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Carla Liberatore
intervista Salvatore Polito sul pregiudizio. Una riflessione
tra filosofia e storia su un sentimento che tocca ancora
spesso la popolazione GLBT…
In Italia, come in altri paesi Europei, la pedofilia
sembra essere il tema incandescente delle politiche
di protezione dei diritti del Minore. Le organizzazioni
che s’interessano attivamente al problema e i
mass media in generale ci informano continuamente che
in parecchi luoghi del mondo si trovano delle organizzazioni
nascoste impegnate nel traffico minorile e nel profitto
pedofilo. La pedofilia - come osservano Ferraris e Graziosi
- è una malattia mentale che “riguarda
individui di almeno sedici anni, che si intrattengono
sessualmente con minori di tredici anni e con la differenza
di età di almeno cinque anni”(2001). Inserita
da tempo nel DSM IV, viene spesso ed erroneamente associata
all’omosessualità e/o alle pratiche omoerotiche,
quando in realtà le possibili disfunzioni mentali
di alcune identità non hanno relazione diretta
con l’identità sessuale di gay e di lesbiche.
La seguente intervista vuole proporsi tanto come strumento
di filtraggio attivo del pregiudizio negativo che ancora
oggi correla la pedofilia all’omosessualità
(maschile e femminile), quanto come monito scientifico.
Infatti, chi è interessato ad approfondire a
più livelli di analisi la pedofilia non dovrebbe
farsi trascinare dalle percezioni ingannevoli dei media
sino a ingarbugliarla con l’omosessualità.
affrontando l'argomento, invece, senza preconcetti anti-omosessuali.
L’intervista non è stata condotta attraverso
un registratore né per mezzo della vicinanza
discorsiva fra gli interlocutori, faccia a faccia per
intenderci, per cui è in qualche modo contrassegnata
da pause telematiche che hanno spinto la riflessione
a piccoli sconfinamenti su altri territori correlati
all’argomento trattato. In ogni caso traccia una
mappa conoscitiva e informativa del pregiudizio negativo
che associa l’omosessualità alla pedofilia
in modo incisivo; in essa, infatti, sarà possibile
trovare presupposti di ulteriori argomentazioni che
ne potrebbero dilatare o addirittura accorciare il respiro
comprensivo.
In molti ambienti si tende ad associare
l’omosessualità (maschile e femminile)
alla pedofilia. Molti studiosi smentiscono i legami
fra queste due realtà sociali e culturali, può
chiarire in questa sede perché l’omosessualità
non ha niente a che vedere con la pedofilia ?
Nel nostro appartarci quotidiano
con i media spesso trascuriamo il loro incisivo potere
nell’alimentare pregiudizi che continuano a discriminare
fortemente individui di ogni classe sociale, come in
questo caso specifico in cui procedono violentemente
attraverso indicazioni deleterie che relazionano identità
e disfunzioni sessuali affatto conciliabili - nemmeno
per mezzo di talk show e riviste specializzate. Di fatto
la pedofilia, il turismo sessuale e la pornografia infantile
sono fenomeni assai articolati ai nostri giorni e riguardanti
pericolose disfunzioni sessuali di orientamenti fortemente
devianti. L’omosessualità e il comportamento
omosessuale effettivo concernono, invece, identità
e non orientamenti sessuali che, in alcuni casi, potrebbero
essere pure situazionali. Sia chiaro e senza volerne
fare un discorso prettamente politico o di parte che
un omosessuale potrebbe essere anche un pedofilo, ma
chiaramente non esiste relazione scientifica, diretta
o di causa/effetto tra omosessualità e pedofilia:
l’una è identità e l’altra
disfunzione sessuale e/o malattia mentale. Esistono
dibattiti aperti, organizzazioni a livello mondiale,
studi e ricerche che offrono informazioni certo più
dettagliate che non in questa sede, ma – come
ha osservato argutamente in un convegno a tema il prof.
Bressan (2001) - non sarà difficile comprenderla
tra le mura domestiche, nei sentimenti contrastanti
di molte famiglie e nei rapporti disagevoli di più
identità, eterosessuali o altre che siano.
A fronte di questa netta distinzione
tra omosessualità e pedofilia, perché
ancora oggi gay e lesbiche vengono spesso discriminati
dalla società ?
Mi concedo un invito alla riflessione
di quanti leggeranno la sua preziosa intervista. Zygmunt
Bauman (2004) afferma che nel nostro mondo fluido impegnarsi
per tutta la vita nei confronti di un’identità
[…] è un’impresa rischiosa. L’osservazione
di uno dei maggiori sociologi della modernità
mi pare nitida e inerente alla domanda in quanto anche
a livello accademico, politico, istituzionale o informativo
in genere, l’impegno non è meno disagevole.
Ciò significa, praticamente, che, nonostante
l’impegno di molti studiosi e politico in genere,
i modi di pensare e di agire degli individui il più
delle volte nascondono ragioni nascoste e impreviste
che dipendono da istinti e atteggiamenti assai articolati,
invogliandoli a forme di repressione psichiche, emotive
e fisiche che discriminano comportamenti e identità
diverse da quelle ritenute socialmente regolari o scontate.
In altre parole, si potrebbe affermare che i modi in
cui la consapevolezza dell’altro o del “diverso”
stratificano cognizioni e atteggiamenti sociali di pregiudizio
negativo circa l’omosessualità (proprio
attraverso specifici mondi conoscitivi), si risolvono
spesso in discriminazioni che modificano o creano nuovi
strumenti di marchiatura o precisa identificazione/esclusione
della diversità. Ad oggi, includere per escludere
l’altro sembra essere la rotta delle politiche
istituzionali che negano diritti fondamentali alle persone
omosessuali. Impressionando marchi, etichette o stigmi
più sofisticati di qualche decennio fa, velati
accuratamente alla sensibilità pubblica in tempi
di mondializzazione delle culture, la volontà
del potere istituzionale risiede e si risolve nell’atto
di riconoscere corpi e identità le cui diversità
si presentano abbondantemente manipolate e stravolte
dalla riflessione pseudopsicologica, estetica, mediatica
o speculativa in generale. Sarebbe difficile argomentare
qui le ragioni e le evoluzioni future di tutto questo,
ma nello specifico e come sottolinea la sociologa italiana
Simonetta Piccone Stella (1996) sembra che l’influenza
del pensiero gay ha operato in direzione di una visione
problematica e pluralistica dell’identità
sessuale, contrassegnando e irrigidendo alcuni confini
dell’identità e rendendone fluidi altri,
includendo o escludendo attraverso precise regolamentazioni,
additando a degli stereotipi e a delle caratterizzazioni
non sempre costanti (sebbene continui) delle opportunità
riproduttive offerte dai generi alle altre identità
sessuali, tanto all’interno della categoria che
raggruppa le diverse omosessualità quanto nel
rapporto tra la sua visibilità e le altre categorie
sessuali.
