Il Pregiudizio

Carla Liberatore intervista Salvatore Polito sul pregiudizio. Una riflessione tra filosofia e storia su un sentimento che tocca ancora spesso la popolazione GLBT…

In Italia, come in altri paesi Europei, la pedofilia sembra essere il tema incandescente delle politiche di protezione dei diritti del Minore. Le organizzazioni che s’interessano attivamente al problema e i mass media in generale ci informano continuamente che in parecchi luoghi del mondo si trovano delle organizzazioni nascoste impegnate nel traffico minorile e nel profitto pedofilo. La pedofilia - come osservano Ferraris e Graziosi - è una malattia mentale che “riguarda individui di almeno sedici anni, che si intrattengono sessualmente con minori di tredici anni e con la differenza di età di almeno cinque anni”(2001). Inserita da tempo nel DSM IV, viene spesso ed erroneamente associata all’omosessualità e/o alle pratiche omoerotiche, quando in realtà le possibili disfunzioni mentali di alcune identità non hanno relazione diretta con l’identità sessuale di gay e di lesbiche. La seguente intervista vuole proporsi tanto come strumento di filtraggio attivo del pregiudizio negativo che ancora oggi correla la pedofilia all’omosessualità (maschile e femminile), quanto come monito scientifico. Infatti, chi è interessato ad approfondire a più livelli di analisi la pedofilia non dovrebbe farsi trascinare dalle percezioni ingannevoli dei media sino a ingarbugliarla con l’omosessualità. affrontando l'argomento, invece, senza preconcetti anti-omosessuali.
L’intervista non è stata condotta attraverso un registratore né per mezzo della vicinanza discorsiva fra gli interlocutori, faccia a faccia per intenderci, per cui è in qualche modo contrassegnata da pause telematiche che hanno spinto la riflessione a piccoli sconfinamenti su altri territori correlati all’argomento trattato. In ogni caso traccia una mappa conoscitiva e informativa del pregiudizio negativo che associa l’omosessualità alla pedofilia in modo incisivo; in essa, infatti, sarà possibile trovare presupposti di ulteriori argomentazioni che ne potrebbero dilatare o addirittura accorciare il respiro comprensivo.

In molti ambienti si tende ad associare l’omosessualità (maschile e femminile) alla pedofilia. Molti studiosi smentiscono i legami fra queste due realtà sociali e culturali, può chiarire in questa sede perché l’omosessualità non ha niente a che vedere con la pedofilia ?

Nel nostro appartarci quotidiano con i media spesso trascuriamo il loro incisivo potere nell’alimentare pregiudizi che continuano a discriminare fortemente individui di ogni classe sociale, come in questo caso specifico in cui procedono violentemente attraverso indicazioni deleterie che relazionano identità e disfunzioni sessuali affatto conciliabili - nemmeno per mezzo di talk show e riviste specializzate. Di fatto la pedofilia, il turismo sessuale e la pornografia infantile sono fenomeni assai articolati ai nostri giorni e riguardanti pericolose disfunzioni sessuali di orientamenti fortemente devianti. L’omosessualità e il comportamento omosessuale effettivo concernono, invece, identità e non orientamenti sessuali che, in alcuni casi, potrebbero essere pure situazionali. Sia chiaro e senza volerne fare un discorso prettamente politico o di parte che un omosessuale potrebbe essere anche un pedofilo, ma chiaramente non esiste relazione scientifica, diretta o di causa/effetto tra omosessualità e pedofilia: l’una è identità e l’altra disfunzione sessuale e/o malattia mentale. Esistono dibattiti aperti, organizzazioni a livello mondiale, studi e ricerche che offrono informazioni certo più dettagliate che non in questa sede, ma – come ha osservato argutamente in un convegno a tema il prof. Bressan (2001) - non sarà difficile comprenderla tra le mura domestiche, nei sentimenti contrastanti di molte famiglie e nei rapporti disagevoli di più identità, eterosessuali o altre che siano.

A fronte di questa netta distinzione tra omosessualità e pedofilia, perché ancora oggi gay e lesbiche vengono spesso discriminati dalla società ?

Mi concedo un invito alla riflessione di quanti leggeranno la sua preziosa intervista. Zygmunt Bauman (2004) afferma che nel nostro mondo fluido impegnarsi per tutta la vita nei confronti di un’identità […] è un’impresa rischiosa. L’osservazione di uno dei maggiori sociologi della modernità mi pare nitida e inerente alla domanda in quanto anche a livello accademico, politico, istituzionale o informativo in genere, l’impegno non è meno disagevole. Ciò significa, praticamente, che, nonostante l’impegno di molti studiosi e politico in genere, i modi di pensare e di agire degli individui il più delle volte nascondono ragioni nascoste e impreviste che dipendono da istinti e atteggiamenti assai articolati, invogliandoli a forme di repressione psichiche, emotive e fisiche che discriminano comportamenti e identità diverse da quelle ritenute socialmente regolari o scontate. In altre parole, si potrebbe affermare che i modi in cui la consapevolezza dell’altro o del “diverso” stratificano cognizioni e atteggiamenti sociali di pregiudizio negativo circa l’omosessualità (proprio attraverso specifici mondi conoscitivi), si risolvono spesso in discriminazioni che modificano o creano nuovi strumenti di marchiatura o precisa identificazione/esclusione della diversità. Ad oggi, includere per escludere l’altro sembra essere la rotta delle politiche istituzionali che negano diritti fondamentali alle persone omosessuali. Impressionando marchi, etichette o stigmi più sofisticati di qualche decennio fa, velati accuratamente alla sensibilità pubblica in tempi di mondializzazione delle culture, la volontà del potere istituzionale risiede e si risolve nell’atto di riconoscere corpi e identità le cui diversità si presentano abbondantemente manipolate e stravolte dalla riflessione pseudopsicologica, estetica, mediatica o speculativa in generale. Sarebbe difficile argomentare qui le ragioni e le evoluzioni future di tutto questo, ma nello specifico e come sottolinea la sociologa italiana Simonetta Piccone Stella (1996) sembra che l’influenza del pensiero gay ha operato in direzione di una visione problematica e pluralistica dell’identità sessuale, contrassegnando e irrigidendo alcuni confini dell’identità e rendendone fluidi altri, includendo o escludendo attraverso precise regolamentazioni, additando a degli stereotipi e a delle caratterizzazioni non sempre costanti (sebbene continui) delle opportunità riproduttive offerte dai generi alle altre identità sessuali, tanto all’interno della categoria che raggruppa le diverse omosessualità quanto nel rapporto tra la sua visibilità e le altre categorie sessuali.

