Recensione
di Don Franco Barbero al nuovo libro di Gianni De Martino
Questo libro trae origine dallo studio The man Jesus
loved del pastore protestante americano Theodore Jennings,
ma non ne costituisce né la traduzione né
un semplice riassunto.
Le considerazioni che Gianni De Martino svolge nelle
prime 50 pagine (le altre sono occupate da interviste
e documentazioni) sono pregevoli e affidate ad una penna
magica. Ne esce un quadro della vita omosessuale pieno
di dignità, liberato dai linguaggi polarizzati.
"Continuo a pensare, scrive De Martino, che i gay
credenti siano all'avanguardia nel rinnovamento delle
chiese cristiane perché amano davvero e molto,
forse fin troppo, Gesù" (pag. 43). "Purtroppo
c'è l'errata credenza che gli omosessuali siano
quelle persone che pongono il sesso al centro del loro
interesse e delle loro relazioni con se stessi, con
gli altri e con l'universo." (pag. 35). In una
relazione d'amore tra due gay "il sesso, anche
se è importante, è solo un aspetto della
somma dei piaceri amichevolmente e teneramente condivisi.
Si mettono infatti alla prova i sentimenti, gli affetti
e un vivere insieme che comporta una storicità
e un processo di apprendimento alla dedizione, all'
affidabilità nei confronti dell'altro e alla
responsabilità" (pag. 36).
La tesi del pastore Jennings, dal quale il libro prende
lo spunto per un discorso più articolato su fede
e omosessualità, non rappresenta una novità:
si tratta della "tesi di un'eventuale omosessualità
di Gesù, attivamente praticata e non soltanto
psicologica" (pag. 6).
Sulla sessualità di Gesù si sono scritte
intere biblioteche: sessuofobico? mangione e beone?
femminista? sposo di Maria di Magdala? gay?... Non sto
a mettere in dubbio la legittimità di ogni ricerca,
ma spesso le argomentazioni denotano una scarsa attendibilità
sul piano esegetico ed
ermeneutico. Se denunciamo certi utilizzi della Bibbia
contro gay e lesbiche, può essere sanamente "provocatorio"
parlare di un Gesù gay, ma il rischio è
quello di andare oltre il testo o contro il testo biblico.
L'aver letto i testi su Davide e Gionata in chiave omosessuale
ha rappresentato un'operazione non sostenibile sul piano
delle scienze bibliche. Il contesto non permette una
simile estrapolazione e un "utilizzo" o uno
"sfruttamento" di segno opposto, come sottolinea
il teologo Romeo Cavedo.
La poche citazioni dello studio di Jennings che De
Martino riporta nel suo scritto, dimostrano a mio avviso
una scarsa conoscenza del mondo ebraico, dei dati ermeneutici
e delle valenze simboliche. Avverto il pericolo di smarrire
il rigore ermeneutico e di "annettere un testo
alla propria causa"
(per es. pag. 21; pagg. 27-28).
E così che si compiono talune affermazioni perentorie
che gli studiosi oggi hanno rimesso totalmente in questione:
"Non c'è dubbio che l'amico speciale ('quello
che Gesù amava') fosse una persona viva e concreta
e che sia logico chiedersi se con questo amico speciale
Gesù avesse rapporti sessuali" (pag. 24).
Ciò che oggi i maggiori studiosi della Bibbia
non danno per certo è proprio la "natura"
reale o simbolica del "discepolo prediletto".
Così pure che la nascita di Gesù sia avvenuta
a Betlemme "come tutti ben sappiamo" (come
leggiamo nel quadro mitico ed apologetico di Luca) è
tutt'altro che certo. Così pure affermare che
"la possibilità che l'uomo che Gesù
amava fosse Lazzaro e che egli avesse rapporti sessuali
con l'amato è impressionante, ma niente nel testo
reclude la possibilità sessuale in un tale rapporto"
(pag. 29), sembra un gioco di invenzione extratestuale
legittimo, ma l'aggettivo "impressionante"
è enfatico ed immotivato su base testuale. Ma
chi esplora nuovi sentieri ha il diritto ad alcune "eccedenze".
Del resto, come De Martino egregiamente puntualizza
a più riprese, Jennings non vuole convincerci
dell'omosessualità di Gesù: vuole semplicemente
mostrare che è una possibilità (pag. 24).
Ma se poi, quasi dimenticando l' ipotesi di Jennings
che il libro vuole presentare, seguiamo le riflessioni
dense e liberatrici di Gianni De Martino, chiudiamo
queste pagine con un maggior arricchimento spirituale,
con un accresciuto amore per la persona di Gesù,
con una moltiplicata volontà di lasciarci alle
spalle i pregiudizi e le condanne vaticane e di vivere
gioiosamente secondo ciò che siamo.
A me sembra che, avvertiti di alcuni seri e evitabili
rischi, anche le pagine di Jennings diventino utili
come provocazione per quel cristianesimo fondamentalista
cattolico e protestante che vive di ovvietà e
di immobilismo dogmatico. Dice bene l'autore: "penso
che la polarizzazione di Jennings sull'eventuale comportamento
gay di Gesù derivi dalla preoccupazione di controbilanciare,
in maniera quasi speculare, l'ossessiva negazione della
sessualità di Gesù e dei cristiani da
parte delle chiese neo-sessuofobiche" (pag. 39).
I gay e le lesbiche credenti non hanno bisogno di un
Gesù gay. C'è piuttosto l'assoluta necessità
di scoprire, anche attraverso la testimonianza di Gesù,
che Dio è amore ed accoglienza, un Dio che non
ci cataloga secondo questi criteri così ambigui,
un Dio che è in pace con i nostri cuori e con
i nostri corpi.
Per questo io non sogno nemmeno un eventuale papa "giovane,
nero e gay". Potrebbe essere un bel gay represso,
un nero 'romanizzato'. e cadremmo dalla padella nella
brace.
Mi basta che il Cielo sorrida su tutti gli amori onesti
e teneri e che sulla terra la danza della gioia e l'estensione
dei diritti facciano cadere le mura di Gerico, perché
amarci senza "carità pelosa" (pag.
34) e senza esclusioni è l'unica "verità"
che cambia il mondo e durerà oltre il tempo.
Franco Barbero
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