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Il dibattito
in corso è il presupposto per cancellare le paure
irrazionali di chi teme catastrofi dal riconoscimento
di un legame d’amore
Sui matrimoni gay vedo muoversi un grande spavento.
S’agitano uomini della Chiesa e della politica.
Si preoccupano mamme e papà. Per non parlare
dei moralisti, degli antropologi, dei sessuologi. Tutti
hanno da dire, da opinare e da discutere. E ciò
mi pare magnifico perché testimonia che il dibattito
sulle idee, sulla morale, sulle norme sociali è
vivo e forte e rende viva e forte la nostra civiltà
democratica, la condisce e continuamente la legittima.
Però confesso che lo spavento di chi vede i matrimoni
gay come una orrorosa minaccia, a sua volta mi spaventa.
Come è possibile che non si riesca ad affrontare
in modo disteso, senza bruciori di stomaco e d’anima,
la questione del riconoscimento dell’affettività
tra persone dello stesso sesso? Quali oscure paure evoca?
Dov’è che vi sentite indeboliti e minacciati?
Non riesco a togliermi dalla testa che in questo dibattito
rancheggiano angoscianti fantasmi che usano linguaggi
composti da una terminologia più ridicola che
becera: termini come sodomia, perversione, pedofilia,
peccato e via dicendo. Perché altrimenti non
si spiega come sia possibile che chi è ostile
al riconoscimento delle unioni affettive tra persone
dello stesso sesso preannunci un futuro catastrofico
per la società e le coscienze. Disastri nelle
educazioni giovanili. Piaghe nelle carni popolari. Non
si spiega come si possa davvero credere che quel che
dovrebbe essere un allargamento dei diritti civili venga
invece vissuto come un infame restringimento della civiltà.
Ci deve essere per forza qualcosa di psichicamente malato
in chi immagina che la celebrazione di fronte a un rappresentante
dello Stato di un atto di fedeltà e solidarietà
e la sigla del relativo contratto tra due persone adulte
e consenzienti sia prodromo scellerato di chissà
quale catastrofe sociale, ambientale e genetica.
Il presidente Bush ha (quasi) deciso di sferrare un
colpo mortale alla possibilità di rendere legittimi
i matrimoni gay. Permettetemi una previsione politica:
non ci riuscirà. E questo perché gli Usa
hanno negli ultimi decenni consolidato la convinzione
che l’ammissione sociale delle unioni gay non
solo è necessaria ma è addirittura utile
alla società tutta. Senza che ciò danneggi
nessuno. Altro discorso vale per le Chiese (mica solo
quella cattolica, sia inteso). Continuo a pensare che
le religioni abbiano tutto il diritto di stabilire i
principi etici che le regolano. E di difenderli. Discuterne,
soprattutto se non si è nel numero dei fedeli,
è illegittimo prima ancora che futile. Qui però
non stiamo parlando di società religiose. Stiamo
parlando di aggregazioni civili che non sono nemiche
della religione, ma che con essa non si possono e non
si debbono confondere. Siamo dunque all’abc dello
Stato laico di cui ha fortemente beneficato la stessa
religione, finalmente liberata da qualsiasi meschina
opzione legata a interessi politici provvisori. E non
vale nemmeno il discorso degli imbarazzati-tolleranti
(“Sotto la cintura ognuno fa quel che vuole”).
Non vale perché sotto la cintura tutti hanno
sempre fatto quel che hanno voluto.
Dopo millenni di silenzio e di autoumiliazione, di
insulti e di esecrazione gli omosessuali hanno scoperto
il valore positivo e possibile dell’intreccio
affettivo. Questa società sarà ancora
più sicura, democratica e forte quanto più
sarà capace di risolvere lietamente una questione
in fondo inoffensiva, e di liberarsi dai fantasmi appartenuti
a un’era grazie al cielo definitivamente defunta.
Daniele Scalise
Tratto da “Il Foglio”
del 27/02/04
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