Coscienti di queste pratiche di inclusione/esclusione dell’Altro,perché certi gruppi religiosi, soprattutto cattolici, sostengono energicamente che gli omosessuali hanno certamente deviazioni pedofile ?

Mi permetta una precisazione onde incorrere in slittamenti di parte che potrebbero screditare la causa insita in questa intervista. Come ci insegna Anthony Giddens (2000), la religione non dovrebbe essere identificata con le prescrizioni morali che orientano il comportamento dei credenti. L’idea che gli dei siano molto interessati a come noi ci comportiamo su questa terra è estranea a molte religioni. A fronte di ciò le dichiarazioni di alcune autorità della Chiesa Cattolica, come quelle recenti del Monsignor Mario Milano, vescovo di Aversa, che informano di un dibattito aperto, conflittuale e articolato sull’accettazione delle pratiche omoerotiche all’interno della stessa organizzazione religiosa. Eppure l’etica cattolica ad oggi non ha mai ufficialmente correlato la pedofilia all’omosessualità, condannando certamente la prima e accogliendo oramai la seconda. Di fatto e in situazioni discorsive del genere, non credo si arriverà in futuro ad accettare di buon grado pure le pratiche omoerotiche da parte della Chiesa a meno che non stravolga i suoi mandati e la propria interpretazione delle Sacre Scritture - che condannano a viva voce gli omosessuali. Esistono gruppi scientifici e politici filocattolici, come la SCIENTIFIC ADVISORY COMMITTEE of NARTH o quelli di manifestanti violenti ai funerali gay americani per esempio, che si battono attivamente con pratiche e approcci terapeutici per “guarire” l’omosessualità, ma questa non sembra essere la posizione ufficiale della Chiesa Cattolica. A mio avviso e delle recenti ricerche sul tema, laddove vi siano interessi particolari a discriminare alcuni gruppi o classi sociali credo si possano rintracciare nella sensazione preminente di disagio che scaturisce da un approccio malagevole e poco informato all’omosessualità, spinto in parte dal pluralismo di idee e di concetti sulle diversità sessuali che hanno sottovalutato l’esistenza di certe unicità sessuali, approdando a un relativismo sostanziale dai tratti più moralistici che scientifici. Dunque impiegherei cautela evitando di vedere nelle dichiarazioni di alcuni una nuova crociata anti-omosessuale da parte della Chiesa Cattolica che, come tutte le altre istituzioni impegnate socialmente ad oggi, sono costrette a far fronte con meno rigidità di un tempo ai processi di mondializzazione delle culture.

Quali sono i retaggi culturali e i meccanismi che s’insinuano negli individui rispetto alla mancata accettazione degli omosessuali ?

Come ho espressamente dichiarato in altri miei lavori descrittivi , credo che l’individuo moderno pone se stesso al centro del mondo in generale quanto della sessualità in particolare producendo per conto proprio le regole comportamentali del suo agire sociale e sessuale, privato quanto pubblico; così facendo la realizzazione dell’autodeterminazione individuale o libertà che sia è oggi meno ostacolata rispetto alle passati forme di vita collettiva, sebbene l’indeterminatezza degli atteggiamenti personali, stimolata in parte dalla natura romantica dei modi di pensare e di agire riguardo alle diversità sessuali, evidenzino di contro un’antitesi di idee difficile da amministrare, ma che tutto sommato si struttura proprio attraverso il marcato individualismo di questi ultimi decenni. In questo stato di cose ciò che specifica in effetti l’atteggiamento e il modo di pensare della maggioranza degli individui moderni circa le molteplici omosessualità maschili e le subculture che li rappresentano è rintracciabile sia nell’accrescimento del grado di accettazione simbolico e formale, etico quanto morale rispetto al passato, che nel processo di riqualificazione dell’identità quale meccanismo propulsore della modernità. Tutto sommato è evidente che le discriminazioni simboliche e fisiche ancora persistenti siano meno accentuate rispetto al passato e dipendano fortemente tanto dalla socializzazione scolastica, familiare e dei media quanto dalla mancata coscienza politica dei movimenti omosessuali in Europa. Mi guarderei bene dal dichiarare pesanti le discriminazioni degli omosessuali moderni, rivalutandole piuttosto attraverso la sensazione diffusa in alcune subculture omosessuali di non avere sufficienti mezzi di potere per cambiare lo stato delle cose in merito all’accesso a determinate risorse sociali quali le unioni di fatto o l’adozione. Gli omosessuali moderni lottano costantemente per far valere i loro diritti, cercando di rivendicare il loro patrimonio storico e culturale nell’atto di muoversi compattamente verso la giustizia sociale, affermando al tempo stesso lo loro differenza. Ma non si dovrebbero trascurare i successi ottenuti e i traguardi raggiunti con queste lotte. E’ evidente, infatti, che uno degli esiti più significativi delle azioni politiche e collettive degli omosessuali è la rivendicazione del diritto alla diversità attraverso proposte di nuove definizioni tanto dei rapporti uomo-donna quanto di quello tra eterosessualità maschile egemone e omosessualità, accompagnate spesso a una diversificata e nuova distribuzione delle risorse di produzione sociale all’interno dei ruoli omosessuali stessi.

Alcuni sostengono che gli omosessuali sono individui che hanno subito dei traumi, spiegando così l’orientamento sessuale e/o l’identità del “diverso”. Cosa c’è di vero in queste teorie ?