Coscienti di queste pratiche di inclusione/esclusione
dell’Altro,perché certi gruppi religiosi,
soprattutto cattolici, sostengono energicamente che
gli omosessuali hanno certamente deviazioni pedofile
?
Mi permetta una precisazione
onde incorrere in slittamenti di parte che potrebbero
screditare la causa insita in questa intervista. Come
ci insegna Anthony Giddens (2000), la religione non
dovrebbe essere identificata con le prescrizioni morali
che orientano il comportamento dei credenti. L’idea
che gli dei siano molto interessati a come noi ci comportiamo
su questa terra è estranea a molte religioni.
A fronte di ciò le dichiarazioni di alcune autorità
della Chiesa Cattolica, come quelle recenti del Monsignor
Mario Milano, vescovo di Aversa, che informano di un
dibattito aperto, conflittuale e articolato sull’accettazione
delle pratiche omoerotiche all’interno della stessa
organizzazione religiosa. Eppure l’etica cattolica
ad oggi non ha mai ufficialmente correlato la pedofilia
all’omosessualità, condannando certamente
la prima e accogliendo oramai la seconda. Di fatto e
in situazioni discorsive del genere, non credo si arriverà
in futuro ad accettare di buon grado pure le pratiche
omoerotiche da parte della Chiesa a meno che non stravolga
i suoi mandati e la propria interpretazione delle Sacre
Scritture - che condannano a viva voce gli omosessuali.
Esistono gruppi scientifici e politici filocattolici,
come la SCIENTIFIC ADVISORY COMMITTEE of NARTH o quelli
di manifestanti violenti ai funerali gay americani per
esempio, che si battono attivamente con pratiche e approcci
terapeutici per “guarire” l’omosessualità,
ma questa non sembra essere la posizione ufficiale della
Chiesa Cattolica. A mio avviso e delle recenti ricerche
sul tema, laddove vi siano interessi particolari a discriminare
alcuni gruppi o classi sociali credo si possano rintracciare
nella sensazione preminente di disagio che scaturisce
da un approccio malagevole e poco informato all’omosessualità,
spinto in parte dal pluralismo di idee e di concetti
sulle diversità sessuali che hanno sottovalutato
l’esistenza di certe unicità sessuali,
approdando a un relativismo sostanziale dai tratti più
moralistici che scientifici. Dunque impiegherei cautela
evitando di vedere nelle dichiarazioni di alcuni una
nuova crociata anti-omosessuale da parte della Chiesa
Cattolica che, come tutte le altre istituzioni impegnate
socialmente ad oggi, sono costrette a far fronte con
meno rigidità di un tempo ai processi di mondializzazione
delle culture.
Quali sono i retaggi culturali e i meccanismi
che s’insinuano negli individui rispetto alla
mancata accettazione degli omosessuali ?
Come ho espressamente dichiarato
in altri miei lavori descrittivi , credo che l’individuo
moderno pone se stesso al centro del mondo in generale
quanto della sessualità in particolare producendo
per conto proprio le regole comportamentali del suo
agire sociale e sessuale, privato quanto pubblico; così
facendo la realizzazione dell’autodeterminazione
individuale o libertà che sia è oggi meno
ostacolata rispetto alle passati forme di vita collettiva,
sebbene l’indeterminatezza degli atteggiamenti
personali, stimolata in parte dalla natura romantica
dei modi di pensare e di agire riguardo alle diversità
sessuali, evidenzino di contro un’antitesi di
idee difficile da amministrare, ma che tutto sommato
si struttura proprio attraverso il marcato individualismo
di questi ultimi decenni. In questo stato di cose ciò
che specifica in effetti l’atteggiamento e il
modo di pensare della maggioranza degli individui moderni
circa le molteplici omosessualità maschili e
le subculture che li rappresentano è rintracciabile
sia nell’accrescimento del grado di accettazione
simbolico e formale, etico quanto morale rispetto al
passato, che nel processo di riqualificazione dell’identità
quale meccanismo propulsore della modernità.
Tutto sommato è evidente che le discriminazioni
simboliche e fisiche ancora persistenti siano meno accentuate
rispetto al passato e dipendano fortemente tanto dalla
socializzazione scolastica, familiare e dei media quanto
dalla mancata coscienza politica dei movimenti omosessuali
in Europa. Mi guarderei bene dal dichiarare pesanti
le discriminazioni degli omosessuali moderni, rivalutandole
piuttosto attraverso la sensazione diffusa in alcune
subculture omosessuali di non avere sufficienti mezzi
di potere per cambiare lo stato delle cose in merito
all’accesso a determinate risorse sociali quali
le unioni di fatto o l’adozione. Gli omosessuali
moderni lottano costantemente per far valere i loro
diritti, cercando di rivendicare il loro patrimonio
storico e culturale nell’atto di muoversi compattamente
verso la giustizia sociale, affermando al tempo stesso
lo loro differenza. Ma non si dovrebbero trascurare
i successi ottenuti e i traguardi raggiunti con queste
lotte. E’ evidente, infatti, che uno degli esiti
più significativi delle azioni politiche e collettive
degli omosessuali è la rivendicazione del diritto
alla diversità attraverso proposte di nuove definizioni
tanto dei rapporti uomo-donna quanto di quello tra eterosessualità
maschile egemone e omosessualità, accompagnate
spesso a una diversificata e nuova distribuzione delle
risorse di produzione sociale all’interno dei
ruoli omosessuali stessi.
Alcuni sostengono che gli omosessuali
sono individui che hanno subito dei traumi, spiegando
così l’orientamento sessuale e/o l’identità
del “diverso”. Cosa c’è di
vero in queste teorie ?
