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Come la legge…
o quasi. Riflessione sul diritto di amare e la sua tutela
nell’Italia del 2005…
E’ possibile che il modo di vivere i propri sentimenti
sia influenzato dal contesto storico e sociale in cui
essi nascono? La domanda potrebbe sembrare oziosa, la
risposta quasi scontata. Ma dopo aver letto Principesse
azzurre uno e due, me la sono posta senza neppure accorgermelo.
Volendo usare altre parole, quelle che mi hanno suggerito
le voci sapientemente raccolte, organizzate, ordinate,
proposte da Delia Vaccarello: oggi in Italia due gay
o due lesbiche sono veramente liberi di amarsi? C’è
dell’amore tra due uomini o tra due donne che
viene sprecato, che non viene vissuto fino in fondo,
perché è un amore giudicato, negato, disprezzato
da una parte della nostra civile, cattolicissima, benpensante
società italiana? E’ la stessa cosa per
un ragazzo innamorarsi della propria compagna di banco
o del proprio compagno? Sono proprio identiche le difficoltà
di una adolescente che si innamora della figlia dei
vicini di casa, rispetto a quelle di una coetanea a
cui piace il figlio del collega di papà?
A leggere i libri di Delia Vaccarello si rimane perplessi.
Da un lato, infatti, vengono alla mente le storie (tante)
dei ragazzi e delle ragazze incontrate negli anni della
propria personale scoperta, negli anni vissuti al servizio
degli altri in diverse esperienze associative, negli
anni passati a colloquio con i propri studenti; dall’altro
ci sono i racconti d’amore e di vita di donne
tra donne, come recita il sottotitolo di Principesse
azzurre. E tra le due immagini non si riesce a creare
una totale sovrapposizione, perché troppo spesso,
nella realtà, le convenzioni sociali, i condizionamenti
culturali sono più forti della voglia di amarsi
alla luce del sole.
In quei racconti si legge, per esempio, del coraggio
che non conosce età. Corpo, ricorda, il racconto
della Bonvicini che apre Principesse azzurre due. Una
citazione, quella del titolo, di una delle poesie più
belle di Kavafis (poeta gay alessandrino) che mi lascia
senza respiro. Il poeta, che ha aperto alla poesia greca
contemporanea le porte dell’immortalità
letteraria, viene evocato come un monito. Ricordati!
Ma di cosa? Ricordati che non è mai tardi, che
l’amore non conosce età. Che è necessario
darsi una nuova possibilità, finchè in
noi c’è un soffio di vita. E non importa
il sesso a quel punto, perché “una sera
Marta le sfiorò appena le labbra” e bastò
quel gesto delicato - della delicatezza che solo una
donna può avere - a dire ti amo.
Dove è, di fronte ad una tale immagine, la morbosità
con cui spesso si pensa alle relazioni tra due uomini
o tra due donne?
Ma chiediamoci: è possibile che di quella immagine
per primi noi, gay e lesbiche dell’Italia del
2005, siamo responsabili? Forse il desiderio di dire
esistiamo, ci ha fatto commettere qualche errore nella
nostra strategia di comunicazione. Non so fino a che
punto in Italia si rifletta (o peggio si abbia la volontà
di riflettere) su quali siano le modalità più
opportune per creare un contatto tra la “comunità”
gay e il resto della società.
Certo è che qualcosa sta cambiando e lo dimostrano
non solo le due belle antologie della Vaccarello, lo
dimostrano i libri sempre più numerosi che escono
per grandi case editrici, alcuni diventati dei veri
best seller, o i film – molti nelle ultime stagioni
avevano riferimenti a relazioni omosessuali (Una casa
alla fine del mondo, Camminando sull’acqua, La
Maleducation, e prima ancora Far from heaven, The Hours).
Libri e film questi, che entrano nel grande circuito
della distribuzione e che non vengono visti e letti
da un pubblico di nicchia, che parlano della quotidianità,
fatta di tutte le paure, le incertezze, i pudori, i
tremori, le passioni, le liti, le fughe che caratterizzano
l’Amore, quello con la maiuscola che prescinde
dall’orientamento sessuale dei protagonisti.
La vividezza dei sentimenti così variamente narrati,
è capace di spazzare – o quanto meno mettere
fortemente in crisi – qualsiasi stereotipo di
cui l’immaginario dell’italiano medio si
è finora nutrito, grazie alle macchiete dei film
anni ’70 o alle maschere da avanspettacolo, o
grazie ai muscolosissimi e svestiti ballerini dei carri
del gay pride!
In Italia è così – lo dice molto
bene Tommaso Giartosio nel suo bel libro edito da Feltrinelli,
Perché non possiamo non dirci – si preferisce
tacere o chiamare le cose con un altro nome. Come le
“zitelle” del racconto della Cutrufelli,
Silenzi e segreti, due cugine innamorate l’una
dell’altra, che vivono una vita serena, resa tale
da un amore che non può essere neppure nominato.
Zitta, ordina la madre alla figlia dopo averle raccontato
la vera storia delle due amanti.
Ma – verrebbe da dire – questo in fondo
è il male minore. Peggio è la vicenda
delle protagoniste de La casa di Magda, della Santangelo.
Trasferitesi in un paesino, Magda ed Helen si devono
presto accorgere di cosa voglia dire la parola omofobia
e quanto faccia soffrire sentirsi diversi, quanto stress
possa creare la paura dell’aggressione (non solo
fisica) di chi ti odia per quello che tu non hai scelto
di essere, ma per quello che semplicemente sei. Un amore
tormentato dall’esterno, che rischia di fallire
a causa delle tensioni causate dal mondo che le circonda.