Nulla a mio parere e a constatazione delle recenti posizioni mediche e scientifiche che ne trattano. Ricerche sulle possibili correlazioni tra eventi traumatici e omosessualità hanno dimostrato che non esistono prove tangibili che le accomunino in una relazione di causa/effetto, sebbene tutte ne rilevino accostamenti socio-culturali nei paesi occidentali e occidentalizzati. L’omosessualità è identità, come tale può essere condizionata da traumi o altri eventi ma non dipende assolutamente da essi né è strutturalmente articolabile intorno a disfunzioni sessuali. Credo piuttosto (con altri sessuologi, scienziati sociali e psicologi) che il pregiudizio negativo sugli omosessuali, per quanto in continuo avanzamento, informa solo trasversalmente sulle questioni fondamentali inerenti il processo di acquisizione dell’identità omosessuale e circa le differenze sociali e demografiche, storiche e politiche che la differenziano da paese a paese e, all’interno di ogni realtà sociale e forme di associazionismo, riguardo alla differenza manifesta che c’è tra omosessuali maschi e femmine. Ciò è dipeso dal fatto che la consapevolezza del genere come struttura di relazioni sociali, aperta quindi alle riforme collettive, è emersa più lentamente della corrispondente consapevolezza circa il sesso come dato biologico. In altre parole, sappiamo che fin dalla prima socializzazione si insegna a fare distinzione delle linee di confine entro le cui si differenziano comportamenti e atteggiamenti maschili da altri femminili. Anche se questi confini sono più spesso permeabili e scavalcabili, segnano istituzionalmente la condotta individuale, distinguendo la categoria degli uomini da quella delle donne. Ciò dà a intendere che le scelte individuali e collettive nel corso della vita di ognuno di noi, dipendono soprattutto da principi indiscutibili per i quali, forse semplicisticamente in questa sede, ma indiscutibilmente la scelta della toletta è moralmente e necessariamente obbligata: “per soli uomini” o “per sole donne”. E credo sia proprio questo binarismo simbolico e di fatto che costringe gli omosessuali a indagare, documentare e spesso confrontarsi animatamente per affermare la propria diversità sino a fare della lotta il principio su cui basare la visibilità di una sessualità diversa e non convenzionale che, in ogni caso – come ha osservato trasversalmente J. Butler (1993) - sembra riconoscere alla maschilità eterosessuale egemone l’imperativo di autorizzare certe identificazioni sessuate e precluderne e/o rinnegarne altre.

Quando una persona “scopre” di essere omosessuale, scattano dentro di essa una serie di meccanismi cognitivi che creano enormi disagi. Quali sono quelli che - a volte – spingono a non volere accettare la propria diversità ?

E’ una domanda alla quale è difficile dare una risposta esauriente in questa sede. Si potrebbe affermare semplicisticamente che l’identità omosessuale è la percezione negoziata di sé, messa in relazione alla percezione collettiva altra all’eterosessualità o a qualsiasi altra identità sessuale: in pratica è la transazione, più o meno sofferta, tra socializzazione al modello eterosessuale e le affermazioni delle possibilità alternative negate da questo modello. A fronte di ciò e sebbene l’identità omosessuale (come tutte le altre identità diverse da quella eterosessuale) è stabilita dal rapporto di potere tra i generi, essa si definisce più limpidamente in termini di esclusione e grado di tolleranza rispetto alle diversità degli orientamenti sessuali, laddove non è percepita come momento di identificazione e di congiungimento con le altre identità di genere. Inoltre e a larghe linee si sottolinea che il percorso di socializzazione al genere è strettamente legato alle disuguaglianze sociali, storiche, politiche ed economiche che differenziano gli uomini dalle donne, e che queste diversità sono in rapporto alle caratteristiche fisiche e biologiche dei corpi. Per cui gli “elementi” che portano gli omosessuali a non accettarsi come tali o, peggio ancora, a nascondersi sono tutti correlati all’ambito delle relazioni private e pubbliche, familiari, delle amicizie e delle istituzioni che culturalmente negano il diritto ad una identità altra da quella regolare: il pregiudizio negativo, insomma. Costrizioni culturali strutturate intorno a percezioni pregiudizievoli circa la propria identità, dunque. Si aggiunga poi - come dimostrato da una recente ricerca a cura di Chiara Saraceno (2003) – che, nonostante siano proprio gli omosessuali a operare un distacco più netto di un tempo tra orientamento sessuale e identità di genere, essi assumono comportamenti e sviluppano attese sempre più simili a quelli degli eterosessuali. Ciò significa, sostanzialmente, che c’è stato e continua ad esserci un cambiamento di rotta nell’esplicitare pratiche e comportamenti rispetto a qualche decina di anni fa, in quanto sono gli stessi omosessuali a rivendicare la loro differenza offrendo un modello comportamentale che accomuna tutte le categorie di genere per mezzo di un sistema di rappresentazione del sé omologante, quasi unisex. A ben vedere sono le pratiche di identificazione e di sconfinamento/inclusione degli altri da parte delle moderne comunità omosessuali ad operare come propulsori dell’esclusione e delle varie forme di discriminazione. Inducendo al fastidio alcuni di loro, al rifiuto di un possibile coming out, di associarsi in gruppi o comunità, di frequentare “l’ambiente” sino a costringersi in estenuanti e per niente profittevoli sedute terapeutiche per modificare in qualche modo e misura la propria identità sessuale. Quando sarebbe più vantaggioso che queste energie venissero impiegate in vere e proprie politiche “attive” e in azione di differenziazione delle identità.

E’ possibile una qualche forma di cooperazione fra le istituzioni (vedi la famiglia e la scuola per es.) per una maggiore accettazione dell’omosessualità o almeno una sua migliore comprensione sociale ?

