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Bilancio
conclusivo di un festival che ha offerto una selezione
ricca, intelligente e fortunata
Come ogni anno, questo Festival è inaugurato
dalle bandiere italiane, dalle croci celtiche, e dalle
teste rasate dei naziskin che stazionano davanti alla
hall del Teatro Nuovo. La polizia divide i naziskin
dal pubblico e dagli ospiti del Festival. Troviamo anche
un furgone dell'Ulivo con musica a tutto volume e volontari
che distribuiscono volantini in cerca di voti gay, ma
la polizia non divide gli ulivisti dal pubblico e dagli
ospiti del Festival.
Nel corso della manifestazione, abbiamo anche notato
incursioni dei Radicali cum banchetto per raccogliere
firme su inseminazioni artificiali e affini.
Intendiamoci: un Festival che smuove la politica è
un Festival importante. Un Festival che organizza otto
feste, una per ogni giorno, è un Festival attivo
sul territorio. Anni fa, a Torino, c'erano stranieri
solo nei giorni del Festival: il Festival è un
pezzo di storia della città, è un happening.
Appurato questo, e cioè che il Festival maggiore
di una città che pretende di essere la capitale
del cinema italiano tratta tematiche omosessuali, passiamo
alla serata d'inaugurazione.
Fuori concorso, due successi d'oltreoceano, futuri successi
qui in Italia: Party Monster (USA 2003), di Fenton Bailey
e Randy Barbato, tratto dal romanzo culto Disco Bloodbath
di James St. James, con il pessimo Macaulay Culkin nel
suo primo ruolo da adulto, l'ottimo Seth Green di Buffy
The Vampyre Slayer, un'insipida Chloe Sevigny e la comparsata
di un innocuo Marilyn Manson. Un filmaccio dall'insopportabile
afrore underground, scritto pessimamente, e prodotto
dal team dietro Boys Don't Cry. Sicuramente farà
parlare di sé, non quanto in America, ma a sufficienza
per lasciare il segno anche nelle nostre sale. Non è
in nessun modo un buon film e Culkin dev'esser stato
evidentemente traumatizzato dalla sua relazione con
Micheal Jackson, se ritiene adeguata la sua interpretazione
di un omosessuale, ma in termini di selezione e spettacolo,
è un colpaccio. A questa proiezione, peraltro
piuttosto affollata, e segnata dalla presenza dell'assessore
Alfieri che ha ripetuto il suo speech elettorale su
TorinoCapitaleDelCinema, è seguita la visione
dell'incredibile D.E.B.S. (USA 2004) di Angela Robinson,
che definire divertente, intelligente, irresistibile
è poco. Angela Robinson è un genio, e
presto tutti se ne accorgeranno. Il suo film non è
queer in modo compiaciuto, e la storia d'amore tra l'eroina
e l'anti-eroina è depurata da ogni retorica,
ogni tentativo didascalico. È una action-comedy
di alto livello, distribuita da una major (Sony), con
un cast di rara simpatia e bellezza, in cui figura la
supermodel Devon Aoki, testimonial Chanel e pepata uber-babe
in 2 Fast 2 Furious.
Indubbiamente un modo vincente di inaugurare un Festival
a tema. Per l'occasione, è stata anche presentata
la giuria del concorso, in cui figurava Moritz De Hadeln,
l'ingombrante star mediatica protagonista di mille polemiche
a Venezia, eclissato dalla - a giudicar dagli applausi
- gradita presenza di Sandra Ceccarelli, paredra di
Luigi Lo Cascio.
Dopo la sbornia glitter, segue la programmazione settimanale.
