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Un nuovo
libro dell’autore che parla di Israele e racconta
anche la storia di anziane coppie omosessuali…
Trascorrere Shabbat sul terrazzino del residence a
Herzlìya Pitu’ah. Tra palazzoni tutti vetrate,
marmi importati da Carrara, gente che va alla spiaggia
ad abbronzarsi, odore di mare misto a fritti di pesce.
E per giunta ascoltando dalle cuffie del walkman un
motivo di Rino Gaetano. Quello che fa più o meno:
«Chi ama la zia, chi va a Porta Pia, chi trova
scontato, chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori,
chi legge la mano, chi regna sovrano... ma il cielo
è sempre più blu». Qualche anno
fa lo Stefano Jesurum «prima maniera» avrebbe
quasi senz’altro scelto di raccontarci il giorno
settimanale del riposo ebraico tra i religiosi integralisti
nel quartiere ultra-ortodosso di Mea Shearim a Gerusalemme,
oppure indugiato nel descrivere i «pionieri-contadini»
intenti a scegliere un libro nella biblioteca collettiva
del loro kibbutz sulle colline di Galilea.
Invece resta a poltrire. Ha da digerire un mese e mezzo
di viaggio non stop. Ma non per molto. Giornalista,
scrittore, milanese, ebreo, militante della sinistra
italiana ancora profondamente (e dolorosamente) segnato
dalle polemiche contro Israele negli anni Settanta,
Jesurum non sa darsi pace. Perché di questa terra
è innamorato di una passione «che non svanisce»,
come per una donna «messa prima sul piedistallo
e poi tradita, persa e riconquistata, disprezzata e
poi ancora una volta amata». Si è pentito
di aver sottoscritto l’appello lanciato da Primo
Levi contro l’invasione del Libano nel 1982. Condanna
gli estremismi ideologici di allora, li paragona agli
«imbecilli» che oggi vanno ai cortei travestiti
da kamikaze di Hamas. Non gli basta di godersi il sole
nel pomeriggio indolente dello Shabbat. «Forse
chi vive qui è pazzo. Le sirene, i blindati,
le perquisizioni, le canzoni, le bombe, le tombe, l’amore,
il terrore», si ripete in testa.
Così parte, in auto, solo. Direzione Ramat Aviv,
il cuore laico e super-benestante del Paese. Ci vivono
gli yuppies di Tel Aviv. Nelle vicinanze da cinque anni
ha aperto una rivendita dell’Ikea. La stampa locale
l’ha descritta come «la sinagoga dei giorni
di festa per chi vuole arredare la casa in legno, all’europea
o stile east coast americano, e ha poco tempo durante
la settimana». Ci sanno fare i proprietari. Nello
stesso edificio hanno aperto ristoranti, cinema, bar,
asili-nido ben attrezzati dove «parcheggiare»
i figli mentre si fanno compere. Lui lo descrive in
rima, con lo stesso ritmo leggero e scanzonato di Rino
Gaetano: «Negozi aperti anche il sabato, molto
verde, grosse costruzioni, da queste parti avere l’attico
è il massimo, diplomatici e arricchiti, tate
che portano a spasso i bambini, signore tinte di biondo,
locali alla milanese, arcades falso londinese, aria
di Occidente, fanno finta di niente». Un mondo
poco conosciuto tra il pubblico italiano, che dall’estero
pensa che Israele sia solo autobomba, paura, terrorismo,
rabbia palestinese e cose del genere. Lo stesso che
Jesurum incontra a Rechov Shenkin, la strada di Tel
Aviv che una volta era la patria della classe dirigente
laburista, lentamente conquistata dalla destra del Likud
e oggi semplicemente trasformata in quartiere postmoderno,
con erboristerie locali, «centri per massaggi
di ogni genere» purché vagamente orientaleggianti,
negozi di orpelli da regalo assolutamente superflui,
inutili.
Il viaggio di Jesurum avviene nell’ottobre-novembre
2003. Un tuffo tra situazioni e personaggi che ricorda
nell’incedere quello di Amos Oz. Lo scrittore
israeliano che nel 1983 con una successione di reportage
minimalisti, ma molto efficaci, tratteggiò l’affresco
accurato del Paese lacerato dalle polemiche dopo l’invasione
del Libano.
Anche Jesurum si traveste da viandante occasionale.
Con un paio di scrittori arabi-israeliani mette a fuoco
le ambiguità della loro condizione di minoranza
tra un popolo che non ha ancora accettato l’idea
di essere davvero maggioranza. Con Daniela Abravanèl,
mistica, erudita di cultura cabalistica, italiana cittadina
del mondo, «metà zingara, metà indiana»,
discendente di Isaàk Judà Abravanèl
(1437-1508, «uomo di Stato, filosofo, commentatore
e Maestro»), mette in luce le inquietudini delle
nuove forme di religiosità.
Tutto apparentemente molto casual, leggibile, quasi
scanzonato. Ma è la facilità che viene
dalla conoscenza. Perché Jesurum in Israele c’è
stato innumerevoli volte, sin da ragazzino quando ci
andava con i gruppi dell’Hashomer Hatzair, l’organizzazione
giovanile della sinistra sionista. Le prove? Per esempio
un’osservazione immediata, per cui sino a una
quindicina di anni fa praticamente non si vedevano cani
per la strada. Quando chiedevi una spiegazione ti rispondevano
che non avevano tempo, c’era altro più
importante a cui pensare. Oggi invece ci sono un mucchio
di cani, «grandi, piccoli, di razza, meticci».
Ancora a Shenkin, conosce coppie anziane di «raffinati
omosessuali», i quali a loro volta gli indicano
dove trovare il sottobosco gay più interessante.
Quello dei circa 500 omosessuali palestinesi sfuggiti
alla società intollerante della Cisgiordania
(dalla striscia di Gaza è praticamente impossibile
uscire) e immigrati illegalmente qui, dove si sono trovati
partner ebrei. Ma sempre attanagliati dalla paura di
essere scoperti dalla polizia, riportati nei loro villaggi
e assassinati dai padri, fratelli o cugini per aver
gettato la famiglia nella vergogna. In nome dell’onore
e della morale islamica.
Lorenzo Cremonesi
Tratto da “Il Corriere della
Sera” del 30/11/04
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