Si e fatto presente, ancora con Giddens (2000), che viviamo in un mondo turbolento, difficile e poco conosciuto; per cui tutti noi, che ci piaccia o no, dobbiamo confrontarci con le opportunità e i rischi che questo mondo ci offre. Per cui le istituzioni sono obbligate a far fronte ai disagi che vivono alcuni nelle società che abitano, soprattutto oggi rispetto al passato. Sia chiaro, ovviamente, che la cultura occidentale non contiene valori di partecipazione unanimi alla vita collettiva degli attori sociali, piuttosto essa si caratterizza di tutte le diversità individuali e dei percorsi differenziali di ciascun membro attivo all’interno delle varie comunità, il ché evidenzia di fatto quanto oggi il non essenziale, il meno importante e periferico stile di vita non si conforma più a una struttura comune di partecipazione alla riproduzione sociale. Ma è proprio di questo cambiamento che sono costrette a tenerne conto tutte le istituzioni, soprattutto la famiglia che è parte dell’esistenza di ogni individuo – continua Giddens. In Italia e in altri paesi esistono associazioni come l’AGEDO che si sono assunte l’oneroso compito di avvicinare gli omosessuali alle istituzioni attraverso informazioni e pratiche di associazionismo, tanto politiche quanto ludiche, atte a migliorare la visibilità di figli gay e lesbiche negli ambienti che vivono quotidianamente. Scuole e ambienti di lavoro ne hanno sentito gli effetti e si sono adeguate al cambiamento, offrendo in alcuni paesi contesti di vita ad hoc e informando con più aperture circa le diversità sessuali; ma siamo ancora lontani dal trarne le somme a mio parere. Il futuro sembra essere incerto, infatti. Nonostante l’impegno di alcuni di questi gruppi è pur vero che spesso si trascura il lato oscuro delle famiglie moderne, quello in cui i bambini sono costretti a subire abusi di ogni sorta, quello dei conflitti e dei divorzi crescenti che creano ostilità e traumi. Inoltre e sebbene l’apertura avvantaggiata dalla collaborazione attiva tra famiglie, scuole e altre istituzioni attraverso una migliore informazione ha dato enormi risultati in termini di una maggiore accettazione dell’omosessualità, non bisognerebbe trascurare che queste istituzioni fanno fatica a contrastare l’insorgere dei succedanei a queste forme di socialità solide – non ultime le comunità virtuali e le chat.

In relazione alle trasformazioni istituzionali e culturali di questi ultimi decenni, la lotta al pregiudizio negativo circa gli omosessuali è mutata nella forma. L’attivismo omosessuale e il Movimento Politico che lo rappresenta, è più forte rispetto agli anni ’70 ?

Ci sono studiosi di scienze sociali che faticano a dare una risposta esaustiva a questa domanda. Grazie a contributi come quelli di Luca Trappolin (2004) in Italia per esempio e strizzando l’occhio alla storia dei movimenti sociali, potremmo affermare che proprio dagli accadimenti di Stonewall nel 1969, gli omosessuali si muovono nel proposito di uscire allo scoperto dichiarando apertamente le proprie identità e preferenze sessuali, rivendicando diritti e proponendo una diversa distribuzione dei ruoli e delle risorse sociali. Benché ci sia familiare la lotta storica degli omosessuali per scampare all’oppressione, al pregiudizio e agli attacchi fisici e verbali, non dobbiamo sottovalutare che è proprio a partire da quegli anni che essi si sono distinti come gruppo che fa ricorso al Diritto per ottenere il rispetto dalla società in generale, che proprio questo - come ebbe modo di osservare Jeffrey Weeks (1981) - spiega i grandi cambiamenti nelle definizioni sessuali accaduti negli scorsi duecento anni. Infine, che ciò sarà determinante per i cambiamenti che accadranno nel futuro. Sottolineerei che la consapevolezza acquisita dal progetto di riscatto sociale, durante la spinta trasformista avanzata nelle relazioni di genere dal movimento omosessuale dalla rivolta a New York in poi, ha portato di recente gli scienziati sociali a chiarire l’essenziale distinzione tra comportamento omosessuale e altri ruoli omosessuali, tra categorie e identità. In particolare precisando che gli atteggiamenti verso gli omosessuali sono specificatamente culturali e sono variati enormemente attraverso e in differenti culture. Inoltre che, in linea con i cambiamenti storici, gli atti fisici possono essere simili, ma le loro implicazioni sociali sono spesso profondamente differenti.
Nonostante pareri spesso contrastanti, di fatto il necessario obiettivo delle attuali pratiche politiche omosessuali sta nell’abolizione dei generi, ma ad oggi questa sfida radicale al binarismo dei sessi non è diventata la norma nella vita di comunità gay o lesbiche, se non in rare e recentissime eccezioni. Uno dei motivi è che, nella maggioranza delle espressioni di visibilità, la coscienza di identità omosessuale è stata per i molti del Movimento una coscienza di razza, piuttosto che di diversità. Inoltre lo spazio di pluralizzazione delle identità sessuali è assai eterogeneo, attraversato dai conflitti innestati tanto dalle esperienze individuali di azione collettiva quanto dai significati delle rivendicazioni degli omosessuali stessi. Ancora oggi sembrerebbe che quasi tutti movimenti gay indirizzano le loro manifestazioni di protesta alla legittimazione di un diverso orientamento sessuale rispetto a quello maschile eterosessuale, laddove l’attività delle lesbiche rimane in parte centrata attorno ai temi di subordinazione delle donne non solo dalla maschilità egemone, ma dalla stessa omosessualità maschile in casa, nel lavoro e nella politica. A fronte di queste dichiarazioni, credo che il Movimento si sia visibilmente infiacchito, mutando tanto nella forma che circa i suoi iniziali propositi, sino ad approdare faticosamente a comunanze aggrovigliate che hanno stravolto il principio politico insito nella formula “l’unione fa la forza” - confluite di fatto nel recente LGBTT. Ciò nonostante ogni manifestazione collettiva di questo recente movimento sembra cristallizzarsi nella costruzione di un’identità politica stabile all’interno di una solida comunità omosessuale che, sebbene pacificata rispetto agli inizi, ridefinisce praticamente la politica della maschilità egemone nel suo insieme; già a partire dalla sua stessa autorità istituzionale.

Le lotte condotte in quegli anni hanno portato significativi e positivi cambiamenti circa la possibilità di rendersi visibili a molti omosessuali che, di conseguenza, hanno creato una maggiore capacità di accettazione individuale e sociale. Per riuscire a considerarsi veramente liberi, quali cambiamenti saranno necessari ?