Un po' di numeri, per dare le dimensioni dell'evento:
12 lungometraggi in 35 mm in concorso; 17 cortometraggi
in 35 mm in concorso, 13 documentari in concorso, di
cui 11 in video e due in 35 mm; 10 mediometraggi in
video in concorso. Vi sono poi la panoramica lungometraggi
con 4 titoli e la panoramica cortometraggi con 56 titoli,
più 8 titoli nella panoramica documentari. Il
Programma Speciale I, Maidels With Attitude, ha visto
la proiezione di sei cortometraggi israeliani realizzati
da donne omosessuali, il Programma Speciale II, South
East Asian Delights, con 10 titoli, curiosamente in
concorrenza con il Festival di Udine che contemporaneamente
ha portato in Italia le realtà cinematografiche
del Sol Levante, spesso sbrigativamente identificate
in noiosi film lenti e pomposi o in Takeshi Kitano.
Appunto. Non paghi, gli organizzatori del Festival hanno
curato inoltre un omaggio a John Schlesinger, con i
due capolavori Midnight Cowboy e Sunday Bloody Sunday,
ed un omaggio a Derek Jarman, esplorato in profondità
e con attenzione. Attuale più che mai il suo
Sebastiane, storia di un martire cristiano torturato
fino all'inverosimile, recitato in latino e girato in
Italia. Il terzo omaggio è stato dedicato a Eloy
De La Iglesia, raro caso di cineasta dichiaratamente
omosessuale durante un regime fascista, nella fattispecie
quello franchista: 7 titoli. Una retrospettiva sulle
opere del geniale video-artista Brice Dellsperger: 20
titoli.
Ridotto, quest'anno, il consueto spazio dedicato alle
icone lesbo o gay. È toccato a Katherine Hepburn,
con 5 titoli tra cui Lo Zoo Di Vetro.
Ma non è tutto: centrali nella programmazione,
anzi, vere trend-setter della forma della manifestazione,
e sicuramente ricche di spunti interessanti e graditi
al pubblico, la retrospettiva Teens In Love sulla filmografia
europea sull'omosessualità nell'adolescenza (in
questa rassegna spiccava l'allucinato, allucinogeno
ed allucinante Du Er Ikke Alene, il film che l'ex di
Macaulay Culkin mette su quando si sente romantico),
e la retrospettiva Mirages sull'omosessualità
nella cinematografia di autori islamici, con 15 titoli
espressione di paesi quali Egitto, Libano, Palestina,
Algeria, Tunisia, Marocco e – naturalmente - Francia.
La selezione è stata indubbiamente intelligente,
colta, sovente fortunata, e di certo lo staff s'è
impegnato a fondo, con dedizione, impegno e rispetto
verso il pubblico. Non si poteva chiedere di meglio
o di più, calcolando lo scoraggiante silenzio
stampa che determina il caso assolutamente ridicolo
di un Festival più famoso all'estero che in Italia,
e la relativa povertà di mezzi. Il Teatro Nuovo,
attuale sede del Festival, non è adeguato, non
lo è mai stato: i proiettori non sono adeguati;
l'audio nelle sale piccole è pessimo, così
la visibilità e la temperatura in pieno stile
dark-room; il bar - in un Festival anche il bar conta
- pratica prezzi forse più adatti al Lido di
Venezia; i bagni sono peggiori di quelli della peggiore
stazione, creando una sgradevole atmosfera battuage.
Minerba, Santoro, Oberto e tutti i loro collaboratori
costruiscono un Festival competitivo e di qualità,
e garantiscono un'intraprendenza rarissimamente esperita
qui a Torino, e visto che Torino secondo la giunta comunale
è la Capitale Del Cinema Italiano, forse potrebbero
essere premiati con una sede diversa e più consona.
È bene infatti tener presente la quantità
di cineasti accorsi da ogni angolo del globo per assistere
alle proiezioni delle proprie opere e delle opere di
altri artisti; la presenza dei distributori, segno di
un'attenzione reale verso la kermesse.
I vincitori: non si poneva di certo il problema di
far vincere o meno un italiano, come succede nei Festival
più provinciali, perché questo è
un Festival realmente internazionale dove i campanilismi
non contano. Così ha vinto Beautiful Boxer (Thailandia,
2003). Già selezionato per la prossima edizione
di Berlino, grande successo in patria, coniuga due dei
motivi per cui la Thailandia è famosa: la boxe
e la cultura transgender. Il film biografico ha per
protagonista Nong Toom, già campione nazionale
di thai boxe, oggi soave, splendida attrice e modella.
