
 |
Il parere
di Andrew Sullivan: nessun altro tipo di unione può
dare piena dignità all’amore gay
Da bambino non avevo la minima idea di che cosa fosse
l’omosessualità. Sono cresciuto in una
tradizionale famiglia della classe media, cattolica
e conservatrice. La vita era relativamente semplice:
scuola, lavoro, famiglia. Mi hanno insegnato a pormi
grandi obiettivi nella vita, anche se i miei genitori
non avevano studiato all’università. Ma
mi venne anche insegnato un’altra cosa. Ciò
che contava veramente non era quanto in alto saresti
arrivato, quanti soldi avresti guadagnato, o quanto
famoso saresti diventato, bensì la famiglia e
l’amore del proprio partner.
Il giorno più importante della tua vita non
era quello della laurea, del tuo primo posto di lavoro
o dell’acquisto della tua prima casa. Il giorno
più importante della tua vita era quello del
tuo matrimonio. Era il giorno in cui tutta la tua famiglia
e tutti i tuoi amici si riunivano per festeggiare la
cosa più importante della vita: la tua felicità,
per aver saputo formare una nuova famiglia, la tua capacità
a mettere su casa, a formare un nuovo nucleo che entrava
nel parentado, a trovare quell'amore che mette ogni
cosa in prospettiva.
Ma, crescendo, scoprii che, in qualche modo, tutto
ciò non era per me possibile. Non provavo per
le ragazze le stesse cose che provavano i miei coetanei.
Tutte le emozioni, i riti sociali e i rapporti normali
della vita di un ragazzo eterosessuale erano completamente
assenti dalla mia. Non sapevo perché. Nessuno
me lo spiegava.
I miei legami emotivi con altri ragazzi non erano corrisposti;
ogni volta che mi sentivo innamorato, loro se ne accorgevano
e mi respingevano. Non potevo certo fargliene una colpa.
In situazioni normali, andavo d’accordo con i
miei amici e tutto filava liscio; ma rimaneva qualcosa
di strano, di non giusto. Capii quasi istintivamente
che non sarei mai stato parte della mia famiglia nello
stesso modo in cui un giorno avrebbero potuto diventarlo
i miei fratelli. L’amore che provavo non poteva
essere comunicato. Era anatema. Ricordo quello che scrissi
un giorno sul diario segreto quando ero ragazzo, "Per
essere professionale lo sono, ma cosa realizzerò
nella mia vita privata?".
Non ho mai messo in discussione la mia vita reale.
Non potevo dare appuntamenti alle ragazze e così
mi buttai nello studio, i gruppi di discussione, le
attività scolastiche ed ogni cosa mi desse un
pretesto per non affrontare la realtà.
Quando pensavo alla mia vita, non riuscivo a vedere
un futuro. C’era solo un vuoto. Sarei rimasto
solo per tutta la vita? Avrei mai avuto l’occasione
di festeggiare il giorno più importante della
mia vita? Sembrava impossibile; una contraddizione,
un disastro. Per essere parte integrante della mia famiglia
dovevo in qualche modo non essere me stesso. Così,
come molti altri ragazzi omosessuali, mi chiusi in me
stesso, diventai nevrotico, depresso, e certe volte
ebbi persino tentazioni di suicidio. Mi carcerai dentro
la mia stanza, passando notte dopo notte a leggere e
studiare, mentre i miei coetanei facevano le prime esperienze,
imparando a costruire relazioni e rapporti d’amore.
Ferito nell’orgoglio, dichiarai persino il mio
rifiuto della famiglia e del matrimonio. Era il solo
modo in cui potevo spiegare il mio isolamento.
Mi ci vollero molti anni per capire che ero omosessuale,
altri per esprimerlo apertamente, e ancor di più
per formare un qualche stabile rapporto sentimentale
con un altro uomo. Dato che la mia sessualità
si era sviluppata nella solitudine – e senza qualsiasi
riferimento all’idea di un’autentica relazione
– mi è stato difficile ricreare un collegamento
tra il sesso e l’amore e l’autostima. Lo
è ancora. Ma ho sempre perseverato, e ogni nuova
relazione è stata più lunga e stabile
della precedente; ho imparato a trent’anni ciò
che i miei amici eterosessuali avevano scoperto quando
ne avevano venti. Ma anche a quel punto, genitori e
amici non mi fecero mai la domanda che mi avrebbero
automaticamente rivolto se non fossi stato omosessuale:
“Allora, quand’è che ti sposi? Quando
festeggeremo il tuo matrimonio?”. Anzi, nessuno,
proprio nessuno, mi ha ancora fatto questa domanda.
Quando la gente parla di matrimonio, perde di vista
il punto essenziale. Non si tratta del matrimonio tra
omosessuali. Si tratta del matrimonio e basta. Si tratta
della famiglia e dell’amore, non della religione.
Si tratta delle licenze di matrimonio civile. Ogni Chiesa
può e deve avere il diritto di rifiutare il matrimonio
gay all’interno della propria congregazione, esattamente
come i cattolici non ammettono il divorzio; però,
il divorzio è anche una libertà civile.
Questi valori familiari non sono mezzi aggiuntivi per
una vita felice e stabile. Sono necessità assolute.
Classificare le relazioni gay in qualche altra categoria
– unioni civili, convivenza, qualsiasi cosa –
può servire a risolvere i concreti bisogni umani;
ma l’eufemismo di queste definizioni, dietro al
quale si nasconde una forma di marginalizzazione, non
fa che costruire un muro tra le persone omosessuali
e le loro famiglie. Si rimettono in piedi quelle barriere
che molti di noi hanno impiegato quasi tutta la vita
per riuscire ad abbattere. Ormai è troppo tardi
per annullare il mio passato. Ma, più di ogni
altra cosa, voglio rivolgermi a qualche giovane che
potrebbe leggere queste righe proprio ora. Voglio che
quel giovane sappia che non deve più scegliere
tra se stesso e la sua famiglia. Voglio che sappia che
il suo amore ha piena dignità, e che lui stesso
ha un futuro come parte integrante della razza umana.
Soltanto il matrimonio è in grado di garantire
questo. Soltanto il matrimonio potrà ricondurlo
a casa.
Andrew Sullivan
Traduzione di Aldo Piccato
Pubblicato su “Il Foglio”
del 13/12/04
Copyright Time – Il Foglio
|