Gli elementi che caratterizzano la modernità delle diversità e delle disuguaglianze sessuali all’interno degli attuali mutamenti politici, istituzionali e sociali in genere non concernono solo ed esclusivamente la definizione o il riconoscimento e la critica valutazione (quantitativa o qualitativa) dell’altro lontano, dello straniero cioè che, seppure dello stesso nostro orientamento sessuale, si distingue da noi per il colore della pelle o per la differente posizione politica, sociale o religiosa all’interno della società o per la lontananza geografica e culturale. A fronte di ciò, uno degli effetti più spettacolari della liberalizzazione sessuale degli ultimi decenni è l’uscita dell’omosessualità dall’ombra. Partecipiamo un po’ tutti, consapevolmente o meno, a un crescendo vertiginoso di discorsi e rappresentazioni circa una minuziosa riformulazione dell’immagine sociale e politica della figura dell’omosessuale. Come acutamente osservò M. Pollak (1983), studi sociali molto accurati e comparativi circa i temi dell’omosessualità rilevano che le variazioni circa la visione dell’omosessualità non consistono in nuove interpretazioni, spiegazioni chiarificatrici o simili, ma nel fatto che chi se ne occupa lascia da parte la sistematizzazione o categorizzazione degli omosessuali stessi, spostando le argomentazioni verso lo stile di vita degli omosessuali. Grazie a questi contributi è possibile affermare che proprio attraverso dichiarazioni più incisive e frequenti della propria visibilità ci siano i presupposti della libertà di fatto. Infatti, al di là del termine che si utilizza, il coming out rappresenta per tutte le persone omosessuali un momento fondamentale di cambiamento che favorisce l'affermazione di se stessi e l'accettazione della propria identità, non solo in quanto omosessuali, ma soprattutto in quanto individui. Oggi più che in passato, proprio grazie al sostegno psicologico offerto dal gruppo di appartenenza, dalla famiglia coinvolta e da operatori del settore, il coming out diventa meno doloroso, se non addirittura il momento più importante e rasserenante della propria vita. Certo non dimenticando o sottovalutando che tra il nascondersi e fare il coming out vi è un’ampia gamma di sfumature in cui, anche se non esplicitato, il proprio orientamento sessuale viene fatto capire, o non viene fatto nulla per nascondere le proprie relazioni – come dimostrano recenti ricerche, fra tutte quella condotta a Torino a cura di C. Saraceno (2003). In sintesi possiamo affermare che gli scopi dell’azione politica e della visibilità omosessuali, tanto in Italia che in altri paesi, hanno eroso la compattezza della maschilità egemone, rendendola fortemente insicura e instabile oltre ad aver promosso progetti di riforma sociale, economica e di salute, avendo alla base il principio della giustizia sociale. Ma è pur vero che su più questioni la presenza omosessuale ha fatto oscillare la società da un imbarazzante e contraddittorio compromesso all’altro: dal riconoscimento politico dei diritti di ciascun individuo alla negazione esplicita della libera espressione della sessualità. E né i media né le diverse fazioni politiche sono stati capaci di superare o riformulare politicamente questa contraddizione. Le reti di servizi omosessuali, da quelle politiche a quelle assistenziali, trovano spesso nell’uso trasversale dei mass media e delle nuove tecnologie i motivi di una nuova definizione del rapporto che hanno con la società. Spesso però questi impegni convergono in interessi istituzionali eterogenei e contraddittori che si concentrano in un impegno faticoso al miglioramento della qualità della vita: relativamente ai propri diritti, al proprio ambiente, all’educazione, all’adeguatezza delle dotazioni e dei servizi, del lavoro e altro ancora per citarne alcuni. A mio parere quest’impegno fortemente politico delle comunità locali omosessuali dovrebbe rivalutare le forme espressive e strutturali delle richieste fatte alla società; proponendole quali luoghi di riferimento e di responsabilità degli interventi preventivi circa la discriminazione. Centri e associazioni promozionali rispetto la propria posizione giuridica e istituzionale, come per esempio nei casi relativi il riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto e dell’adozione; piuttosto che rimanere ancorate a suppliche omologanti in nome dell’uguaglianza di fatto, dunque in controtendenza proprio con le politiche della globalizzazione in atto.

Alcuni (non solo eterosessuali) affermano che la comunità LGBTT è diventata una società nella società. E quindi diventa ancor più difficile la coesione dei due mondi. Quanto c’è di vero in questo ?

Premesso che difficilmente gli individui si conformano in modo deciso alle aspettative connesse al ruolo sessuale istituite dalla società, la rappresentazione del sé degli omosessuali oscilla tra il concetto di normalità e quello di percezione della differenza, tra ciò che è normale fare o non fare e quello che si sente di voler fare in quanto diversi dagli altri. Ciò non significa che gli omosessuali moderni siano attoniti spettatori né subiscono passivamente i codici comportamentali maschili istituzionalizzati, piuttosto cercano di adeguarli il più possibile alla percezione che hanno di sé in modo da sentire meno pesante il giogo dell’accettazione e/o della tolleranza. Esiste una parte importante e fortemente individuale di cultura o habitus omosessuale che si conforma da sé alle varie situazioni di partecipazione pubblica o privata, proprio perché inerente la storicità dei ruoli omosessuali all’interno delle società. Per i moderni omosessuali questo significa sentirsi parte integrante del tutto, di un luogo come di un altro e di un periodo preciso, vuol dire acquisire quell’insieme specifico di disposizioni e non altre durante tutti i momenti di socializzazione, dalla nascita alla morte: in poche parole vuol dire sentirsi membri partecipi dell’evoluzione culturale attraverso pratiche formali di produzione e riproduzione. Naturalmente parte dei comportamenti, delle azioni, dei controlli e delle correzioni che gli omosessuali operano in base alle reazioni degli altri alla loro visibilità pubblica, può essere inconsapevole, cioè non pensata o agita esplicitamente, proprio a motivo del loro habitus: cioè di quel capitale simbolico che porta a collocare gli altri in base al peso che hanno nelle loro scelte di vita. In questo senso, invero, espedienti culturali, centri ricreativi, pub e discoteche, riviste, circoli e quant’altro diventano beni culturali di consumo, elementi preziosi, simbolici in ogni caso, da vendere o scambiare con le altre realtà sessuali. Si configura così un mercato delle idee, degli stili di vita e altro omosessuale nel quale più cresce la domanda di certi beni, congiuntamente all’offerta, più il valore d’uso cede il posto al valore di scambio in una catena culturale di continui scambi.


Esistono ancora paure profonde delle diversità al punto tale da indurre alcuni a far finta che non esistano. Quali sono le ragioni che fanno confluire queste paure e i relativi pregiudizi negativi sugli omosessuali in movimenti atti alla loro soppressione ?