Nulla a mio parere e a constatazione
delle recenti posizioni mediche e scientifiche che ne
trattano. Ricerche sulle possibili correlazioni tra
eventi traumatici e omosessualità hanno dimostrato
che non esistono prove tangibili che le accomunino in
una relazione di causa/effetto, sebbene tutte ne rilevino
accostamenti socio-culturali nei paesi occidentali e
occidentalizzati. L’omosessualità è
identità, come tale può essere condizionata
da traumi o altri eventi ma non dipende assolutamente
da essi né è strutturalmente articolabile
intorno a disfunzioni sessuali. Credo piuttosto (con
altri sessuologi, scienziati sociali e psicologi) che
il pregiudizio negativo sugli omosessuali, per quanto
in continuo avanzamento, informa solo trasversalmente
sulle questioni fondamentali inerenti il processo di
acquisizione dell’identità omosessuale
e circa le differenze sociali e demografiche, storiche
e politiche che la differenziano da paese a paese e,
all’interno di ogni realtà sociale e forme
di associazionismo, riguardo alla differenza manifesta
che c’è tra omosessuali maschi e femmine.
Ciò è dipeso dal fatto che la consapevolezza
del genere come struttura di relazioni sociali, aperta
quindi alle riforme collettive, è emersa più
lentamente della corrispondente consapevolezza circa
il sesso come dato biologico. In altre parole, sappiamo
che fin dalla prima socializzazione si insegna a fare
distinzione delle linee di confine entro le cui si differenziano
comportamenti e atteggiamenti maschili da altri femminili.
Anche se questi confini sono più spesso permeabili
e scavalcabili, segnano istituzionalmente la condotta
individuale, distinguendo la categoria degli uomini
da quella delle donne. Ciò dà a intendere
che le scelte individuali e collettive nel corso della
vita di ognuno di noi, dipendono soprattutto da principi
indiscutibili per i quali, forse semplicisticamente
in questa sede, ma indiscutibilmente la scelta della
toletta è moralmente e necessariamente obbligata:
“per soli uomini” o “per sole donne”.
E credo sia proprio questo binarismo simbolico e di
fatto che costringe gli omosessuali a indagare, documentare
e spesso confrontarsi animatamente per affermare la
propria diversità sino a fare della lotta il
principio su cui basare la visibilità di una
sessualità diversa e non convenzionale che, in
ogni caso – come ha osservato trasversalmente
J. Butler (1993) - sembra riconoscere alla maschilità
eterosessuale egemone l’imperativo di autorizzare
certe identificazioni sessuate e precluderne e/o rinnegarne
altre.
Quando una persona “scopre”
di essere omosessuale, scattano dentro di essa una serie
di meccanismi cognitivi che creano enormi disagi. Quali
sono quelli che - a volte – spingono a non volere
accettare la propria diversità ?
E’ una domanda alla quale
è difficile dare una risposta esauriente in questa
sede. Si potrebbe affermare semplicisticamente che l’identità
omosessuale è la percezione negoziata di sé,
messa in relazione alla percezione collettiva altra
all’eterosessualità o a qualsiasi altra
identità sessuale: in pratica è la transazione,
più o meno sofferta, tra socializzazione al modello
eterosessuale e le affermazioni delle possibilità
alternative negate da questo modello. A fronte di ciò
e sebbene l’identità omosessuale (come
tutte le altre identità diverse da quella eterosessuale)
è stabilita dal rapporto di potere tra i generi,
essa si definisce più limpidamente in termini
di esclusione e grado di tolleranza rispetto alle diversità
degli orientamenti sessuali, laddove non è percepita
come momento di identificazione e di congiungimento
con le altre identità di genere. Inoltre e a
larghe linee si sottolinea che il percorso di socializzazione
al genere è strettamente legato alle disuguaglianze
sociali, storiche, politiche ed economiche che differenziano
gli uomini dalle donne, e che queste diversità
sono in rapporto alle caratteristiche fisiche e biologiche
dei corpi. Per cui gli “elementi” che portano
gli omosessuali a non accettarsi come tali o, peggio
ancora, a nascondersi sono tutti correlati all’ambito
delle relazioni private e pubbliche, familiari, delle
amicizie e delle istituzioni che culturalmente negano
il diritto ad una identità altra da quella regolare:
il pregiudizio negativo, insomma. Costrizioni culturali
strutturate intorno a percezioni pregiudizievoli circa
la propria identità, dunque. Si aggiunga poi
- come dimostrato da una recente ricerca a cura di Chiara
Saraceno (2003) – che, nonostante siano proprio
gli omosessuali a operare un distacco più netto
di un tempo tra orientamento sessuale e identità
di genere, essi assumono comportamenti e sviluppano
attese sempre più simili a quelli degli eterosessuali.
Ciò significa, sostanzialmente, che c’è
stato e continua ad esserci un cambiamento di rotta
nell’esplicitare pratiche e comportamenti rispetto
a qualche decina di anni fa, in quanto sono gli stessi
omosessuali a rivendicare la loro differenza offrendo
un modello comportamentale che accomuna tutte le categorie
di genere per mezzo di un sistema di rappresentazione
del sé omologante, quasi unisex. A ben vedere
sono le pratiche di identificazione e di sconfinamento/inclusione
degli altri da parte delle moderne comunità omosessuali
ad operare come propulsori dell’esclusione e delle
varie forme di discriminazione. Inducendo al fastidio
alcuni di loro, al rifiuto di un possibile coming out,
di associarsi in gruppi o comunità, di frequentare
“l’ambiente” sino a costringersi in
estenuanti e per niente profittevoli sedute terapeutiche
per modificare in qualche modo e misura la propria identità
sessuale. Quando sarebbe più vantaggioso che
queste energie venissero impiegate in vere e proprie
politiche “attive” e in azione di differenziazione
delle identità.
E’ possibile una qualche forma
di cooperazione fra le istituzioni (vedi la famiglia
e la scuola per es.) per una maggiore accettazione dell’omosessualità
o almeno una sua migliore comprensione sociale ?
Si e fatto presente, ancora con
Giddens (2000), che viviamo in un mondo turbolento,
difficile e poco conosciuto; per cui tutti noi, che
ci piaccia o no, dobbiamo confrontarci con le opportunità
e i rischi che questo mondo ci offre. Per cui le istituzioni
sono obbligate a far fronte ai disagi che vivono alcuni
nelle società che abitano, soprattutto oggi rispetto
al passato. Sia chiaro, ovviamente, che la cultura occidentale
non contiene valori di partecipazione unanimi alla vita
collettiva degli attori sociali, piuttosto essa si caratterizza
di tutte le diversità individuali e dei percorsi
differenziali di ciascun membro attivo all’interno
delle varie comunità, il ché evidenzia
di fatto quanto oggi il non essenziale, il meno importante
e periferico stile di vita non si conforma più
a una struttura comune di partecipazione alla riproduzione
sociale. Ma è proprio di questo cambiamento che
sono costrette a tenerne conto tutte le istituzioni,
soprattutto la famiglia che è parte dell’esistenza
di ogni individuo – continua Giddens. In Italia
e in altri paesi esistono associazioni come l’AGEDO
che si sono assunte l’oneroso compito di avvicinare
gli omosessuali alle istituzioni attraverso informazioni
e pratiche di associazionismo, tanto politiche quanto
ludiche, atte a migliorare la visibilità di figli
gay e lesbiche negli ambienti che vivono quotidianamente.
