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Il «Pecetto»
racconta il suo quartiere, Monteverde, negli anni Cinquanta,
Pasolini nella Cinquecento nuova regalatagli da Fellini,
il vecchio stabilimento della Ferro-Beton, alias il
«Ferrobedò». I ricordi di un «ragazzo
di vita» nell'ex borgata romana dietro Ponte bianco,
tra i cortili e le case dell'Iacp in cui vivevano le
famiglie sfollate dal centro della città
«Così passavano i pomeriggi a far niente,
a Donna Olimpia, sul Monte di Casadio, con gli altri
ragazzi che giocavano nella piccola gobba ingiallita
al sole, e più tardi con le donne che venivano
a distenderci i panni sull'erba bruciata. Oppure andavano
a giocare a pallone lì sullo spiazzo tra i Grattacieli
e il Monte di Splendore, tra centinaia di maschi che
giocavano sui cortiletti invasi dal sole, sui prati
secchi, per via Ozanam o via Donna Olimpia, davanti
alle scuole elementari Franceschi piene di sfollati
e di sfrattati». Anche se non rimane traccia,
oggi, dei «prati secchi» e delle «gobbe
ingiallite dal sole» di cui parlava Pasolini a
metà degli anni Cinquanta, alcuni dei nomi di
luoghi che compaiono con insistenza nei primi due capitoli
di Ragazzi di vita suonano familiari a chi abita da
queste parti: via Ozanam, Ponte Bianco, viale dei Quattro
Venti, la stessa via Donna Olimpia, dove sorgono ancora
oggi i «Grattacieli» - gli enormi complessi
dell'Istituto autonomo case popolari realizzati letteralmente
in mezzo al nulla negli anni Trenta - sono ancora lì
a fare da ponte fra epoche diversissime e a identificare
un territorio per tanti versi irriconoscibile. C'è
invece bisogno di qualcuno che abbia perlomeno passato
la cinquantina per rimettere al loro posto i tanti tasselli
mancanti e avere ragione di nomi enigmatici come «Splendore»
e «Casadio», che nulla dicono ai più
giovani abitanti della zona, inevitabilmente restii
ad interpretare la parola «monte» in senso
letterale. Le scuole elementari Giorgio Franceschi,
«piene di sfollati e di sfrattati», hanno
cominciato ad assolvere alla loro funzione solo dopo
molti anni, essendo state realmente e per diverso tempo
abitate da una gran quantità di famiglie, quelle
degli sfollati di San Lorenzo, ma anche del Tiburtino,
del Pigneto, del Casilino, che avevano avuto la casa
distrutta dai micidiali bombardamenti angloamericani
del luglio `43. Manco a farlo apposta, qualche anno
dopo, il 17 marzo del `51, parte dell'edificio crollò:
quattro persone persero la vita sotto le macerie. Fra
questi, come riportato fedelmente da Pasolini, c'era
anche la madre del «Riccetto» (Orlando Marecchioni),
forse il principale protagonista di Ragazzi di vita.
Infanzia ai Grattacieli
Fra quelli che si salvarono c'era invece la famiglia
di Giuseppe Parrello, conosciuto in borgata come il
«Pecione», per via della pece che usava
nel suo mestiere di calzolaio. Suo figlio minore, Silvio
Parrello, il «Pecetto», il crollo se lo
ricorda, anche se all'epoca aveva solo otto anni. «Fu
l'ala sinistra della Giorgio Franceschi a crollare,
quella attualmente compresa fra via Donna Olimpia e
via Abate Ugone. La mattina ci fu il crollo e il pomeriggio
gli adulti si riunirono e decisero di occupare le case
popolari di via Donna Olimpia n. 56, che erano ancora
in costruzione, anche se praticamente già finite.
Molti di quegli appartamenti furono in seguito assegnati
agli occupanti dall'Istituto. Io è da allora
che abito lì». Al 30 e al 5 si aggiunge
infatti nel dopoguerra il 56, situato più in
là verso Ponte Bianco, poco prima degli stabilimenti
della Ferro-beton, il «Ferrobedò»,
la fabbrica di binari teatro delle scorribande del Riccetto,
che negli anni a venire sarebbe stata buttata giù
per far posto ai nuovi, sempre più fitti, complessi
residenziali.
La famiglia di Silvio precedentemente aveva abitato
al Pigneto. Fino al luglio del `43. «Mio padre
il giorno dei bombardamenti stava proprio a San Lorenzo,
perché era andato da un rivenditore di suole
che abitava in quella zona. Il palazzo dove aveva la
bottega questo tizio è venuto giù completamente,
tranne il piano terra, dove c'era appunto il negozio.
Mio padre quindi s'è salvato per un pelo».
Il Pecione doveva essere fatto di una pasta non comune,
se è vero, come mi racconta poi Silvio, che era
scampato anche a un'altra esperienza terribile, quella
del confino a Ventotene, insieme a Pertini e Scoccimarro,
dove era stato mandato in qualità di comunista
e antifascista.
Storia di un'ossessione
Silvio è forse l'unico, fra i «ragazzi
di vita», ad aver letto per intero il romanzo.
