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Ricompaiono
grazie al figlio, anche lui artista, una serie di fogli
dell’artista…
Ogni casa che abbia più di cinquant'anni è
un organismo vivente, capriccioso, imprevedibile, un
complesso geologico fatto di strati sovrapposti, depositi
alluvionali, reperti fossili che affiorano all'improvviso.
Dopo oltre quarant'anni, un giorno mia madre, rovistando
in un cassetto, riesuma un pacchetto dimenticato chissà
quando, all'apparenza insignificante. Lo apre e si ritrova
tra le mani un mazzetto di fogli di carta ingiallita,
quasi impalpabile, attraversata da segni sottili, tenui,
evanescenti come le scie fosforescenti dei pesci abissali.
Sono del suo ex, di mio padre. Una cinquantina di disegni
del periodo newyorkese, un periodo particolarmente felice,
artisticamente parlando, malgrado tutto. Di quando il
nucleo stesso del Surrealismo, incalzato dai primi inquietanti
segni dell'espansionismo nazista, era migrato in cerca
di quella libertà di cui in Europa non restava
che un pallido ricordo. Da Paris agli States fu un salto
brusco, inevitabile. Così, a New York, durante
la guerra, trovò asilo un folto gruppo di intellettuali
in fuga dall'incendio che stava incenerendo il Vecchio
continente e con esso i sogni di palingenesi, non solo
estetica, dell'intera avanguardia.
Max Ernst, Yves Tanguy, Marc Chagall, Piet Mondrian,
André Breton, Fernand Léger, Ossip Zadkine,
Amédée Ozenfant, André Masson e
altri ancora s'erano trapiantati nel cuore del Nuovo
mondo, a Manhattan. Tutti esiliati da un clima che non
concedeva alcuno spazio all'immaginazione. Tra loro
c'era Matta, Roberto Sebastián Matta Echaurren,
che al Greenwich Village fissò la sua prima residenza
nel 1939. In Gay street. Ma a New York mancava l'abituale
tran-tran parigino fatto di caffè, bistrò,
atmosfere fumose e melò. La pittura era ai margini.
C'era piuttosto una vita mondana spensierata, elegante,
intrigante. Di tipo inedito. Supermoderna: cocktail
party, abiti sportivi, architetture mirabolanti, macchinone
dalle cromature abbacinanti. E gay. Gay senza troppi
problemi, solari, disinibiti, coi loro tic portati a
spasso con disinvoltura.
Come i primi amici, Francis Lee e il suo compagno Edison
Price, amanti del Surrealismo, che avevano un enorme
loft nella Decima strada, dove si riunivano giovani
entusiasti (tra cui Jackson Pollock) e dove Matta andava
spesso, almeno un paio di volte a settimana, a fare
da testimoni di quell'arte d'oltreoceano, fino a quel
momento conosciuta solo di seconda mano, in qualche
caso collezionata, mitizzata, ma non ancora inoculata
nel flusso vitale delle nuove tendenze che cominciavano
ad affacciarsi sulla scena pittorica a stelle e strisce.
E proprio ai gay è dedicata questa serie di schizzi
velocissimi, da cui promana un'euforia tutta americana,
una spensieratezza temperata da un pizzico di malinconia
fitzgeraldiana. Sono disegni lievi, come lo sguardo
che si posa con umanità su una comunità
solitamente fatta oggetto di facezie, di sarcasmo, di
comicità a buon mercato. Di goliardia greve,
dal breve respiro.
Disegni dai tratti minimali, rapidi, essenziali, ironici,
che trovano un'inattesa consonanza con quelli di Saul
Steinberg e sembrano anticipare di qualche decennio
Sempé, Copi, Siné, disegni in grado di
raccontare la quotidianità senza mai inciampare
nella marcatura della caricatura, nella banalità,
nella trivialità. Stupisce constatare come questi
omini, questi aerei folletti, questi gai pupazzetti,
sostenuti da una tenera tristezza di matrice chapliniana,
abbiano attraversato indenni interi decenni, epoche,
mutazioni dell'idea stessa di coppia, senza invecchiare,
inalterati, freschi come fossero appena fatti.
Quando glieli mostrai, mio padre ne fu contentissimo.
