Sono le donne che hanno fatto l’arte celibe, inoperosa

Il desiderio, la sessualità, l'identità di genere: nove protagoniste del ’900 viste dalla Krauss, tra Duchamp e Lacan

Rosalind Krauss è stata negli Anni Novanta la più influente critica d'arte americana. La rivista che ha fondato e diretto, October, ha funzionato negli ultimi vent'anni come officina teorica per la lettura dell'arte contemporanea, americana in prevalenza. I testi apparsi sulla rivista newyorkese non assomigliano per nulla a quelli prodotti dalle innumerevoli riviste d'arte italiane. Non hanno a che fare con il mercato, le mostre, i galleristi, e neppure, nonostante tutto, con le istituzioni museali. Sono saggi militanti, come si scrivevano in Europa negli Anni Sessanta e Settanta, saggi in cui l'arte è letta attraverso la lente della cultura del nostro tempo. Non si tratta perciò di scritti asettici, bensì impegnati a comprendere lo scarto che l'arte ha prodotto nel nostro mondo; per questo ai saggisti di October non vanno bene tutti gli artisti: non sono enciclopedisti o esegeti tout court del presente. Compiono invece delle scelte, spesso contro corrente, come è capitato agli scritti sulle artiste donne prodotti da Rosalind Krauss dalla fine degli anni ottanta ad oggi, apparsi su October, o su altre pubblicazioni periodiche, e che nel 1999 la studiosa, poco prima di essere colpita da una malattia improvvisa, aveva raccolto in un libro dall'emblematico titolo: Celibi. Si tratta di nove piccole monografie dedicate a Claude Cahum e Dora Maar, Louise Bourgeois, Agnes Martin, Eva Hesse, Cindy Sherman, Francesca Woodman, Sherry Levine e Louise Lawler. La prima, e poco nota, Claude Cahum è degli Anni Venti, mentre Louise Bourgeois, una delle grandi madri dell'arte contemporanea, è più giovane, mentre le altre sono di una generazione ancora successiva, e tuttavia non ignote: Eva Hesse e Cindy Sherman, ad esempio, hanno esposto anche in Italia. Che cosa ha di particolare questo volume? Lo dichiara il titolo. Bachelors è una parola immessa nell'arte moderna da Duchamp, attraverso la sua opera, il Grande Vetro, che costituisce uno dei lavori decisivi dell'arte occidentale degli ultimo secolo. Celibe è anagraficamente il non-sposato, ma in Duchamp il termine gioca un ruolo che sta tra le forme del desiderio, e dunque la sessualità, l'identità di genere - maschile, femminile - e il tema dell'inoperosità, ovvero la funzione parassitaria che l'arte assolve nei confronti dell'etica capitalistica del lavoro. A cosa serve l'arte? E’ l'annosa domanda che da sempre la borghesia, più o meno trionfante, si è posta di fronte all'arte a lei contemporanea (ammesso che qualcuno avesse già risposto a cosa servisse la Primavera del Botticelli o la Gioconda di Leonardo). Insomma, si tratta di artiste donne che lavorano sul senso stesso dell'arte, ma anche sull'identità di genere. Rosalind Krauss, come racconta in modo autobiografico nel primo bellissimo e denso saggio dedicato a Claude Cahum - scrittrice surrealista, fotografa, attrice, combattente nella Resistenza e lesbica più che dichiarata -, si è posta il problema del femminile nell'arte, giungendo ad affermare una tesi in netto contrasto con il femminismo americano (nelle università e nelle riviste americane il tema del gender è stato dominante nell'ultimo decennio, fino all'asfissia, tanto che oggi molti iniziano a rigettarlo). In tempi non sospetti Rosalind Krauss ha sostenuto, sulla scia di una originale rilettura del surrealismo, che nella scultura e nella fotografia del movimento francese, mediante la cancellazione della distinzione tra alto e basso, umano e animale - si vedano le impressionanti foto della Cahum, ma anche di Man Ray o Raoul Ubac -, l'identità sessuale dei corpi raffigurati scivola lentamente verso il femminile, che pare emergere proprio là dove si formano immagini falliche. Sembra un paradosso, ma attraverso un intelligente percorso, che comprende anche Giacometti e le sue sculture, la critica americana, mostra come i valori formali maschili nel surrealismo diventino «effeminati». L'esempio opposto di questo processo è Dalì che, scrive Rosalind Krauss, è alla continua ricerca della «virilità» nella propria pittura. La tesi dell’autrice si oppone decisamente a quelle delle femministe che invece contrappongono l'arte femminile (e femminista) a quella maschile (e maschilista). Rosalind Krauss mette invece al centro del suo ragionamento la questione del feticismo, che è il tema centrale nella lettura degli «oggetti» artistici del Novecento (si pensi ad esempio ad una artista italiana, Carol Rama, fallica e insieme fortemente femminile). Il saggio più importante del libro è quello dedicato a Cindy Sherman che è l'artista con cui Rosalind Krauss ha avuto un rapporto critico strettissimo, tanto da riuscire a ricostruirne tutti i passaggi dalle immagini fotografiche di Still, degli anni settanta, alle fotografie arcinote, i Senza titolo, della fine degli anni ottanta, dove rifà quadri o pose artistiche famose. Al contrario, il saggio più secco e essenziale, da leggersi subito dopo il primo, è il penultimo dedicato alle sculture di vetro di Sherry Levine, dove l'autrice spiega in modo rapido ed efficace la sua idea della celibe.
Tutto il libro è incardinato sulle teorie filosofiche e linguistiche di Barthes, Bataille, Deleuze, Guattari e Lacan. Questo ha provocato perplessità riguardo al lavoro critico di Rosalind Krauss, come mostra una recente recensione di Angela Vettese, una brava e attenta critica d'arte, che si è chiesta se le artiste analizzate e discusse «non si sentano umiliate dal fatto che le loro celebri opere debbano essere sottoposte al groviglio simile di citazioni, quasi che senza quello fossero immagini mute». E' curioso che nessuno muova una medesima obiezione a Fritz Saxl quando legge il ciclo di Amore e Psiche della Farnesina ricorrendo alla complessa filosofia rinascimentale, o a Edgar Wind quando mobilita l'intricata mitologia pagana oppure la filosofia di Cusano per leggere l'arte del medesimo periodo. Solo perché Cusano è più bravo e chiaro di Bataille? Dubito, si provi a leggerlo. Forse perché è un «classico»? E' solo un po' più lontano da noi nel tempo, ma forse non così tanto. L'arte, del passato come del presente, è intrisa di letteratura e di filosofia nel medesimo modo, e utilizzare Lacan, invece del neoplatonismo per leggere un artista o un'opera, non è una operazione meno corretta di quella compiuta dalla scuola che deriva da Aby Warburg. Il problema è, come sempre, il contemporaneo: la distanza, o vicinanza, in cui collocarsi. La vera questione è poi quella di leggere a 360° la realtà senza pensare che filosofia e arte abitano in palazzi diversi, e psicoanalisi e storia così aliene tra loro come potrebbe sembrare. In fondo che si tratti di Rosalind Krauss, Edgar Wind o Carlo Ginzburg, non importa, le letture più interessanti dell'arte sono venute da coloro che hanno osato qualcosa più del richiesto e soprattutto del dovuto.

Marco Belpoliti
Tratto da “Tuttolibri” del 25/09/04

   
 
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