Poeta egli stesso, non fa alcun mistero della sua viscerale
passione per Pasolini che, sia pure a distanza di tempo
dal loro effettivo incontro, è entrato progressivamente
a far parte della sua vita, fino a diventare (sono parole
sue) una vera e propria «ossessione». Da
circa vent'anni, in quella che fu la bottega del padre,
un piccolo locale tre per quattro situato sul lato destro
dell'edificio del 5, che affaccia su via Ozanam, il
Pecetto ha aperto uno studiolo («lo Scrittoio»),
dove si dedica, oltre che alla poesia, all'altra sua
grande passione, la pittura. Fuori, attaccata sulla
vetrata che circonda la porta d'ingresso, fa bella mostra
di sé una simil-lapide di carta, che riproduce
fedelmente quella che da tempo il XVI Municipio avrebbe
dovuto affiggere nel cortile interno del 30. Vi si legge:
«In questo quartiere nacque il famoso romanzo
"Ragazzi di vita" di Pier Paolo Pasolini "cittadino
di Monteverde"». Tutt'intorno alla porticina
sono affissi testi, poesie e articoli di giornale, che
parlano di Pasolini o dello stesso Parrello: per lo
più recensioni delle sue numerose mostre e pubblicazioni
o segnalazioni di eventi culturali che lo riguardano.
All'interno dello Scrittoio, quest'intellettuale autodidatta,
che per vivere fa l'imbianchino, colleziona quasi feticisticamente
una grande quantità di documenti su Pasolini.
Alle pareti sono appese numerose tele, mentre altre,
sollevate sul cavalletto o appoggiate per terra, sono
ancora in fase di lavorazione.
Giù ai Piloni
«... Giù dai piloni gli andarono dietro
Remo, lo Spudorato, il Pecetto, il Ciccione, Pallante,
ma pure i più piccoletti, che non ci smagravano
per niente [...]». Dalle panchine poste di fronte
allo Scrittoio, scorgo, fra poesie e ritagli di giornale,
l'unico brano di Ragazzi di vita in cui viene citato
il Pecetto. La scena è quella del bagno al Tevere,
al Ciriola, lo stabilimento un tempo situato fra Ponte
Sisto e Ponte Garibaldi. «Noi però il bagno
lo andavamo a fare in genere giù ai Piloni, a
Ponte Marconi, e Pasolini spesso veniva con noi. Non
credo sia un caso che mi abbia citato proprio in quel
contesto: anche se lui a noi più piccoli non
ci filava granché, io ero uno dei pochi che sapeva
nuotare e quindi gli andavo dietro quando lui attraversava
il fiume...». «Paolo», come lo chiamavano
i ragazzi, frequentava regolarmente il campetto di pallone
sotto al Monte di Splendore. «Era praticamente
uno di noi. Oltretutto era uno parecchio prestante:
oltre a giocare a calcio, noi facevamo spesso la lotta
e lui era imbattibile, perché pur essendo bassino
e molto magro aveva un fisico atletico, tutto muscoli.
Riusciva a buttare giù anche due o tre persone
contemporaneamente...».
Ma come s'inserì Pasolini a Donna Olimpia, all'epoca
una sorta di Bronx nella Roma degli anni Cinquanta?
Fu un amico del Riccetto, molto rispettato nella borgata
e citato anche nel romanzo, ad introdurlo. Silvio mi
consiglia di non farne il nome, perché (come
il Riccetto, del resto) è ancora vivo, ed è
un tipo tuttora piuttosto permaloso... Fu lui, ad ogni
modo, a fare inizialmente da tramite fra il quartiere
e Pasolini, che poi divenne per qualche anno una presenza
più o meno costante ai Grattacieli. «Anche
quando era ormai andato ad abitare a via Carini, nello
stesso stabile di Attilio Bertolucci, ogni tanto ci
veniva a trovare con la Cinquecento nuova nuova che
gli aveva regalato Fellini. E pure negli anni successivi,
gli anni della notorietà, del Pasolini regista,
se gli capitava d'incontrare uno di noi, magari in una
via del centro, era lui il primo a riconoscerti, a chiamarti
e a invitarti a prendere un caffè da qualche
parte, quali che fossero i suoi tempi e la sua momentanea
compagnia».
Il Pecetto mostra una certa insofferenza nei confronti
dell'immagine tante volte evocata del Pasolini adescatore
di minorenni. «A sentire certe persone, sembra
che Pasolini volesse andare con chiunque. In realtà
aveva i suoi gusti e quando andava con qualcuno era
perché questo voleva in un certo senso pure lui:
alcuni ragazzi si prostituivano per rimediare qualche
soldo. E alla luce di questo risulta più chiara
anche tutta l'ipocrisia dei commenti che si sono fatti
a proposito di Pelosi, Pino «la rana» (il
«reo confesso» del delitto Pasolini, ndr),
che era né più né meno che un marchettaro
della Stazione Termini».
«Nessuno sa dei ragazzi di vita...»
C'è un'ultima cosa di cui vorrei parlare con
Silvio. Pasolini sosteneva, trent'anni fa, che la televisione,
la «società del benessere», l'«edonismo
consumista» indotto dal «neocapitalismo»,
stavano velocemente trasformando la gioventù,
e che i borgatari della Roma degli anni Cinquanta, o
i giovani contadini friulani del Sogno di una cosa,
erano in realtà, loro che potevano considerarsi
fortunati se riuscivano ad arrivare alla quinta elementare,
ben più saggi e istruiti dei giovani «televisivi»
e omologati dal consumo di massa. Istruiti dalla vita
e dalla miseria, depositari di un sapere non scritto
tramandato attraverso le generazioni, a volte cinici
e feroci, ma anche capaci di altruismo e di una profonda
solidarietà. Cosa pensa allora Silvio di quelli
che hanno adesso diciassette o vent'anni a Donna Olimpia?
Quali differenze coglie rispetto all'adolescente che
è stato? Il Pecetto si alza, fruga per un po'
in mezzo alle sue cose e mi allunga, scritta a mano
in bella calligrafia sul dorso di una foto che lo ritrae
dentro al cortile di uno dei Grattacieli, una poesia
di Pasolini.
Marco Zerbino
Tratto da “Il Manifesto”
del 15/07/04
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