Una fra tutte: la manipolazione della diversità al fine di farne una giostra di pericolose peripezie, come se fosse il luogo del rischio e dell’incertezza moderne da tenere fuori, lontane ma accessibili in caso di necessità. Viviamo in una società in cui essere visibili come diversi dagli altri è faticoso tanto nei tempi che negli spazi di vita, questo è particolarmente evidente fra quegli omosessuali che cercano costantemente di gestire lo stigma ad essi associato a scuola, a lavoro, in famiglia, nei media e nei rapporti sociali in genere. Esso si propone differentemente a seconda che sia associato all’omofobia, piuttosto che all’eterosessismo quali ambiti di ostilità sperimentati dai gay e dalle lesbiche. Le rivendicazioni politiche e sociali in genere delle diversità sessuali non sono riuscite a prevaricare sulla conservazione dell’egemonia maschile circa l’accesso a determinate risorse sociali, almeno non fino a destituirne radicalmente il principio di autorità. Tant’è che mentre per i maschi eterosessuali permane la concezione romantica di una differenza specifica della propria maschilità, gli omosessuali moderni al contrario, vivono come normativi e angoscianti i momenti di assunzione di questa tendenza alla distinzione. Strategie omofobiche in parte, eterosessiste in altri casi che, attraverso la politica, i mass media, la famiglia, il lavoro e altre istituzioni, tendono a mantenere fermi nella coscienza collettiva i confini dell’alterità. Tanto per fare un esempio, se i gay non venissero additati come travestiti, effeminati, promiscui cacciatori di falli e quant’altro, il maschio eterosessuale rischierebbe la sua “naturale” visibilità, di non differenziarsi efficacemente da altre categorie di uomini che si vestono come lui, si muovono come lui, parlano e gesticolano come lui. A ben vedere si potrebbe affermare che le ragioni intrinseche all’omofobia, sono le basi del sistema strategico atto a garantire la differenza nei termini del liberalismo sessuale. Già perché se si considerano tanto le falsarighe teoriche che inquadrano l’omosessualità all’interno della categoria di genere quanto l’impegno della maschilità ad assicurarsi visibilità legittima rispetto ad ogni interpretazione minacciosa alla sua virilità, il problema di conservazione della propria autorità richiede non soltanto una protezione dall’esterno ma anche dall’interno, inasprendo le norme e definendo più nettamente i confini. Comunemente questo avviene attraverso una forma di accordo ideologico e filofilosofico tra modi di pensare a prima vista antitetici, cioè rispetto della diversità e difesa dell’ordine socio-politico. Praticamente questa varietà assai recente del liberalismo spinge a una visione generalizzata delle diversità innanzitutto culturalmente e poi sessualmente; quando un’analisi sociologica attenta confermerebbe che in realtà questa è più che altro una manovra che mal si concilia con gli ideali di una società liberale pura - soprattutto laddove ciò che è ritenuto valido da ogni comunità omosessuale può rappresentare una sfida alla maschilità egemone. Ciò nonostante e a fatica, la tenacia delle comunità omosessuali sembra premiare il loro impegno a farsi rispettare da tutti; infatti oramai si sperimentano forme di contrattacco, laddove non siano evidenti dei mutamenti effettivi negli atteggiamenti verso l’omosessualità. Come ad esempio l’uso da parte delle comunità altre a quelle omosessuali di un vocabolario relativamente nuovo da utilizzare rispetto all’omosessualità, che prevede accettazione e presa di distanza riguardo alle discriminazioni subite da gay e lesbiche. …Sebbene i termini di questo nuovo vocabolario non sono definiti, e le soglie di accettazione non sono stabilite, nel corso degli scambi, durante i quali vengono isolate posizioni non legittime, più apertamente discriminatorie (Saraceno, 2003).

Se la situazione è ancora lontana dall’essere chiaramente definita, come vivono allora le forme di socialità del nostro tempo gli appartamenti alla comunità LGBTT ?

