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Il racconto
"Love Story" di Martina Zaninelli è
un prezioso strumento per parlare di omosessualità
ai più piccoli
La "storia della letteratura per l'infanzia"
è una definizione che può trarre in inganno,
soprattutto perché nasconde il tentativo di adeguare
il mondo dei bambini e dei ragazzi a quello degli adulti.
Mondi diversi fra loro e, in particolare, esigenze diverse.
Meglio sarebbe utilizzare la terminologia "storia
dei libri per l'infanzia" o meglio ancora "storia
sociale dei libri per l'infanzia". Ci sono voluti
molti anni, infatti, perché Le avventure di Pinocchio
venissero riconosciute come un capolavoro letterario:
i lettori, invece, lo hanno sempre amato e apprezzato
non soltanto per la infinità di sollecitazioni
emotive che traspare da ogni sua pagina, ma perché
il processo di identificazione con il personaggio, emblema
della trasgressione, è facile e immediato e consola
le loro esigenze, consce o inconsce. Così, indipendentemente
dalle convincenti interpretazioni di Umberto Eco, alcuni
personaggi di De Amicis - da Garrone alla Piccola vedetta
lombarda - o addirittura, in periodo fascista, Il Piccolo
alpino assumevano dimensioni psicologiche e sociali
che non richiedevano esegesi di tipo letterario. Per
non parlare dei protagonisti dei romanzi di Emilio Salgari!
Risulta quindi fuori luogo (e sotto certi aspetti grottesca)
l'affermazione di Benedetto Croce (La Critica, 1906):
«lo splendido sole dell'arte pura non può
essere sostenuto dall'occhio ancora debole dei bambini
e dei fanciulli».
Il discorso qui è ovviamente appena accennato,
ma può servire per rendersi conto che i giudizi
sui libri che appassionano bambini e ragazzi devono
tener conto delle loro esigenze via via diverse (paura,
eroismo, magia, evasione, fantascienza, ecc..) e non
possono seguire soltanto i parametri della letteratura
per adulti. Ne consegue che se è doveroso il
rispetto delle scelte autonome dei ragazzi, è
anche necessario che genitori e insegnanti possano e
debbano suggerire testi in grado di utilizzare sia tipi
di narrativa differenziati, sia testi in grado di affrontare
certi problemi che diventano difficili da discutere
senza un'occasione particolare come può essere
un libro.
E' il caso del racconto Love Story di Martina Zaninelli,
per il quale si dovrebbe escludere l'uso diretto da
parte di un ragazzo o di una ragazza se non li conosciamo
a fondo, anche per evitare di sbagliare i tempi. Ma
di fronte ai propri figli o di fronte ad una classe
di seconda o terza media dell'obbligo, questo libro
può diventare un elemento prezioso per affrontare
quella che don Antonio Mazzi definisce nella prefazione,
l'alterità.
Il libro si presenta molto bene (lo definirei "bello"
se non si usasse troppo spesso questo termine in modo
improprio): testo nelle pagine di sinistra, illustrazione
divertente di Gianbattista Ruffo e sempre piacevole
a piena pagina in quelle di destra. Testo ridotto a
parole essenziali con grandi caratteri tipografici,
come quelli usati dai titoli di testa dei quotidiani.
L'inizio della storia sembra tradizionale: due ragazzini
maschi lasciati soli dalle rispettive famiglie (una
agiata, una povera) diventano amici per combattere l'isolamento.
Crescono, diventano "grandi" mantenendo rapporti
molto stretti. Quando muore il padre del ragazzo ricco,
il testamento lo lascia erede di una cospicua fortuna
a patto che si sposi. La clausola sembra lasciare perplessi
l'interessato e la sua famiglia: ma tutto si risolve
perché il matrimonio avverrà fra i due
amici. L'argomento è trattato con estrema delicatezza
e con misura esemplare e, alla fine, la conclusione
sembra scontata, anche se il succedersi delle vicende
non mette il lettore in grado di prevederla.
Quale può essere il comportamento dell'adulto?
Ignorare il problema anche se il libro può essere
uno strumento molto efficace per affrontarlo? Certamente
è l'atteggiamento più comodo. Oppure mettersi
di fronte al figlio o alla figlia o agli alunni e prendere
l'occasione per discutere una situazione che non è
limitata al caso specifico trattato dal libro ma coinvolge
i nostri rapporti con il mondo che ci circonda, molto
poco propenso a fare di ciascuno di noi un uomo libero?
Scrive con grande saggezza don Antonio Mazzi: «La
nostra società sarà veramente civile nei
fatti e non solo nei detti quando le diversità
scompariranno come etichette per risorgere come alterità,
non più stigmatizzate per la singolarità
dei sentieri percorsi, incorporate da amori fino a ieri
"minori". Sono contento che Martina con uno
stile francescano, quasi serafico, abbia affrontato
uno di questi delicati temi rendendolo oggetto di poesia
e di meditazione. Le poche parole, scritte in grande
a mo' di abbecedario, hanno aiutato almeno me, a trasformare
un giudizio verso alcuni fratelli "separati"
in un caldo abbraccio solidale». Non si può
che essere pienamente d'accordo e ringraziare che esistano
ancora strumenti indispensabili di vita come sono certi
libri.
Roberto Denti
Tratto da “ttL” (supplemento
della Stampa) del 13/03/04
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