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Il comico,
ora noto giallista italiano, presenta il suo nuovo romanzo
nel quale compaiono come personaggi di Schultz cadaveri
ed assassini. Un transessuale tra i protagonisti…
Sono New York e Roma, sia pure con qualche scampagnata
fuoriporta magari fino al campus lindo e raffinato dell’elitario
Vassar College, i territori metropolitani percorsi da
Giorgio Faletti in Niente di vero tranne gli occhi,
un romanzo che potrebbe eguagliare e forse superare
il successo di Io uccido. Due città che hanno
in comune la vocazione imperiale ma anche, sebbene in
termini ancora tutti da scoprire, i segni dolorosi delle
tragedie e dei drammi che da sempre si accompagnano
al declino della grandezza, a cominciare dai ruderi
del Colosseo e dallo spazio vuoto di Ground Zero. Ma
tra la Big Apple e la Città Eterna, è
la prima a stravincere nel tessuto narrativo. E’
l’America a far da primadonna, relegando l’Italia
a un ruolo di comparsa. Al punto che l’unica comprimaria
nostrana, il commissario della Polizia di Stato Maureen
Martini, è un’italo-americana dall’inglese
perfetto, figlia di una notissima penalista newyorkese
e di un ristoratore romano di livello internazionale.
Nulla di paragonabile agli investigatori e ai segugi
del Nypd, tra i quali primeggia Jordan Marsalis, che
ha sacrificato la propria carriera per cavare dai pasticci
il fratello Christopher, sindaco di New York, ma è
rapidamente reintegrato nelle sue funzioni allorché
il figlio del primo cittadino viene sadicamente e grottescamente
assassinato. Gerald Marsalis, ribattezzatosi Jerry Kho
(ad apocalittica e presaga memoria della biblica Gerico),
body-artist maudit, perverso e pervertito, è
la prima vittima di un killer all’apparenza depravato
che, compiuti i misfatti, «mette in scena»
i cadaveri come personaggi di Peanuts: Linus, Lucy,
Snoopy, Schroeder, Pig Pen. Le altre sono figure altrettanto
eccellenti e altrettanto repellenti: Chandelle Stuart,
regista frustrata, miliardaria in bancarotta e ninfomane
assetata di esperienze sadomaso; Alistair Campbell,
romanziere fallito e ladro di manoscritti, tenuto a
galla da un genitore ricco e perbene; Julius Whong,
delinquente psicopatico protetto da un genitore che
è un boss potente della mafia cinese. Per venire
a capo di questo pasticciaccio, non basta essere investigatori
ma accorre essere veggenti e Maureen e Jordan lo sono,
ciascuno a proprio modo. Jordan ha un’istintiva
e quasi miracolosa capacità di visualizzazione
che gli consente di fotografare nei minimi particolari
la scena del delitto. Maureen ha qualcosa di ben più
sorprendente, che taccio per non togliere al lettore
il piacere di scoprirlo: un talento acquisito che, pur
spiegabile in chiave scientifica, sconfina nel magico.
Se in questo mosaico s’inseriscono altri tasselli
solo a prima vista secondari, quali l’attrazione
irresistibile di Jordan per una creatura misteriosa
d’insuperabile fascino e bellezza che si firma
Alexander ma si fa chiamare Lysa e non si sa bene se
sia un transessuale o un ermafrodito, si comincia a
comprendere perché il campo d’azione del
romanzo finisca per essere soprattutto New York, città
streghesca e maledetta, luminosa e nera, esibizionista
al punto da accecare, e dunque il luogo più adatto
per una vicenda dove anche il rosa più lirico
e sognante trascolora macabramente nel noir. Faletti
insomma mostra non soltanto di sapersi muovere con disinvoltura,
da «americano», nella topografia della grande
metropoli, ma di saperne anche cogliere (magari con
talune sottolineature troppo ovvie o addirittura superflue)
le mille valenze metaforiche. New York è la città
che tutti dicono di detestare, per poi scoprire che
l’amano senza esserne ricambiati. Un’isola
senza mare il cui cielo è monopolio dei ricchi.
Una cattiva consigliera che ti colma di energie ma di
nascosto te le succhia come un vampiro. Un’entità
aliena e sotterranea capace di sopravvivere e funzionare
a prescindere dai suoi abitanti. La depositaria di una
spicciola filosofia apocalittica. Un enorme set cinematografico
dal fulgore abbacinante, il cui cuore pulsante s’annida
nelle tenebre assolute. Una vibrante contaminazione
di bianco e di nero che i nostri occhi, le nostre menti
e le nostre anime finiscono per registrare come un grigio
uniforme. Americano per il taglio, l’intreccio,
i personaggi e l’ambiente, Niente di vero tranne
gli occhi finisce per esser tale anche nel montaggio
(indubbiamente abile e senz’altro in grado di
reggere il confronto con certi modelli fin troppo chiacchierati
d’Oltreoceano) e persino nella scrittura. A volte
anzi si ha l’impressione di leggere non già
l’opera seconda di un autore di casa, bensì
un best-seller alla Ken Follett: ugual bravura artigiana
(inclusa quella di dare il giusto spazio a dettagli
d’«ambiente e figure minori» aggiungendo
color locale alla trama e ai suoi sviluppi laterali)
e, saltuariamente, uguali ingenuità e cadute
di tono. A volte invece si ha addirittura l’impressione
contraria: che, con un cinismo astuto degno di un imprenditore,
Faletti scriva nella speranza di esser subito tradotto
in inglese (magari da Hollywood) modulando cioè
nella nostra lingua le frasi in vista di come suoneranno
nella lingua di Quentin Tarantino. Ma forse questa è
una malignità gratuita. Come dice uno dei suoi
personaggi in squisito newyorkese «non ci posso
credere», I can’t believe it.
Ruggiero Bianchi
Tratto da “Tuttolibri”
del 09/10/04
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