Ma è un amore saldo il loro, o meglio che dona
fermezza ad entrambe. “Si stancheranno prima o
poi…” e accostò le labbra alle sue
– e ti immagini già la lenta dissolvenza
sullo schermo del cinema. Superbo!
E poi Vita all’aria aperta, della Zanghì.
Due gemelli un maschio e una femmina che si scambiano
l’anima nel ventre materno: a lui piaceranno gli
uomini a lei le donne. Ma le donne - si sa - spesso
affrontano la realtà con più coraggio
degli uomini. E così lui per non dire a se stesso
e al mondo chi è, decide di farsi prete. Violetta,
invece, rischia, rischia grosso innamorandosi di una
turista inglese. Teme che lei vada via per sempre, ma
l’amata insperatamente ritorna per condividere
la vita e l’amore per l’arte.
Non dirsi, non (poter) dire chi si è, è
un ostacolo all’amore o quanto meno alla serenità
dell’amare. Scoprire i sentimenti dell’altro,
temere di perderlo, vincere la competizione della conquista,
l’insicurezza della lontananza, la paura del tradimento:
chi non si è trovato in queste situazioni? Al
loro carico emotivo, per i gay e le lesbiche si aggiunge
il peso del giudizio altrui, se non peggio il gesto
violento dell’omofobia, capace di negare l’altro,
e di comunicare soltanto il massimo del disprezzo.
Mi torna spesso in mente lo spaesamento di un ragazzo,
mio studente diciannovenne che non sapendo a chi raccontarsi,
un giorno decide di farlo con me. Il suo ragazzo l’aveva
lasciato, e lui – come è normale –
ci stava malissimo. Ma non poteva parlare a nessuno
del suo dolore. Nessuno sapeva che era gay. Quella vicenda
si è conclusa per il meglio. Ha capito, da ragazzo
intelligente qual è, che non si poteva andare
avanti in quel modo e ha deciso di aprirsi. Prima con
la sua migliore amica, poi con gli altri compagni di
corso. Oggi ha trovato un altro ragazzo di un paio d’anni
più grande di lui e sono innamoratissimi.
Quanti sono, invece, i ragazzi e le ragazze, che non
hanno qualcuno con cui poter parlare?
Chissà poi se la mancanza di una tutela giuridica
- che allontana la nostra società dal raggiungimento
della parità tra le coppie eterosessuali e le
coppie gay e lesbiche – non sia dovuta anche al
fatto che, in genere, non si percepiscono i rapporti
tra due gay e tra due lesbiche come rapporti d’amore
uguali a quelli di tutti quanti “gli altri”?
E tale mancata percezione è addebitabile in parte
alla nostra afasia, al nostro tacere di noi stessi,
al non raccontare ciò che siamo e proviamo “agli
altri”?
L’omofobia è dentro di noi, l’abbiamo
introiettata a tal punto da considerarla una condizione
della nostra esistenza. Bisognerebbe imparare a non
dare peso a certi atteggiamenti e a certi giudizi. Se
a qualcuno urta il fatto che due ragazzi si bacino per
strada, o se a qualcun’altro da fastidio che due
ragazze camminino abbracciate, è un problema
loro, almeno fino al momento in cui atteggiamenti che
una coppia etero tiene in pubblico, disinvoltamente,
senza pensarci, vengono negati ad una coppia gay o lesbica.
Perché a quel punto un dovere civico, oltre al
rispetto di noi stessi, ci dovrebbe indurre a reagire.
Ci sono leggi in Italia che ce lo consentono: ma quanti
processi in Italia si sono celebrati per reagire ad
un insulto, o ad una violenza fisica, subita da un gay
o da una lesbica per un delirio omofobico? Pochi, almeno
quelli di cui si ha notizia. Pochi forse anche perché,
incominciando un processo, si dovrebbe affermare –
più o meno esplicitamente – “io sono
gay”, “io sono lesbica” e questo è
lo scoglio più difficile da superare.
La vera vittoria consisterà nel non rinunciare
a vivere se stessi. “Astenersi dalla vita è
un peccato vile”, viene da dire citando da Lettera
di sola andata, della Viganò.
In Parlamento pendono proposte di legge che concederanno
- una volta approvate - una tutela giuridica minima
ad una coppia gay o lesbica. Tali norme, però,
faranno molto di più da un punto di vista sociale
e più latamente culturale. Una volta diventate
leggi, metteranno gli italiani di fronte ad un’evidenza:
non potranno più ignorare l’esistenza di
relazioni d’amore stabili, serene, durature tra
due uomini o tra due donne.
Le leggi – va detto – da sole non servono.
Ad esse bisogna che si aggiunga il gesto quotidiano
del riconoscimento dell’altro, il solo capace
di fondare relazioni interpersonali autentiche. Suscitare
un tale gesto era, evidentemente, l’intento di
Delia Vaccarello nel dare alle stampe le sue antologie.
Come al solito, però, i risultati sopravanzano
le intenzioni. E nel caso di Principesse azzurre uno
e due, non ci troviamo dinnanzi soltanto a pagine che
testimoniano un impegno civile, perché moltissime
di quelle pagine sono vera poesia. Ma questo è
un altro discorso, che forse merita l’attenzione
dei veri esperti di letteratura e non certo quella di
un giurista appassionato di libri.
Francesco Bilotta
Tratto da “Alta Lex”
del 11/01/05
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