Scuole e ambienti di lavoro ne hanno sentito gli effetti
e si sono adeguate al cambiamento, offrendo in alcuni
paesi contesti di vita ad hoc e informando con più
aperture circa le diversità sessuali; ma siamo
ancora lontani dal trarne le somme a mio parere. Il
futuro sembra essere incerto, infatti. Nonostante l’impegno
di alcuni di questi gruppi è pur vero che spesso
si trascura il lato oscuro delle famiglie moderne, quello
in cui i bambini sono costretti a subire abusi di ogni
sorta, quello dei conflitti e dei divorzi crescenti
che creano ostilità e traumi. Inoltre e sebbene
l’apertura avvantaggiata dalla collaborazione
attiva tra famiglie, scuole e altre istituzioni attraverso
una migliore informazione ha dato enormi risultati in
termini di una maggiore accettazione dell’omosessualità,
non bisognerebbe trascurare che queste istituzioni fanno
fatica a contrastare l’insorgere dei succedanei
a queste forme di socialità solide – non
ultime le comunità virtuali e le chat.
In relazione alle trasformazioni istituzionali
e culturali di questi ultimi decenni, la lotta al pregiudizio
negativo circa gli omosessuali è mutata nella
forma. L’attivismo omosessuale e il Movimento
Politico che lo rappresenta, è più forte
rispetto agli anni ’70 ?
Ci sono studiosi di scienze sociali
che faticano a dare una risposta esaustiva a questa
domanda. Grazie a contributi come quelli di Luca Trappolin
(2004) in Italia per esempio e strizzando l’occhio
alla storia dei movimenti sociali, potremmo affermare
che proprio dagli accadimenti di Stonewall nel 1969,
gli omosessuali si muovono nel proposito di uscire allo
scoperto dichiarando apertamente le proprie identità
e preferenze sessuali, rivendicando diritti e proponendo
una diversa distribuzione dei ruoli e delle risorse
sociali. Benché ci sia familiare la lotta storica
degli omosessuali per scampare all’oppressione,
al pregiudizio e agli attacchi fisici e verbali, non
dobbiamo sottovalutare che è proprio a partire
da quegli anni che essi si sono distinti come gruppo
che fa ricorso al Diritto per ottenere il rispetto dalla
società in generale, che proprio questo - come
ebbe modo di osservare Jeffrey Weeks (1981) - spiega
i grandi cambiamenti nelle definizioni sessuali accaduti
negli scorsi duecento anni. Infine, che ciò sarà
determinante per i cambiamenti che accadranno nel futuro.
Sottolineerei che la consapevolezza acquisita dal progetto
di riscatto sociale, durante la spinta trasformista
avanzata nelle relazioni di genere dal movimento omosessuale
dalla rivolta a New York in poi, ha portato di recente
gli scienziati sociali a chiarire l’essenziale
distinzione tra comportamento omosessuale e altri ruoli
omosessuali, tra categorie e identità. In particolare
precisando che gli atteggiamenti verso gli omosessuali
sono specificatamente culturali e sono variati enormemente
attraverso e in differenti culture. Inoltre che, in
linea con i cambiamenti storici, gli atti fisici possono
essere simili, ma le loro implicazioni sociali sono
spesso profondamente differenti.
Nonostante pareri spesso contrastanti, di fatto il necessario
obiettivo delle attuali pratiche politiche omosessuali
sta nell’abolizione dei generi, ma ad oggi questa
sfida radicale al binarismo dei sessi non è diventata
la norma nella vita di comunità gay o lesbiche,
se non in rare e recentissime eccezioni. Uno dei motivi
è che, nella maggioranza delle espressioni di
visibilità, la coscienza di identità omosessuale
è stata per i molti del Movimento una coscienza
di razza, piuttosto che di diversità. Inoltre
lo spazio di pluralizzazione delle identità sessuali
è assai eterogeneo, attraversato dai conflitti
innestati tanto dalle esperienze individuali di azione
collettiva quanto dai significati delle rivendicazioni
degli omosessuali stessi. Ancora oggi sembrerebbe che
quasi tutti movimenti gay indirizzano le loro manifestazioni
di protesta alla legittimazione di un diverso orientamento
sessuale rispetto a quello maschile eterosessuale, laddove
l’attività delle lesbiche rimane in parte
centrata attorno ai temi di subordinazione delle donne
non solo dalla maschilità egemone, ma dalla stessa
omosessualità maschile in casa, nel lavoro e
nella politica. A fronte di queste dichiarazioni, credo
che il Movimento si sia visibilmente infiacchito, mutando
tanto nella forma che circa i suoi iniziali propositi,
sino ad approdare faticosamente a comunanze aggrovigliate
che hanno stravolto il principio politico insito nella
formula “l’unione fa la forza” - confluite
di fatto nel recente LGBTT. Ciò nonostante ogni
manifestazione collettiva di questo recente movimento
sembra cristallizzarsi nella costruzione di un’identità
politica stabile all’interno di una solida comunità
omosessuale che, sebbene pacificata rispetto agli inizi,
ridefinisce praticamente la politica della maschilità
egemone nel suo insieme; già a partire dalla
sua stessa autorità istituzionale.
Le lotte condotte in quegli anni hanno
portato significativi e positivi cambiamenti circa la
possibilità di rendersi visibili a molti omosessuali
che, di conseguenza, hanno creato una maggiore capacità
di accettazione individuale e sociale. Per riuscire
a considerarsi veramente liberi, quali cambiamenti saranno
necessari ?
