Giuni Russo, melodia incompiuta

Un ricordo dell’artista che non c’è più da Sanremo a Sanremo.

Ha iniziato con Sanremo e ha chiuso con Sanremo. Niente più di questi due episodi spiega meglio la parabola artistica e umana di un personaggio così singolare, probabilmente unico, nella canzone italiana.
Giuni era un’autrice e un’interprete “colta” suo malgrado. Incideva motivetti spensierati che l’avevano fatta conoscere al grande pubblico, e al tempo stesso si cimentava con arie d’opera e coi mistici cristiani.
Lei, però, voleva essere una cantante popolare nel senso pieno del termine. Sapeva perfettamente che i brani “balneari” non garantivano una popolarità duratura, quella che le avrebbe permesso di entrare nel cuore del pubblico, per comunicare il suo modo e il suo bisogno d’amare; un bisogno folle e inestinguibile.

Un’estate al mare - perfetto esempio di prodotto di consumo di qualità, mentore Battiato – avrebbe potuto spalancarle le porte di questo successo. Per una serie di cause, non è avvenuto. La critica applaudiva – anche se talora ho avuto l’impressione che gli elogi fossero indirizzati più alla sua voce che ai brani, o, in certi ambienti, per la conoscenza delle sue preferenze sentimentali (Giuni era lesbica) – ma la maggioranza degli spettatori non la seguiva, continuando semmai a preferire l’interprete “leggera” di Alghero o di Limonata cha cha cha (oltre che, naturalmente, di Un’estate al mare, sua croce e delizia).

Si era allora buttata sulla musica d’avanguardia. Aveva appena terminato d’incidere un disco di classici, Napoli che canta, colonna sonora di un film che, anni prima, era stato censurato perché mostrava il reale volto dell’immigrazione partenopea: non attraverso il dolorume di maniera di Lacrime napulitane, ma con la denuncia della miseria del Sud Italia, causata dalla cecità dei governi.
Ma la necessità di comunicare e comunicarsi aveva ripreso il sopravvento. E così rieccola a Sanremo, con quella bellissima Morirò d’amore che lei stessa aveva definito “una romanza futurista”.

Ascoltando le canzoni di Giuni Russo – quelle “vere” – ho la sensazione di trovarmi a metà di un guado.
Quella voce meravigliosa aveva qualche pesantezza. Negli esiti più felici, non solo nella già ricordata Estate al mare o in Sere d’agosto (un brano magnifico, anche se quasi rinnegato dalle sue autrici), ma soprattutto in Mediterranea, Alla spiaggia dell’amore o Le contrade di Madrid, riecheggiano atmosfere vaganti, siderali, d’un languore pucciniano, ma raggelato; l’amore come l’incontro di due solitudini, che la musica sottolinea fortemente. In altri casi, nella rilettura di Lettera al governatore della Libia o in quelli che lei chiamava “scherzi” come Una vipera sarò e Crisi metropolitana c’era qualcosa di eccessivo, di barocco, di ridondante, che impediva lo slancio aereo di altre composizioni.
Non so quindi se Giuni Russo fosse in grado di cantare “tutto”: quella voce ineguagliabile era forse, talvolta, più un ingombro che un aiuto.

Rimane insomma, oltre al dolore per una morte triste e prematura, questo senso d’incompiutezza, di distacco, qualcosa di irrisolto, che costituisce anche il suo fascino e che dice più di quanto abbia lasciato. Giuni Russo resta una figura atipica nel panorama musicale italiano. I suoi tormenti non possono essere accostati a quelli più fragili, e più marcatamente femminili, d’una Mia Martini o delle grandi interpreti che Giuni amava. Il personaggio, poi, non ha potuto o voluto giocare con l’ambiguità o con una pretesa quanto fallace bisessualità alla Gianna Nannini, da cui era artisticamente lontanissima; così, gli amori di Giuni rimanevano rinchiusi in un guscio coalescente che imprigionava le emozioni lasciando traboccare un’immensa nostalgia, una fame di gioia perentoria ed esclusiva.

Daniela Tuscano

   
 
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