Le identità sessuali sono state e sono tuttora il correlato di procedure precise di potere. Gli omosessuali rivendicano oggi più che mai altri poteri che quelli ad essi ascritti, in aggiunta cioè a quelli specifici dettati dall’etica cattolica e dalle nuove forme di politica sociale dei generi. Questo è tanto più possibile oggi di quanto non accadesse in passato, proprio in virtù del fatto che l’omosessualità in sé non desta preoccupazioni, piuttosto sono le evoluzioni-inversioni politiche e sociali circa la riproduzione sociale che hanno spesso scelto come bersaglio utile alle logiche di controllo l’omosessualità stessa – oltre naturalmente il fatto che storicamente fosse indicata come un vizio, deficiente di convenzioni giuridiche che ne potessero legittimare la visibilità, diversamente dal rapporto eterosessuale nel matrimonio e, più in là, nella famiglia. Certo, alcuni potrebbero obiettare sottolineando che il silenzio e il segreto proteggono il potere e danno basi solide ai suoi divieti, ma è pur vero che esso allenta sempre di più i suoi appigli e organizza tolleranze più ombrose; così nel tempo e con il succedersi di analisi storiche, politiche e religiose, concettuali a più livelli e più o meno discutibili, circa la figura dell’omosessuale moderno, sembra che il sistema dei rapporti di potere fra le categorie socio-sessuali abbia allentato la presa, quantunque in realtà la sua logica ha cercato altrove dei bersagli funzionali al mantenimento del controllo sociale e politico della riproduzione sessuale delle identità, quasi accettando di buon grado le alternative d’opposizione della politica omosessuale e riservandosi, in questo caso, di inserirli in un contesto ben preciso. Ne è risultata una forma di regolamentazione che ha portato a ri-definire il concetto di maschilità eterosessuale egemone, marcando alcuni territori dell’identità e rendendone fluidi altri, includendo o escludendo attraverso precise regolamentazioni, additando a degli stereotipi e a delle continue ri/definizioni delle opportunità riproduttive offerte dai generi, tanto all’interno della categoria che raggruppa le diverse omosessualità quanto nel rapporto fra la sua visibilità e le altre categorie sessuali. Di conseguenza sembra che si stia affermando una specie di controtendenza negli stili di vita di molti omosessuali che si contraddistingue rispetto a quella eterosessuale proprio dalla propensione a mettere l’accento sulle relazioni comunitarie, culturali piuttosto che incisivamente sulle rispettive identità e sulle storicità dei vari soggetti. Questa propensione, però, che a molti omosessuali moderni sembra essere la soluzione a parecchi problemi legati alla negazione di una loro specificità, in realtà può essere considerata un’arma a doppio taglio. Infatti, se si considerano esclusivamente i momenti di visibilità pubblica e la conquista di spazi in cui esprimere le proprie diversità, allora è possibile affermare che la comunità gay odierna nel suo complesso ha raggiunto traguardi invidiabili rispetto alle altre diversità sessuali; ma se ci si sofferma di contro sul considerare questo senso di appartenenza, forzato dall’esterno quanto dall’interno, alla comunità omosessuale come conseguente silenziosità delle proprie individualità, allora è possibile collocare questa tattica di potere fra le strategie adottate dal controllo maschile eterosessuale egemone per indurre la società in generale ad additare come minoritarie e subalterne certe identità. Come se non bastasse, questo processo contraddice le tendenze liberali della globalizzazzione. In ogni caso esso ci informa del perdurare dell’egemonia maschile eterosessuale, nonché di quella gay rispetto alle lesbiche e di tutte queste identità sessuali rispetto alle diverse bisessualità. A conti fatti se è vero che esaltare l’autenticità individuale, considerandone la retorica circa i rapporti di forza internazionali e quant’altro, è il presupposto da cui si muovono un po’ tutti quando si tratta di rivendicare certi diritti, in realtà i termini discorsivi circa le differenze sessuali, filtrati dalla crescente simbolizzazione di certi stili di vita (come uno dei tanti aspetti della globalizzazione in atto) non sembra riescano a destituire, ne tanto più a invertire la condizione di subalternità degli omosessuali moderni. Ecco resa chiara la costrizione a rispettare certi confini non oltrepassandoli, con la conseguente propensione degli omosessuali a mercificare le proprie identità o a recitarle come parti secondarie rispetto al ruolo principale che assume la propria cultura. Certo, vista la mancanza di ricerche specifiche e studi sull’argomento, non è ancora chiaro se siano essi propensi a un simile favoritismo nei confronti delle pratiche di controllo della maschilità egemone eterosessuale oppure se sia stata quest’ultima ad affinare efficacemente le proprie strategie di vigilanza o se questi due aspetti siano in realtà correlati all’interno di una matrice politica più complessa; ma è palese che la maschilità eterosessuale ha in tal senso dato prova di una notevole elasticità nei modi di agire, se non altro perché il rischio di perdere la propria superiorità è costante e si presenta con sfaccettature sempre differenti, non sempre identificabili come minacciosi. In tutto ciò si evidenzia come per gli omosessuali moderni il bisogno di libertà cresce, aumenta sensibilmente la necessità di sentirsi meno oppressi e più sicuri entro i limiti delle proprie frontiere, inducendo di conseguenza la maschilità eterosessuale egemone a introdurre novità strategiche al piano di intervento sociale e normativo delle diversità sessuali. Questa straordinaria ciclicità che investe entrambe le parti, ridefinisce sensibilmente il controllo sociale non più come il contrappeso necessario della libertà, quanto piuttosto come il suo principio motore. In questo stato di cose, la crescente domanda di nuove libertà, private quanto associative, politiche quanto istituzionali da parte dei gay e delle lesbiche, così come di tutti i movimenti che li rappresentano, ha intensificato e diversificato il controllo dell’accesso a determinate risorse, considerate ancora esclusivamente eterosessuali – vedi le unioni civili o l’adozione, per esempio.

Relativamente a quanto sinora e volendone fare delle somme in divenire, quali sono stati dunque i cambiamenti maggiormente importanti nelle vite delle persone LGBTT negli ultimi 20/30 anni ?