Gli elementi che caratterizzano
la modernità delle diversità e delle disuguaglianze
sessuali all’interno degli attuali mutamenti politici,
istituzionali e sociali in genere non concernono solo
ed esclusivamente la definizione o il riconoscimento
e la critica valutazione (quantitativa o qualitativa)
dell’altro lontano, dello straniero cioè
che, seppure dello stesso nostro orientamento sessuale,
si distingue da noi per il colore della pelle o per
la differente posizione politica, sociale o religiosa
all’interno della società o per la lontananza
geografica e culturale. A fronte di ciò, uno
degli effetti più spettacolari della liberalizzazione
sessuale degli ultimi decenni è l’uscita
dell’omosessualità dall’ombra. Partecipiamo
un po’ tutti, consapevolmente o meno, a un crescendo
vertiginoso di discorsi e rappresentazioni circa una
minuziosa riformulazione dell’immagine sociale
e politica della figura dell’omosessuale. Come
acutamente osservò M. Pollak (1983), studi sociali
molto accurati e comparativi circa i temi dell’omosessualità
rilevano che le variazioni circa la visione dell’omosessualità
non consistono in nuove interpretazioni, spiegazioni
chiarificatrici o simili, ma nel fatto che chi se ne
occupa lascia da parte la sistematizzazione o categorizzazione
degli omosessuali stessi, spostando le argomentazioni
verso lo stile di vita degli omosessuali. Grazie a questi
contributi è possibile affermare che proprio
attraverso dichiarazioni più incisive e frequenti
della propria visibilità ci siano i presupposti
della libertà di fatto. Infatti, al di là
del termine che si utilizza, il coming out rappresenta
per tutte le persone omosessuali un momento fondamentale
di cambiamento che favorisce l'affermazione di se stessi
e l'accettazione della propria identità, non
solo in quanto omosessuali, ma soprattutto in quanto
individui. Oggi più che in passato, proprio grazie
al sostegno psicologico offerto dal gruppo di appartenenza,
dalla famiglia coinvolta e da operatori del settore,
il coming out diventa meno doloroso, se non addirittura
il momento più importante e rasserenante della
propria vita. Certo non dimenticando o sottovalutando
che tra il nascondersi e fare il coming out vi è
un’ampia gamma di sfumature in cui, anche se non
esplicitato, il proprio orientamento sessuale viene
fatto capire, o non viene fatto nulla per nascondere
le proprie relazioni – come dimostrano recenti
ricerche, fra tutte quella condotta a Torino a cura
di C. Saraceno (2003). In sintesi possiamo affermare
che gli scopi dell’azione politica e della visibilità
omosessuali, tanto in Italia che in altri paesi, hanno
eroso la compattezza della maschilità egemone,
rendendola fortemente insicura e instabile oltre ad
aver promosso progetti di riforma sociale, economica
e di salute, avendo alla base il principio della giustizia
sociale. Ma è pur vero che su più questioni
la presenza omosessuale ha fatto oscillare la società
da un imbarazzante e contraddittorio compromesso all’altro:
dal riconoscimento politico dei diritti di ciascun individuo
alla negazione esplicita della libera espressione della
sessualità. E né i media né le
diverse fazioni politiche sono stati capaci di superare
o riformulare politicamente questa contraddizione. Le
reti di servizi omosessuali, da quelle politiche a quelle
assistenziali, trovano spesso nell’uso trasversale
dei mass media e delle nuove tecnologie i motivi di
una nuova definizione del rapporto che hanno con la
società. Spesso però questi impegni convergono
in interessi istituzionali eterogenei e contraddittori
che si concentrano in un impegno faticoso al miglioramento
della qualità della vita: relativamente ai propri
diritti, al proprio ambiente, all’educazione,
all’adeguatezza delle dotazioni e dei servizi,
del lavoro e altro ancora per citarne alcuni. A mio
parere quest’impegno fortemente politico delle
comunità locali omosessuali dovrebbe rivalutare
le forme espressive e strutturali delle richieste fatte
alla società; proponendole quali luoghi di riferimento
e di responsabilità degli interventi preventivi
circa la discriminazione. Centri e associazioni promozionali
rispetto la propria posizione giuridica e istituzionale,
come per esempio nei casi relativi il riconoscimento
dei diritti delle coppie di fatto e dell’adozione;
piuttosto che rimanere ancorate a suppliche omologanti
in nome dell’uguaglianza di fatto, dunque in controtendenza
proprio con le politiche della globalizzazione in atto.
Alcuni (non solo eterosessuali) affermano
che la comunità LGBTT è diventata una
società nella società. E quindi diventa
ancor più difficile la coesione dei due mondi.
Quanto c’è di vero in questo ?
Premesso che difficilmente gli
individui si conformano in modo deciso alle aspettative
connesse al ruolo sessuale istituite dalla società,
la rappresentazione del sé degli omosessuali
oscilla tra il concetto di normalità e quello
di percezione della differenza, tra ciò che è
normale fare o non fare e quello che si sente di voler
fare in quanto diversi dagli altri. Ciò non significa
che gli omosessuali moderni siano attoniti spettatori
né subiscono passivamente i codici comportamentali
maschili istituzionalizzati, piuttosto cercano di adeguarli
il più possibile alla percezione che hanno di
sé in modo da sentire meno pesante il giogo dell’accettazione
e/o della tolleranza. Esiste una parte importante e
fortemente individuale di cultura o habitus omosessuale
che si conforma da sé alle varie situazioni di
partecipazione pubblica o privata, proprio perché
inerente la storicità dei ruoli omosessuali all’interno
delle società. Per i moderni omosessuali questo
significa sentirsi parte integrante del tutto, di un
luogo come di un altro e di un periodo preciso, vuol
dire acquisire quell’insieme specifico di disposizioni
e non altre durante tutti i momenti di socializzazione,
dalla nascita alla morte: in poche parole vuol dire
sentirsi membri partecipi dell’evoluzione culturale
attraverso pratiche formali di produzione e riproduzione.
Naturalmente parte dei comportamenti, delle azioni,
dei controlli e delle correzioni che gli omosessuali
operano in base alle reazioni degli altri alla loro
visibilità pubblica, può essere inconsapevole,
cioè non pensata o agita esplicitamente, proprio
a motivo del loro habitus: cioè di quel capitale
simbolico che porta a collocare gli altri in base al
peso che hanno nelle loro scelte di vita. In questo
senso, invero, espedienti culturali, centri ricreativi,
pub e discoteche, riviste, circoli e quant’altro
diventano beni culturali di consumo, elementi preziosi,
simbolici in ogni caso, da vendere o scambiare con le
altre realtà sessuali. Si configura così
un mercato delle idee, degli stili di vita e altro omosessuale
nel quale più cresce la domanda di certi beni,
congiuntamente all’offerta, più il valore
d’uso cede il posto al valore di scambio in una
catena culturale di continui scambi.
Esistono ancora paure profonde delle diversità
al punto tale da indurre alcuni a far finta che non
esistano. Quali sono le ragioni che fanno confluire
queste paure e i relativi pregiudizi negativi sugli
omosessuali in movimenti atti alla loro soppressione
?
