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È
scomparsa un’altra amica, ed una grandissima artista
A volte non bisognerebbe ascoltare le proprie "voci
di dentro".
"Adoro Laura Betti", avevo scritto poco tempo
fa a un amico, "e un mio sogno nel cassetto sarebbe
intervistarla... prima che sia troppo tardi". E
ora, purtroppo, è tardi. Non conoscero', né
intervistero' mai Laura.
Perché scrissi quella frase così infelice
ma, soprattutto, premonitrice? Ignoravo il suo recente
stato di salute. L'ultima volta che l'avevo vista era
stato sul set di un film: il suo. L'ultimo. Bellissimo,
struggente, che già mi era parso l'estremo atto
d'amore verso l'uomo della sua vita, quel Pier Paolo
Pasolini a cui giustamente era affiancata ma che forse,
involontariamente, aveva finito per appannarne un poco
lo spessore artistico.
Se ci riflettiamo, puo' sembrare paradossale. Nelle
foto che li ritraggono insieme, lui è sempre
timido, remissivo, quasi succube della irruente fisicità
di lei. Ho davanti a me un vecchio servizio del "Corriere
della Sera". Titolo: "Con Laura Betti, la
fidanzata". Pier Paolo si sporge appena dal tavolo
d'un ristorante, lo sguardo attento e umile verso il
suo interlocutore; Laura, giovane, bella e già
un po' pingue, addossata al suo braccio che lo avvolge
con la morbida ma implacabile tenerezza di una tigre
innamorata. Non guarda nessuno in particolare, pare
solo sincerarsi dell'appartenenza ideale del suo amico
inseparabile.
Ho rivisto Laura nel suo ultimo film da regista, ho
scritto. Ma non è vero. Non c'era lei. C'era
Franco Citti, su una panchina solitaria, con gli occhi
sofferenti da cucine economiche, c'era il figlio-amico-amante
Ninetto nel giorno del funerale di P.P.P., grondante
lacrime vere, percio' smarrite e senza ritegno. C'erano
ragazzetti che sembravano tolti dai documentari di Pasolini
sulle borgate degli anni '50, solo che questi erano
del Duemila e stavano ancora li'. C'era, insomma, un'Italia
autentica, marginale, che un tempo si nascondeva perché
si temeva la povertà e oggi si occulta perché
offende il senso estetico delle nuove, dinamiche metropoli
da bere. Eppure era li', intatta, impoetica, dura e
ribelle nella sua estrema debolezza e abbandono. In
questa sua realtà, in questo suo sussistere malgrado
tutto, nell'ingiustizia di questo suo vivere o esistere
a quel modo, in quei volti e in quelle situazioni, vedevo
Laura.
Laura Betti sprigionava autenticità. Era donna,
uomo, vitalità. Disperata vitalità, ma
anche gioia di vivere e di godersi la vita. Laura Betti
è stata cantante, attrice (di prim'ordine: non
solo con Pasolini, ma con Rossellini, Bertolucci, e
fra poco la rivedremo con Capolicchio), showgirl, con
un espressionismo troppo affettuoso per risultare tragico,
semmai lirico ed elegiaco. Federico Fellini ricordava
che, anni prima, lui e Pier Paolo avevano vagato una
notte intera per cercare il possibile modello della
"Bomba", la prostituta sguaiata dal gran cuore
e dalle forme enormi, senza trovarla. Forse era impossibile
perché, per quanto riguarda Pier Paolo, la sua
"Bomba" c'era già e si chiamava Laura
Betti, un capolavoro di umanità che non ammetteva
repliche.
La donna spregiudicata che conservava tutte le carte
dell'amato come una fragile fidanzatina il cui amore
è morto in guerra, l'interprete scandalosa di
tanti film contro-corrente, la regista rigorosa che
osservava la vita tenera e implacabile nei suoi sorrisi
khmer, ora se n'è andata. Aveva settant'anni
e, forse, ne dimostrava di più; tutti quelli
che l'esistenza le aveva sputato addosso come pietre
scabre. Ma proprio in quest'ultima caduta, in quest'apparente
sconfitta, in questa manifesta debolezza, nel vuoto
lasciato, sta la sua grandiosità: la sua modernità,
una protagonista del Novecento.
Daniela Tuscano
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