La regia è curata da Ekachai Uekrongtham, di
vasta esperienza teatrale, artista sicuramente sensibile
ma poco affine ai gusti delle platee italiane, come
d'altro canto il 99% degli autori orientali.
Il premio del pubblico, significativamente, è
andato ad una commedia: Goldfish Memory (Irlanda, 2003)
di Liz Gill, presente in sala. Piuttosto leggera, in
realtà è significativa del livello di
benessere raggiunto a Dublino e dintorni. Ex aequo,
il pubblico ha premiato Walk On Water (Israele, 2003)
di Eytan Fox, sicuramente destinato a dibattiti interminabili
non appena sugli schermi, e magari anche ad un Porta
A Porta, che non guasta mai. Sicuramente ad un Infedele.
Fox, già autore del celebrato Yossi & Jagger,
l'anno scorso premiato al Festival ed in seguito successo
nazionale (ma nessun cronista, critico o giornalista
s'è ricordato della selezione torinese), in quest'occasione
ha raccontato l'evoluzione di un agente del Mossud,
un killer di stato, da cane sciolto e ruvido machista
a uomo in pace con se stesso e sereno padre di famiglia,
grazie all'amicizia con i nipoti di un ex criminale
nazista. Il premio speciale del concorso maggiore è
stato assegnato al gelido, dolente, agghiacciato Ein
Leben Lang Kurze Hosen Tragen (Germania, 2002), che
il regista Kai S. Pieck, presente in sala, ha dedicato
a tutte le anime perdute. Biografia del serial killer
bambino Jurgen Bartsch, vanta una fotografia davvero
ottima a cura di Egon Werdin, e difficilmente passerà
sotto silenzio. Destinato a diventare un cult-movie.
Ex aequo, la giuria non ha potuto non premiare un vero
e proprio capolavoro: Dancing (Francia, 2002), scritto,
diretto, fotografato e interpretato (nei ruoli di loro
stessi) da Patrick Mario Bernard, Pierre Trevidic e
Xavier Brillat, quest'ultimo presente in sala. L'unico
paragone possibile per un'opera tanto spiazzante è
il Lynch di Lost Highway, senza i miliardi di dollaroni,
ça va sans dire. Non verrà mai distribuito
in Italia, ma è prevista la versione in DVD:
attenzione ad Amazon France, dunque.
Un altro francese ha vinto - nell'entusiasmo della
folla - il concorso cortometraggi: Un Beau Jour, Un
Coiffeur... (Francia, 2004), del venticinquenne Gilles
Bindi, commedia scritta, prodotta, diretta ed interpretata
in modo ottimo ed irresistibile da una manciata di cugini
d'oltralpe che hanno monopolizzato l'attenzione del
pubblico festivaliero con la loro allure vincente. Ventenni
felici, belli, sani, colti, lontanissimi dagli omosessuali
borderline o - senza mezzi termini - tragici cui siamo
stati a lungo abituati dal cinema italiano, rappresentano
il futuro della cinematografia gay internazionale, che
tende proprio a dribblare la morbosità degli
epigoni di Pasolini e l'esibizionismo trasgressivo figliastro
di La Cage Aux Folles, per concentrarsi sul genere della
commedia e lasciar coabitare personaggi omosessuali
ed eterosessuali in un orizzonte borghese, giovane ma
non giovanilistico, in cui si lavora, e non necessariamente
in posti di prestigio. C'è un edonismo di fondo,
sotteso a questo trend così palese, così
evidente dopo gli otto giorni del Festival, al di là
dei film premiati Un edonismo che può piacere
o non piacere, ma è la realtà.
Gay torna a significare felice, dunque. E fondamentalmente
non c'è nulla di male, in questo.
Alessandro Mello
Tratto da www.effettonotteonline.com |