta questa analisi non bisogna dimenticare
l’impatto sociale che questo tipo di ragionamenti,
così succulentemente propostici da La Padania,
hanno ancora oggi nel ceto medio italiano. “Omosessuali,
quindi non si riproducono, quindi non possono creare
famiglia”: questa equazione è facile da
trovare nei ragionamenti quotidiani di molti italiani
che dimenticano, da un lato il diritto di ogni singolo
di organizzare la propria vita a piacimento, senza per
questo decidere di stare in coppia, dall’altro
il fatto che una coppia omosessuale è comunque,
pariteticamente a qualsiasi altra coppia, una comunione
di affetti ed una scelta di vita che merita lo stesso
rispetto dei sentimenti di chiunque altro.
Detto questo, non va dimenticato un aspetto delle nostre
battaglie per il riconoscimento delle nostre unioni:
forse abbiamo dimenticato che la battaglia principe
della nostra azione è sempre stata quella di
riportare il diritto al singolo… ora se, legittimamente
senza dubbio, decidiamo di difendere le unioni, cosa
facciamo per i singoli? Ed i trii? E le piccole comuni?
Insomma, PACS, o unione civile o matrimonio va bene,
ma per chi sceglie un altro modo di vivere che proposte
concrete abbiamo perché non diventi l’ennesimo
relitto “del diritto” di famiglia italiano
ed europeo?
Basta conformarsi per avere gli stessi diritti, o la
nostra esperienza ci può portare a qualcosa in
più?… signore e signori il dibattito è
aperto, chi c’è batta un colpo!
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