Felice che una scheggia di passato fosse tornata al
futuro. Non come alcuni artisti che si mostrano imbarazzati
se messi di fronte a certi loro trascorsi. Anzi si alzò,
prese un feticcio africano della sua collezione e me
lo consegnò affinché lo portassi in dono
a mia madre, da cui s'era separato nel lontano 1954.
Un altro filo che si riannodava.
Che risvegliava una memoria sopita: la casa di via
Trasone a Roma, piena di luce, dove le tripoline multicolori
di Munari erano immerse nella flora-jazz delle serigrafie
di Matisse e un omino filiforme di Giacometti proiettava
la sua lunga ombra crepuscolare su una tela a forchettoni
di Capogrossi. Qui venivano gli amici del giro romano,
i Cascella, Malaparte col cane Popoff, Afro, Cagli,
Burri, ma anche Victor Brauner, Max Ernst e Anita Loos,
l'autrice di Gli uomini preferiscono le bionde. Ancora
stento a credere che perfino Audrey Hepburn, durante
una pausa di Vacanze romane, posò la sua sublime
silhouette sulle poltroncine del nostro salotto astratto.
E Pablo Neruda, a cui si deve il mio nome di battesimo
che non c'entra invece niente con l'altro Pablo, Picasso.
Erano i tempi della Roma affamata e fatata di Cinecittà,
di quando Federico Fellini voleva lanciare mia madre,
Angela Faranda, come nuova icona di sexycomicità
e Alain Jouffroy, poeta surrealista, le scriveva che
incarnava il nuovo tipo di donna, «quello che
mancava alla drammaturgia moderna» diceva, e che
avrebbe trovato una degna collocazione accanto a «Fedra,
Manon Lescaut, Antigone». Lei invece girò
alcuni film con Eduardo De Filippo, Folco Lulli, Gino
Cervi, e poi si ritirò dalle scene.
Ma era proprio questa città, povera ma estremamente
vivace, che con l'originalità del Neorealismo
era capace di contendere lo scettro a Hollywood e in
cui i pittori discutevano di forma e contenuto a cazzotti,
ad avere attratto Matta, cileno di nascita ma girovago
per indole, reduce dalle più esaltanti esperienze
artistiche del secolo, dal Surrealismo all'Action painting,
che gli deve non poco.
Un nomadismo non solo geografico, ma dello spirito
e della mente, lo portò a nidificare, dal 1949
al 1954, in un Paese che a un cosmopolita incallito
poteva anche apparire provinciale e che invece offriva,
a chi sapeva apprezzarlo, un fascino particolare, aurorale,
senza uguale: quel romanticismo della politica che finì
per segnare intensamente una stagione pittorica e che,
dopo l'eros e l'inconscio, divenne uno dei motivi dominanti
del suo lavoro. L'Italia sollecitò in lui un
acuto senso della speranza, della lotta, della critica
sociale.
C'è un quadro del 1951, anno in cui sono nato,
che riveste un'importanza particolare e segna una svolta
decisiva in direzione dell'impegno civile: Les Roses
sont belles. Un quadro narrativo, combattivo, in cui
il dramma dei coniugi Ethel e Julius Rosenberg, accusati
di aver fornito ai sovietici segreti atomici e per questo
condannati a morte, diventa la saldatura tra la pittura
onirica e quella epica.
«I Rosenberg sono belli», si tengono per
mano e sorridono orgogliosamente di fronte ai giudici
e alla folla dei liberticidi che, impassibili come feticci
arcaici e futuribili, si rifiutano di vedere. Il dramma
è ambientato in un mondo popolato di mostri,
di alieni, di automi impassibili, non più galleggianti
nello spazio senza tempo del cosmo, ma calati nella
quotidianità.
La scelta di confrontarsi con l'attualità, nel
corso degli anni, al di là della denuncia immediata,
si colorerà anche di altre tinte, di intenzioni
sociologiche, di spunti cronachistici, di scene di vita
materiale, di squarci umoristici, di bozzetti parodistici,
che trovano in queste «vignette» newyorkesi
un sorprendente e finora sconosciuto antecedente.
Pablo Ecahurren
Tratto da “Panorama”
del 18/03/05
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