Una fra tutte: la manipolazione
della diversità al fine di farne una giostra
di pericolose peripezie, come se fosse il luogo del
rischio e dell’incertezza moderne da tenere fuori,
lontane ma accessibili in caso di necessità.
Viviamo in una società in cui essere visibili
come diversi dagli altri è faticoso tanto nei
tempi che negli spazi di vita, questo è particolarmente
evidente fra quegli omosessuali che cercano costantemente
di gestire lo stigma ad essi associato a scuola, a lavoro,
in famiglia, nei media e nei rapporti sociali in genere.
Esso si propone differentemente a seconda che sia associato
all’omofobia, piuttosto che all’eterosessismo
quali ambiti di ostilità sperimentati dai gay
e dalle lesbiche. Le rivendicazioni politiche e sociali
in genere delle diversità sessuali non sono riuscite
a prevaricare sulla conservazione dell’egemonia
maschile circa l’accesso a determinate risorse
sociali, almeno non fino a destituirne radicalmente
il principio di autorità. Tant’è
che mentre per i maschi eterosessuali permane la concezione
romantica di una differenza specifica della propria
maschilità, gli omosessuali moderni al contrario,
vivono come normativi e angoscianti i momenti di assunzione
di questa tendenza alla distinzione. Strategie omofobiche
in parte, eterosessiste in altri casi che, attraverso
la politica, i mass media, la famiglia, il lavoro e
altre istituzioni, tendono a mantenere fermi nella coscienza
collettiva i confini dell’alterità. Tanto
per fare un esempio, se i gay non venissero additati
come travestiti, effeminati, promiscui cacciatori di
falli e quant’altro, il maschio eterosessuale
rischierebbe la sua “naturale” visibilità,
di non differenziarsi efficacemente da altre categorie
di uomini che si vestono come lui, si muovono come lui,
parlano e gesticolano come lui. A ben vedere si potrebbe
affermare che le ragioni intrinseche all’omofobia,
sono le basi del sistema strategico atto a garantire
la differenza nei termini del liberalismo sessuale.
Già perché se si considerano tanto le
falsarighe teoriche che inquadrano l’omosessualità
all’interno della categoria di genere quanto l’impegno
della maschilità ad assicurarsi visibilità
legittima rispetto ad ogni interpretazione minacciosa
alla sua virilità, il problema di conservazione
della propria autorità richiede non soltanto
una protezione dall’esterno ma anche dall’interno,
inasprendo le norme e definendo più nettamente
i confini. Comunemente questo avviene attraverso una
forma di accordo ideologico e filofilosofico tra modi
di pensare a prima vista antitetici, cioè rispetto
della diversità e difesa dell’ordine socio-politico.
Praticamente questa varietà assai recente del
liberalismo spinge a una visione generalizzata delle
diversità innanzitutto culturalmente e poi sessualmente;
quando un’analisi sociologica attenta confermerebbe
che in realtà questa è più che
altro una manovra che mal si concilia con gli ideali
di una società liberale pura - soprattutto laddove
ciò che è ritenuto valido da ogni comunità
omosessuale può rappresentare una sfida alla
maschilità egemone. Ciò nonostante e a
fatica, la tenacia delle comunità omosessuali
sembra premiare il loro impegno a farsi rispettare da
tutti; infatti oramai si sperimentano forme di contrattacco,
laddove non siano evidenti dei mutamenti effettivi negli
atteggiamenti verso l’omosessualità. Come
ad esempio l’uso da parte delle comunità
altre a quelle omosessuali di un vocabolario relativamente
nuovo da utilizzare rispetto all’omosessualità,
che prevede accettazione e presa di distanza riguardo
alle discriminazioni subite da gay e lesbiche. …Sebbene
i termini di questo nuovo vocabolario non sono definiti,
e le soglie di accettazione non sono stabilite, nel
corso degli scambi, durante i quali vengono isolate
posizioni non legittime, più apertamente discriminatorie
(Saraceno, 2003).
Se la situazione è ancora lontana
dall’essere chiaramente definita, come vivono
allora le forme di socialità del nostro tempo
gli appartamenti alla comunità LGBTT ?
Le identità sessuali sono
state e sono tuttora il correlato di procedure precise
di potere. Gli omosessuali rivendicano oggi più
che mai altri poteri che quelli ad essi ascritti, in
aggiunta cioè a quelli specifici dettati dall’etica
cattolica e dalle nuove forme di politica sociale dei
generi. Questo è tanto più possibile oggi
di quanto non accadesse in passato, proprio in virtù
del fatto che l’omosessualità in sé
non desta preoccupazioni, piuttosto sono le evoluzioni-inversioni
politiche e sociali circa la riproduzione sociale che
hanno spesso scelto come bersaglio utile alle logiche
di controllo l’omosessualità stessa –
oltre naturalmente il fatto che storicamente fosse indicata
come un vizio, deficiente di convenzioni giuridiche
che ne potessero legittimare la visibilità, diversamente
dal rapporto eterosessuale nel matrimonio e, più
in là, nella famiglia. Certo, alcuni potrebbero
obiettare sottolineando che il silenzio e il segreto
proteggono il potere e danno basi solide ai suoi divieti,
ma è pur vero che esso allenta sempre di più
i suoi appigli e organizza tolleranze più ombrose;
così nel tempo e con il succedersi di analisi
storiche, politiche e religiose, concettuali a più
livelli e più o meno discutibili, circa la figura
dell’omosessuale moderno, sembra che il sistema
dei rapporti di potere fra le categorie socio-sessuali
abbia allentato la presa, quantunque in realtà
la sua logica ha cercato altrove dei bersagli funzionali
al mantenimento del controllo sociale e politico della
riproduzione sessuale delle identità, quasi accettando
di buon grado le alternative d’opposizione della
politica omosessuale e riservandosi, in questo caso,
di inserirli in un contesto ben preciso. Ne è
risultata una forma di regolamentazione che ha portato
a ri-definire il concetto di maschilità eterosessuale
egemone, marcando alcuni territori dell’identità
e rendendone fluidi altri, includendo o escludendo attraverso
precise regolamentazioni, additando a degli stereotipi
e a delle continue ri/definizioni delle opportunità
riproduttive offerte dai generi, tanto all’interno
della categoria che raggruppa le diverse omosessualità
quanto nel rapporto fra la sua visibilità e le
altre categorie sessuali. Di conseguenza sembra che
si stia affermando una specie di controtendenza negli
stili di vita di molti omosessuali che si contraddistingue
rispetto a quella eterosessuale proprio dalla propensione
a mettere l’accento sulle relazioni comunitarie,
culturali piuttosto che incisivamente sulle rispettive
identità e sulle storicità dei vari soggetti.
