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L’opera
di esordio di Donato Andreucci sulla vita amorosa ed
i ricordi di un omosessuale di provincia…
Come in ogni nazione pienamente civile, anche in Italia
esistono spazi e strumenti dove e con i quali chi è
gay può pensare, oggi, non solo all'orgoglio
e alla rivendicazione dei propri diritti, ma anche alla
costruzione di una vita affettiva piena e duratura.
C'è una popolazione gay, insomma, che può
vivere serenamente la propria omosessualità non
solo nella rete delle relazioni private ma anche in
una accogliente comunità virtuale fatta di riviste,
libri, televisioni, radio, siti internet, circoli culturali
e club. Il gay italiano, insomma, è sicuro di
sé e con davanti spalancata la porta su una felice
vita amorosa. O così sembra… Donato Andreucci,
con questo suo garbato e struggente esordio, racconta
un'altra cosa. Un'altra verità, che forse è
solo quella del suo protagonista - Nilo - o che forse
è anche quella di tutta un'altra Italia che continua
ad esserci, in disparte e malinconica, nascosta nella
provincia. Cometa inizia nei nostri giorni e in un cimitero,
ed è Nilo a parlare. Ha cinquant'anni, o qualcosa
di più. Ricorda il padre, scomparso con lui adolescente,
e la madre con cui ha invece abitato fino alla sua morte,
pochi anni prima. Nel cimitero incontra per caso un
giovane ragazzo che ha amato di un amore intenso e casto,
e da lui si apre una galleria sugli altri ragazzi amati
da Nilo: altrettanto intensamente, ma per nulla castamente.
Sono questi ragazzi a prendere la parola, sono loro
a dire «io» nella sequenza di racconti che
parte negli Anni Sessanta del tour con Gimondi in giallo
e passa per i Settanta della «Febbre del sabato
sera», per gli Ottanta dell'Italia campione del
mondo, per i Novanta dei supplementi ai quotidiani…
Ci sono canzonette, film e fatti di cronaca a rendere,
con la modestia di mezza frase, un'epoca e un clima,
mentre Nilo invecchia e i suoi ragazzi invece oscillano
sempre intorno alla soglia della maggiore età.
Ci sono poche sobrie esplicite parole per dire quel
che tra i loro corpi succede, e qualche parola in più
per disegnare il ruolo di fratello maggiore, padre,
insegnante, dispensatore di tranquillità e accoglienza
che Nilo riveste. Si passa da un racconto all'altro
e aumenta la distanza tra l'età di lui e quella
dei suoi ragazzi, e insieme a questa aumenta l'improbabilità,
che diventa impossibilità, di un rapporto non
caduco, di uno di quelli che ti confortano con la speranza
di essere per sempre. E aumenta, in Nilo, la consapevolezza
del dover rimanere «a lato» delle grandi
cose come dei grandi amori, confinato nella sua piccola
provincia tra i caffè al bar e le processioni,
chiacchierato ma non troppo, evitato ma non troppo,
nobilitato dalla devozione alla madre avviata all'infermità.
Nilo, insomma, resta chiuso nel suo mondo incompleto
di amori passeggeri e ragazzi che crescono e se ne vanno.
Perché? Forse semplicemente per la paura di «venir
fuori» del tutto. Arrivano troppo tardi, per lui,
chat line, circoli culturali e tv gay: forse convinto
- come ti convincono le tradizioni - che amare un uomo
non possa davvero mai funzionare.
Piersandro Pallavicini
Tratto da “Tuttolibri”
del 05/11/04
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