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La scrittrice
lesbica presenta il suo nuovo libro, una novità
editoriale molto interessante…
Se ne potrebbe dire benissimo e malissimo, ma di certo
Hackers, La storia, le storie, scritto da Maya ed edito
da Malatempora è un libro che non annoia e riempie
magnificamente una serata.
Tanto per cominciare l’autrice, lesbica dichiarata,
è in Rete da almeno 20 anni ed è tenutaria
(dovrei dire mistress, se fossi politically correct)
di un paio di siti porno (cybercore, se volessi continuare
sulla correctness...).
L’incipit è fulminante: «Venite
subito qui o vi strappiamo le palle!». E via con
il racconto in presa diretta dell’hackeraggio
di McLink del 1989, quando il Web non esisteva, «i
luoghi» degli utenti erano le Bbs e la reti degli
hacker erano le x.25 (Itapac, per intenderci).
Insomma, si vede che Maya ha vissuto sulla sua pelle
parte delle storie di hacking d’élite che
racconta, mentre altre sono frutto di brutali copia-e-incolla
tirati giù dalla rete e pure mal tradotti. Ma
va bene così, perchè a Maya non importa
di esibire quanto poco sa di Tcp/Ip e men che meno d’inglese,
di grammatica italiana e di sintassi.
Il risultato è in ogni caso una gradevolissima
insalata di vite vere - o presunte - e di filosofie
di vita, con una serie di chicche che in pochi conoscono.
Per esempio, lo sapevate che il termine debugging nasce
da una farfallina, fisica e non virtuale, che era andata
a morire nella pancia di un «cervellone»
anni 40, impedendo a un relais di scattare?
E che la bestiola fu scoperta da Grace Murray Hopper,
morta a 86 anni con il grado di ammiraglio della Marina
americana dopo una vita passata tra i computer, contribuendo
tra l’altro alla creazione del Pascal? O ancora,
che Linux nacque col nome di Freak, in onore di uno
stile di vita libertario e contestatore dell’apparato,
«nato nel casino di una camera da letto e diventato
in pochi anni il più grande progetto di collaborazione
della storia del mondo»?
Avrete capito che nel libriccino di Maya c’è
un po’ di tutto, senza confini netti tra realtà
e leggenda: archeologia industriale, impeto infantile,
reducismo, proclami di eticità e di rivolta,
voglia di comprendere come funzionano le cose, psicologia,
antagonismo sintattico, cronaca di reati perpetrati
da singoli ma anche mezze truffe di grandi società
come la Sip, che falsificava ad arte il numero degli
utenti del Videotel per ottenere finanziamenti dalla
Comunità europea.
Diciamolo, il libro è bello proprio perché
Maya racconta entusiasta, scrivendo come parla, soprattutto
dell’élite, oggi fatta da adulti in buona
parte affermati security manager, se non di più.
Élite, già: perché, a dispetto
di ogni proclama di egualitarismo, l’intelligenza
tipica dell’hacker non è roba di massa.
Si finisce e resta un fondo di tristezza. D’altronde
Talleyrand scriveva: chi non è rivoluzionario
a 20 è senza cuore, chi lo è a 40 è
senza cervello. Rassegnamoci.
Marco Gatti
Tratto da “Week.it”
del 30/11/04
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