Questa propensione, però, che a molti omosessuali
moderni sembra essere la soluzione a parecchi problemi
legati alla negazione di una loro specificità,
in realtà può essere considerata un’arma
a doppio taglio. Infatti, se si considerano esclusivamente
i momenti di visibilità pubblica e la conquista
di spazi in cui esprimere le proprie diversità,
allora è possibile affermare che la comunità
gay odierna nel suo complesso ha raggiunto traguardi
invidiabili rispetto alle altre diversità sessuali;
ma se ci si sofferma di contro sul considerare questo
senso di appartenenza, forzato dall’esterno quanto
dall’interno, alla comunità omosessuale
come conseguente silenziosità delle proprie individualità,
allora è possibile collocare questa tattica di
potere fra le strategie adottate dal controllo maschile
eterosessuale egemone per indurre la società
in generale ad additare come minoritarie e subalterne
certe identità. Come se non bastasse, questo
processo contraddice le tendenze liberali della globalizzazzione.
In ogni caso esso ci informa del perdurare dell’egemonia
maschile eterosessuale, nonché di quella gay
rispetto alle lesbiche e di tutte queste identità
sessuali rispetto alle diverse bisessualità.
A conti fatti se è vero che esaltare l’autenticità
individuale, considerandone la retorica circa i rapporti
di forza internazionali e quant’altro, è
il presupposto da cui si muovono un po’ tutti
quando si tratta di rivendicare certi diritti, in realtà
i termini discorsivi circa le differenze sessuali, filtrati
dalla crescente simbolizzazione di certi stili di vita
(come uno dei tanti aspetti della globalizzazione in
atto) non sembra riescano a destituire, ne tanto più
a invertire la condizione di subalternità degli
omosessuali moderni. Ecco resa chiara la costrizione
a rispettare certi confini non oltrepassandoli, con
la conseguente propensione degli omosessuali a mercificare
le proprie identità o a recitarle come parti
secondarie rispetto al ruolo principale che assume la
propria cultura. Certo, vista la mancanza di ricerche
specifiche e studi sull’argomento, non è
ancora chiaro se siano essi propensi a un simile favoritismo
nei confronti delle pratiche di controllo della maschilità
egemone eterosessuale oppure se sia stata quest’ultima
ad affinare efficacemente le proprie strategie di vigilanza
o se questi due aspetti siano in realtà correlati
all’interno di una matrice politica più
complessa; ma è palese che la maschilità
eterosessuale ha in tal senso dato prova di una notevole
elasticità nei modi di agire, se non altro perché
il rischio di perdere la propria superiorità
è costante e si presenta con sfaccettature sempre
differenti, non sempre identificabili come minacciosi.
In tutto ciò si evidenzia come per gli omosessuali
moderni il bisogno di libertà cresce, aumenta
sensibilmente la necessità di sentirsi meno oppressi
e più sicuri entro i limiti delle proprie frontiere,
inducendo di conseguenza la maschilità eterosessuale
egemone a introdurre novità strategiche al piano
di intervento sociale e normativo delle diversità
sessuali. Questa straordinaria ciclicità che
investe entrambe le parti, ridefinisce sensibilmente
il controllo sociale non più come il contrappeso
necessario della libertà, quanto piuttosto come
il suo principio motore. In questo stato di cose, la
crescente domanda di nuove libertà, private quanto
associative, politiche quanto istituzionali da parte
dei gay e delle lesbiche, così come di tutti
i movimenti che li rappresentano, ha intensificato e
diversificato il controllo dell’accesso a determinate
risorse, considerate ancora esclusivamente eterosessuali
– vedi le unioni civili o l’adozione, per
esempio.
Relativamente a quanto sinora e volendone
fare delle somme in divenire, quali sono stati dunque
i cambiamenti maggiormente importanti nelle vite delle
persone LGBTT negli ultimi 20/30 anni ?
Vorrei distanziarmi dalle informazioni
rintracciabili oramai in qualsiasi rivista o quotidiano
che ragguaglia circa i luoghi, le manifestazioni permanenti,
le associazioni e quant’altro offra agli omosessuali
la percezione di libertà maggiori rispetto al
passato. Preferirei rispondere a questa domanda considerando
che gli elementi che caratterizzano la modernità
delle diversità e delle disuguaglianze sessuali
all’interno degli attuali mutamenti politici,
istituzionali e sociali in genere non concernono solo
ed esclusivamente la definizione o il riconoscimento
e la critica valutazione quantitativa o qualitativa
dell’altro o del diverso. Precisamente, quegli
elementi hanno a che fare fondamentalmente con la logica
e le strategie politiche e culturali di convivenza sociale
che intrecciano, spesso artificiosamente, il passato
al presente, modi di percepire i fatti che accadono
quotidianamente con le prospettive per il futuro; in
ogni caso sono elementi che rilevano la propensione
irrinunciabile, sentita o meno come tale, insita in
ogni attore sociale di scovare una qualche forma di
somiglianza con l’altro all’interno della
società in generale fatta di confini aperti -
o comunque oltrepassabili senza più le difficoltà
di un tempo. I cambiamenti che più nettamente
contraddistinguono l’autenticità delle
identità omosessuali moderne, rispetto alla specificità
dei comportamenti che le promuovono tanto all’interno
delle comunità omosessuali o del gruppo di appartenenza
che all’esterno, sono relativi a due disposizioni
che si situano in un movimento sociale di controtendenza
rispetto alle altre identità sessuali: l’autenticità
delle identità omosessuali e la fiducia nelle
proprie comunità. Questo movimento e i cambiamenti
che ha scatenato per molti omosessuali sono state spesso
confuse o sistemate all’interno di categorie concettuali
che richiamano delle specificità più che
delle autenticità delle identità, quali
per esempio il linguaggio e il look o i ruoli sessuali.
Ciò significa che, seppure considerando positivamente
gli sforzi di molti ricercatori italiani e stranieri
e le conoscenze acquisite, la specificità quando
viene confusa con l’autenticità e pubblicizzata
attraverso testi, mass media, istituzioni e quant’altro
rischia di rafforzare molti pregiudizi sull’omosessualità
stessa. Qui vorrei sottolineare invece che non solo
la differenza omosessuale si muove come l’elemento
peculiare della visibilità in qualsiasi contesto
dell’esperienza di vita d’ogni giorno e
delle frange multiculturali della modernità,
ma anche come opportunità istituzionale dell’azione
personalmente mirata nei crepuscoli dell’indefinito
e dell’incerto mondo della percezione sociale
degli stessi ruoli omosessuali. Infatti, spingendo attivamente
attraverso i mass media e i Gay Pride la loro differenza
nonché la presenza e l’accettazione di
gruppo di sistemi cognitivi precisi, di valori e di
norme differenziati, gli omosessuali di oggi circoscrivono
al piano tangibile, concreto della propria esperienza
e della rappresentazione dei propri ruoli sociali la
realizzazione di politiche indirizzate all’integrazione.
