
 |
Anticipazione
della prefazione di Debenedetti al libro “Quante
rose a nascondere una moglie” che uscirà
nei prossimi giorni in libreria…
Saba, va detto e sottolineato, fu omosessuale per dovere
di lealtà verso la propria natura. Lo fu come
tanti altri lo sarebbero e non lo sono, facendo così
torto a loro stessi e vivendo come in fuga anche dalla
loro ombra. Con uguale animo Saba fu, volle essere un
marito geloso, possessivo, crudele perché innamorato,
perché disperatamente affettuoso, perché
ingegnosamente nemico della propria tranquillità
come altri potrebbero esserlo o forse dovrebbero esserlo
se avessero sufficiente fantasia e ardimento. Saba desiderò
continuarsi nella paternità e si comportò
come un cattivo padre perché, come troppi altri
padri, non accettò mai, non accettò interamente
di consegnare alla vita, ai percoli della vita quella
figlia che per troppo amore non riusciva ad amare davvero.
Saba fu un uomo come pochi altri o forse solo come gli
artisti, i poeti e i filosofi sanno esserlo. Fu uomo
senza altri aggettivi che quelli della propria umana,
soave debolezza e di tutto questo scrisse il poema in
quello che chiamò Canzoniere , contraddicendo
nella semplicità apparente di quel titolo la
semplicità stessa. Altro non mi verrebbe da aggiungere,
se non fosse mio compito illustrare questa raccolta
epistolare. Questo duetto di due vecchi, stanchi coniugi,
che vorrei fosse letto e recepito come un’unica
lettera a due voci sul matrimonio, anzi meglio sulla
deontologia matrimoniale. L’uomo che scrive alla
sua sposa, alla sua Lina, è un vecchio più
vecchio di quanto l’anagrafe giustificherebbe.
Nel 1945 Saba ha, infatti, poco più di sessant’anni
ma si conduce come fosse ormai un reduce dell’esistenza.
(...) All’epoca, sulle spalle del poeta, gravava
il peso nervoso della guerra appena conclusa. Ancor
più pesavano gli anni, lunghissimi e distruttivi,
trascorsi con il bavaglio alla bocca e le labbra incollate
dagli intollerabili silenzi imposti dalle leggi razziali.
A stingere sul dolore di Umberto, sulle sue parole di
attempato e un po’ lamentoso fanciullo, non sono
tuttavia solo i tragici eventi collettivi.
Il vestito di un’innocenza, che si confonde spesso
con il pudore, lascia indovinare dietro il semplice,
meravigliosamente semplice e disadorno dettato di queste
lettere a Lina rimorsi mai sopiti, trasalimenti crudeli.
Buie realtà del cuore che queste pagine epistolari,
quasi una sorta di timida variante collaterale dell’opera
poetica, testimoniano con l’evidenza d’un
reperto insostituibile. I conti sono presto fatti. Nella
Trieste asburgica della giovinezza sabiana, nell’Italia
fascista dei suoi anni pieni e maturi, essere ebrei,
omosessuali e poeti doveva risultare incommensurabilmente
più difficile di quanto non sarebbe oggi. (...)
Provate adesso, pazienti e gentili lettori, a immaginare
tutto il concerto di trasgressione che si è cercato
di contabilizzare, cercate di considerarlo ospite forzato
e furtivo d’una piccola borghesia, perché
tale era il milieu sociale di Saba, che aveva fatto
del pregiudizio la sua bandiera e nel clima di sospetto
di un’Italia che andava sempre più assimilandosi
alla dittatura mussoliniana. Che ne dite? C’è
di che farsi venire i capelli dritti! Come non bastasse
questo poeta finì con il farsi carico anche d’una
rovinosa tossicomania, cominciata dall’abuso di
sonniferi e finita nella morfina.
Non stupisce perciò che Saba, come testimoniano
in parte anche queste lettere scritte al tramonto della
«calda vita» e nell’Italia appena
liberata dal nazifascismo ma certo non ancora libera,
abbia sentito il bisogno di difendersi come poteva.
Così per sfuggire al bigottismo sia ebraico che
cattolico, inventa la condizione del mezzo ebreo. Una
condizione estrema nella sua ambigua disponibilità
anche razziale, tale in ogni caso da consentire a Saba
di essere ebreo senza esserlo del tutto, guardandosi
cioè esserlo da altra sponda e con teatrale civetteria.
Quanto all’omosessualità, Umberto decise
di nasconderla al mondo senza nasconderla a se stesso.
In caso contrario, non si sarebbe misurato con un aspetto
così qualificante del suo esserci, scrivendo
con incantevole innocenza e sincerità Ernesto
. (...) Saba e Lina Wolfler si conobbero nella Trieste
ancora austriaca. Correva (probabilmente) l’anno
1905. Ma si possono dare date al sorgere d’un
amore che sembra oltretutto immaginato dagli astri facendo
concorrenza a un romanziere dolcemente crudele? (...)
La signora Saba, classe 1877, era una di quelle bellezze
ebraiche, cresciute nell’ombra gelosa dei ghetti,
che evocano in chi abbia a un dipresso il suo stesso
sangue arcani divieti, prescrizioni, musiche dove un
atavico senso di colpa si mescola solerte al desiderio
suggerito da una sensualità antica, una sensualità
che precede l’immagine stessa della donna che
si ha davanti nel mentre ce la rende misteriosamente
familiare. Quella poesia, che in Saba si fa subito gendarme
e misura di tutte le cose, renderà ben presto
un ambiguo omaggio a Lina, dissacrandola col farne una
Carmen, anzi Carmencita dalle movenze di melodrammatica
sigaraia. (...) Lina, lo vedrà subito il lettore,
era intelligentissima. Cosi da riuscire, in un suo modo
insieme diretto e approssimativo, a trovare ogni volta
quei piccoli ma grandi argomenti che senza scomodare
le idee, limitandosi a sentimenti essenziali e in se
stessi forse monotoni, riuscivano a far sentire sempre
ancora, di lettera in lettera, l’emozione d’un
grande, incrollabile amore. Fingendosi una semplicità
di sentimenti da massaia, dico fingendo per non scomodare
le certezze di Saba e non già per ingannarlo,
Lina fa sentire in ogni lettera il fascino onesto e
spoglio della sua fedeltà sempre devota e mai
ricattatoria. Una fedeltà che, a parte una rapida
tempesta (una rivolta giovanile che finì col
destare nello sposo il leone d’una passionalità
altrimenti dormiente), durò quasi mezzo secolo
superando tutti gli scogli d’una difficile, a
volte litigiosa quotidianità.
Tanta fatica, tanto e spesso cosi ingrato impegno perché?
Perché Lina amava davvero Umberto ed era, sia
pure in modo del tutto particolare, riamata dal suo
faticosissimo marito (più e meno che marito).
Da un pazzo che non perdeva però mai la testa
e che lei sapeva essere uno straordinario poeta. Un
poeta che tornava a farle continuamente dono della sua
poesia. Tanto che proprio l’amore coniugale tornerà,
insieme con una segreta e mai perduta nota omosessuale,
fecondo ispiratore in molti dei componimenti cui Saba
deve la sua grandezza di protagonista tutto da riscoprire
del nostro Novecento letterario.
Tratto da “Testata” del
data
|