Vorrei distanziarmi dalle informazioni rintracciabili oramai in qualsiasi rivista o quotidiano che ragguaglia circa i luoghi, le manifestazioni permanenti, le associazioni e quant’altro offra agli omosessuali la percezione di libertà maggiori rispetto al passato. Preferirei rispondere a questa domanda considerando che gli elementi che caratterizzano la modernità delle diversità e delle disuguaglianze sessuali all’interno degli attuali mutamenti politici, istituzionali e sociali in genere non concernono solo ed esclusivamente la definizione o il riconoscimento e la critica valutazione quantitativa o qualitativa dell’altro o del diverso. Precisamente, quegli elementi hanno a che fare fondamentalmente con la logica e le strategie politiche e culturali di convivenza sociale che intrecciano, spesso artificiosamente, il passato al presente, modi di percepire i fatti che accadono quotidianamente con le prospettive per il futuro; in ogni caso sono elementi che rilevano la propensione irrinunciabile, sentita o meno come tale, insita in ogni attore sociale di scovare una qualche forma di somiglianza con l’altro all’interno della società in generale fatta di confini aperti - o comunque oltrepassabili senza più le difficoltà di un tempo. I cambiamenti che più nettamente contraddistinguono l’autenticità delle identità omosessuali moderne, rispetto alla specificità dei comportamenti che le promuovono tanto all’interno delle comunità omosessuali o del gruppo di appartenenza che all’esterno, sono relativi a due disposizioni che si situano in un movimento sociale di controtendenza rispetto alle altre identità sessuali: l’autenticità delle identità omosessuali e la fiducia nelle proprie comunità. Questo movimento e i cambiamenti che ha scatenato per molti omosessuali sono state spesso confuse o sistemate all’interno di categorie concettuali che richiamano delle specificità più che delle autenticità delle identità, quali per esempio il linguaggio e il look o i ruoli sessuali. Ciò significa che, seppure considerando positivamente gli sforzi di molti ricercatori italiani e stranieri e le conoscenze acquisite, la specificità quando viene confusa con l’autenticità e pubblicizzata attraverso testi, mass media, istituzioni e quant’altro rischia di rafforzare molti pregiudizi sull’omosessualità stessa. Qui vorrei sottolineare invece che non solo la differenza omosessuale si muove come l’elemento peculiare della visibilità in qualsiasi contesto dell’esperienza di vita d’ogni giorno e delle frange multiculturali della modernità, ma anche come opportunità istituzionale dell’azione personalmente mirata nei crepuscoli dell’indefinito e dell’incerto mondo della percezione sociale degli stessi ruoli omosessuali. Infatti, spingendo attivamente attraverso i mass media e i Gay Pride la loro differenza nonché la presenza e l’accettazione di gruppo di sistemi cognitivi precisi, di valori e di norme differenziati, gli omosessuali di oggi circoscrivono al piano tangibile, concreto della propria esperienza e della rappresentazione dei propri ruoli sociali la realizzazione di politiche indirizzate all’integrazione. Quello che difficilmente si spiega è la recente auto-investitura del ruolo di alfiere del cambiamento sociale di cui gli omosessuali si sono rivestiti e per il quale la falsificazione delle istituzioni proposta dovrebbe assicurare benefici incontestabili a tutti, prescindendo dagli orientamenti o dalle pratiche sessuali in gioco. In ogni caso un’analisi sociologica, accurata in tal senso attraverso le ricerche sinora condotte, rivela che per le comunità omosessuali di oggi la differenza - da essi stessi prima che da altri trasposta concettualmente nei termini propri della diversità di orientamento sessuale, di scelte di vita e quant’altro – assume tendenzialmente i segni di un’entità unica e autentica, indissolubile attraverso il processo di definizione delle loro specificità quali membri di comunità politicamente attive. Ciò è tanto più evidente se si considera la tendenza unificatrice di cui sono i portavoce, la stessa che è oramai al punto tale da differenziarli di fatto dagli eterosessuali e dalle altre diversità sessuali. Praticamente, per i recenti movimenti omosessuali la differenza deve essere difesa ad ogni costo dalle prevaricazioni eterosessuali o da alcune definizioni ambigue e intermittenti offerte dai bisessuali nelle loro frange, preservata da alterazioni e mescolature non adeguate al riconoscimento del diritto ad accedere a qualsiasi risorsa sociale garantita di fatto soprattutto agli eterosessuali. Ovviamente, questi ultimi di contro, conformandosi ai dettami liberali del multiculturalismo per non destituire la loro autorità e per controllare eventuali minacce al loro potere, accordano un’attenzione quasi esclusivamente formale alla differenza omosessuale tant’è che l’effettivo riconoscimento delle unioni civili o delle adozioni da parte degli stessi omosessuali si traduce sostanzialmente in un’ostilità istituzionale e giuridica accanita e decisa verso queste che sono considerati istituti esclusivamente eterosessuali. A fronte di questo stato di cose in divenire, non credo fuor di luogo affermare che siano proprio i moderni omosessuali, ancor prima degli eterosessuali pertanto, i responsabili della soppressione dei loro diritti nonché del mancato uso delle risorse sociali cui aspirano avere accesso di fatto. Infatti, imperniando massimamente le proprie richieste sulle attuali forme politiche della differenza, essi soffocano la consapevolezza acquisita circa le loro autenticità - preferendo di fatto una politica e delle ideologie che esaltano più volentieri la specificità del gruppo cui appartengono e con una logica d’azione in cui si evidenziano contrasti evidenti tra teoria e pratica dell’agire.

Osservazioni conclusive

La riflessione circa il recente passato, il presente della comunità gay e la possibilità del suo perdurare in futuro, definiscono alcuni dei temi controversi e articolati circa le sue qualità politiche e istituzionali, convergenze invece si raccolgono attorno alla dimensione della fiducia omosessuale come caratteristica peculiare e formativa dell’identità tanto nel passato che nel presente. I cambiamenti istituzionali apportati dalle politiche omosessuali negli ultimi trent’anni, ci informano che gli omosessuali verificano costantemente la propensione e l’atto fiduciari durante le interazioni quotidiane con gli altri attori sociali, proprio perché costretti a negoziare e ridefinire più di altri le scelte che riguardano la loro vita e le loro comunità. Praticamente è proprio in questa costante conferma fiduciaria all’interno delle loro comunità che si chiariscono le disposizioni autentiche delle moderne identità omosessuali. In ogni caso il futuro rimane incerto. Le differenze e le relative disuguaglianze nell’impiego degli spazi o dei territori in cui abitano o convivono diverse identità sessuali, come il Gay Village romano per esempio, specifica fortemente l’ineguale regolarità distributiva dello spazio stesso come risorsa sociale, sino a determinare situazioni spesso assai critiche, di intolleranza per le quali gruppi in conflitto (tipo i vecchi abitanti del posto e i nomadi di un mese o poco più) strutturano le proprie identità attraverso limiti di specificità spaziali e temporali, sopprimendo cioè le autenticità a buona disposizione del recente abbaglio devoluto dalla modernità: l’imperterrita (serena?) convivenza. Tirando le somme circa l’intera intervista si può affermare che, dagli anni novanta ad oggi, i ruoli omosessuali si sono chiaramente differenziati in alcuni contesti e classi sociali e di età, ma non in altri; lasciandoci intendere che l’identità omosessuale non è affatto eterogenea, ma piuttosto diversificata al suo interno fino a rendere l’esperienza omosessuale, dunque i suoi ruoli, meno tipizzati di quanto accadesse in passato. Di fatto gay e lesbiche sono così diversi tra loro quanto eterosessuali e omosessuali tanto nella rappresentazione di sé in pubblico che nel privato, dunque nei comportamenti e nelle forme di identificazione - basti pensare che i gay hanno in media accesso a più risorse rispetto alle donne eterosessuali e alle lesbiche. Questo non è certo servito a demolire i pregiudizi negativi associati all’omosessualità, nonostante le apprezzabili indicazioni di cambiamento negli atteggiamenti della popolazione, ma offre di parte al mondo accademico, politico e istituzionale in generale una prospettiva di analisi meno tendenziosa rispetto al binarismo dei generi e la suddivisione dei ruoli al suo interno.


*Sociologo dei Processi Culturali con particolare attenzione alla sociologia della diversità e delle disuguaglianze. Socio ordinario della SO.I.S. (Società Italiana di Sociologia) è da anni interessato agli studi sociali delle minoranze sessuali e della maschilità nell’Europa occidentale attraverso ricerche e contributi a tema.
Sede: Facoltà di Sociologia de “LA SAPIENZA” - ROMA.

Carla Liberatore
Gaya Cronisti Senza Frontiere


   
 
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