Quello che difficilmente si spiega è la recente
auto-investitura del ruolo di alfiere del cambiamento
sociale di cui gli omosessuali si sono rivestiti e per
il quale la falsificazione delle istituzioni proposta
dovrebbe assicurare benefici incontestabili a tutti,
prescindendo dagli orientamenti o dalle pratiche sessuali
in gioco. In ogni caso un’analisi sociologica,
accurata in tal senso attraverso le ricerche sinora
condotte, rivela che per le comunità omosessuali
di oggi la differenza - da essi stessi prima che da
altri trasposta concettualmente nei termini propri della
diversità di orientamento sessuale, di scelte
di vita e quant’altro – assume tendenzialmente
i segni di un’entità unica e autentica,
indissolubile attraverso il processo di definizione
delle loro specificità quali membri di comunità
politicamente attive. Ciò è tanto più
evidente se si considera la tendenza unificatrice di
cui sono i portavoce, la stessa che è oramai
al punto tale da differenziarli di fatto dagli eterosessuali
e dalle altre diversità sessuali. Praticamente,
per i recenti movimenti omosessuali la differenza deve
essere difesa ad ogni costo dalle prevaricazioni eterosessuali
o da alcune definizioni ambigue e intermittenti offerte
dai bisessuali nelle loro frange, preservata da alterazioni
e mescolature non adeguate al riconoscimento del diritto
ad accedere a qualsiasi risorsa sociale garantita di
fatto soprattutto agli eterosessuali. Ovviamente, questi
ultimi di contro, conformandosi ai dettami liberali
del multiculturalismo per non destituire la loro autorità
e per controllare eventuali minacce al loro potere,
accordano un’attenzione quasi esclusivamente formale
alla differenza omosessuale tant’è che
l’effettivo riconoscimento delle unioni civili
o delle adozioni da parte degli stessi omosessuali si
traduce sostanzialmente in un’ostilità
istituzionale e giuridica accanita e decisa verso queste
che sono considerati istituti esclusivamente eterosessuali.
A fronte di questo stato di cose in divenire, non credo
fuor di luogo affermare che siano proprio i moderni
omosessuali, ancor prima degli eterosessuali pertanto,
i responsabili della soppressione dei loro diritti nonché
del mancato uso delle risorse sociali cui aspirano avere
accesso di fatto. Infatti, imperniando massimamente
le proprie richieste sulle attuali forme politiche della
differenza, essi soffocano la consapevolezza acquisita
circa le loro autenticità - preferendo di fatto
una politica e delle ideologie che esaltano più
volentieri la specificità del gruppo cui appartengono
e con una logica d’azione in cui si evidenziano
contrasti evidenti tra teoria e pratica dell’agire.
Osservazioni conclusive
La riflessione circa il recente passato, il presente
della comunità gay e la possibilità del
suo perdurare in futuro, definiscono alcuni dei temi
controversi e articolati circa le sue qualità
politiche e istituzionali, convergenze invece si raccolgono
attorno alla dimensione della fiducia omosessuale come
caratteristica peculiare e formativa dell’identità
tanto nel passato che nel presente. I cambiamenti istituzionali
apportati dalle politiche omosessuali negli ultimi trent’anni,
ci informano che gli omosessuali verificano costantemente
la propensione e l’atto fiduciari durante le interazioni
quotidiane con gli altri attori sociali, proprio perché
costretti a negoziare e ridefinire più di altri
le scelte che riguardano la loro vita e le loro comunità.
Praticamente è proprio in questa costante conferma
fiduciaria all’interno delle loro comunità
che si chiariscono le disposizioni autentiche delle
moderne identità omosessuali. In ogni caso il
futuro rimane incerto. Le differenze e le relative disuguaglianze
nell’impiego degli spazi o dei territori in cui
abitano o convivono diverse identità sessuali,
come il Gay Village romano per esempio, specifica fortemente
l’ineguale regolarità distributiva dello
spazio stesso come risorsa sociale, sino a determinare
situazioni spesso assai critiche, di intolleranza per
le quali gruppi in conflitto (tipo i vecchi abitanti
del posto e i nomadi di un mese o poco più) strutturano
le proprie identità attraverso limiti di specificità
spaziali e temporali, sopprimendo cioè le autenticità
a buona disposizione del recente abbaglio devoluto dalla
modernità: l’imperterrita (serena?) convivenza.
Tirando le somme circa l’intera intervista si
può affermare che, dagli anni novanta ad oggi,
i ruoli omosessuali si sono chiaramente differenziati
in alcuni contesti e classi sociali e di età,
ma non in altri; lasciandoci intendere che l’identità
omosessuale non è affatto eterogenea, ma piuttosto
diversificata al suo interno fino a rendere l’esperienza
omosessuale, dunque i suoi ruoli, meno tipizzati di
quanto accadesse in passato. Di fatto gay e lesbiche
sono così diversi tra loro quanto eterosessuali
e omosessuali tanto nella rappresentazione di sé
in pubblico che nel privato, dunque nei comportamenti
e nelle forme di identificazione - basti pensare che
i gay hanno in media accesso a più risorse rispetto
alle donne eterosessuali e alle lesbiche. Questo non
è certo servito a demolire i pregiudizi negativi
associati all’omosessualità, nonostante
le apprezzabili indicazioni di cambiamento negli atteggiamenti
della popolazione, ma offre di parte al mondo accademico,
politico e istituzionale in generale una prospettiva
di analisi meno tendenziosa rispetto al binarismo dei
generi e la suddivisione dei ruoli al suo interno.
*Sociologo dei Processi Culturali con particolare attenzione
alla sociologia della diversità e delle disuguaglianze.
Socio ordinario della SO.I.S. (Società Italiana
di Sociologia) è da anni interessato agli studi
sociali delle minoranze sessuali e della maschilità
nell’Europa occidentale attraverso ricerche e
contributi a tema.
Sede: Facoltà di Sociologia de “LA SAPIENZA”
- ROMA.
Carla Liberatore
Gaya Cronisti Senza Frontiere
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