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Un’attenta
analisi di un’opera destinata a far discutere
Mel Gibson ha girato un film sulla passione di Cristo
che ha fatto molto discutere. Tanti l'hanno apprezzato,
tanti l'hanno detestato, solo a pochi è rimasto
indifferente. E il fatto è stato commentato in
modo positivo sia dai sostenitori, sia dai contestatori
dell'opera. "Cosi' si parla di Cristo", era
(ed è) il commento più diffuso.
A me pare logico, e anche banale, che, dopo un film
su Gesù (anzi, sulla sua passione), oltretutto
ad alto budget e accompagnato da una poderosa campagna
pubblicitaria condita con uno strascico di polemiche
altrettanto poderoso, come minimo ci si soffermi a riflettere
su quel Nazareno. Che cosa ci si aspettava? Il silenzio?
Ma se tra i suoi fan ci sono le Legioni di Cristo, potenti
cardinali, autorevoli esponenti del cattolicesimo tridentino
(da noi, Cesare Cavalleri di "Studi Cattolici"
e il noto divulgatore Vittorio Messori) e, si dice,
persino il Papa!...
Fatta questa premessa, ecco le mie impressioni.
ROSALINDA, CHE BRAVA
Non sono un'esperta cinefila. Peggio: al cinema vado
pochissimo (questione di soldi). Quel che credo di apprezzare
si rifà al mio senso estetico, e conti per quel
che puo' contare. Dunque, commento musicale di grande
suggestione. Fotografia impeccabile. Volti espressivi,
a cominciare dall'interprete di Gesù, il bell'attore
Jim Caviezel, fino alla Madonna-Morgenstern per giungere
a Pilato, Barabba ecc. Peraltro se, come spieghero'
più avanti, l'espressività non è
di per sé una qualifica positiva, ma solo un
dato, l'affermazione non vale per Rosalinda Celentano,
assolutamente perfetta ed efficace nel ruolo di diavolo
quanto mai androgino, anche nella voce.
LA LICENZA POETICA...
Alcuni hanno lamentato delle "imperfezioni"
nella rilettura di Gibson, prima fra tutte quella croce
portata per intero (anche col palo verticale) che sarebbe
un'inesattezza storica, come pure l'inchiodatura delle
mani anziché dei polsi. Altri hanno trovato ridicolo
il latino dei soldati romani. In questi casi, concordo
con la spiegazione fornita dallo stesso Gibson. Il quale
- dice - ha voluto da un lato rispettare l'iconografia
tradizionale, dall'altro conferire, al contrario, veridicità
a certe scene, poiché in effetti non ci si poteva
aspettare che rozzi militari si esprimessero nella lingua
di Virgilio.
Non sarebbe la prima volta, del resto. La grande stampa
ha strombazzato, tra le presunte "novità"
del film, proprio il fatto che la lingua usata dai protagonisti
era la stessa parlata ai tempi di Gesù. Ma non
si tratta affatto di una novità. Anni fa il compianto
Derek Jarman giro', a basso costo (ma con la seducente
colonna sonora di Brian Eno e un cameo di Lindsay Kemp),
un film intitolato "Sebastiane" in cui si
narrava appunto la vicenda del martire un tempo molto
venerato e raffigurato nei dipinti (era, per intenderci,
il giovanotto legato a una colonna e trafitto da frecce).
Nell'opera, in cui recitava quasi sempre nudo un giovanissimo
Leonardo Treviglio, gli attori erano quasi tutti inglesi
o americani per cui si poteva udire "Pug-nate"
per "Combattete" in quello strano, buffo modo
che hanno gli anglofoni di pronunciare (o meglio, di
non pronunciare) il gruppo "gn". A parte cio',
un film meraviglioso. E di nicchia ormai. Mentre "The
Passion"...
...E L'ARBITRIO MOLTO PROSAICO
Mel Gibson ripercorre gli ultimi istanti di Gesù
(un Gesù molto maschio, virile, che soffre si',
ma compostamente, vigoroso come un Braveheart, alla
stessa maniera della Madre e dell'amato discepolo Giovanni,
poche, asciutte e, a dispetto degli intenti del regista,
stoiche lacrime: è evidente che a Mel non piacciono
le sguaiataggini femminili), ripercorre quei momenti,
dicevo, attingendo a tutt'e quattro le fonti dei Vangeli:
sarà stato forse inevitabile per un film - tuttavia
Pasolini vi aveva rinunciato -, ma non v'ha dubbio che
si è trattato di un'operazione pericolosissima.
Il pericolo è quello di prendere dalle narrazioni
quello che piace di più, decontestualizzarlo
e fargli dire cio' che si vuole. Atteggiamento tipico,
d'qltronde, dei molti predicatori apocalittico-reazionari
che furoreggiano nell'America di Bush e ai cui richiami
il pio Gibson è molto sensibile.
E allora, passi per il giovinetto che nell'originale
(di Marco) fugge nudo dopo un tentativo di arresto e
che nel film pudicamente rimane abbigliato di una specie
di sotto-tunica; la tradizione lo identifica con Marco
stesso; qui diventa Giovanni l'apostolo; ma vabbè.
Passi anche quel "Gesma" che nell'opera di
Mel è il ladrone cattivo e che, negli apocrifi,
si chiama invece Gesta, Disma o Tito ed è al
contrario identificato col buono; passi molto, molto,
molto meno la condanna radicale, razzista, ignobile
e imperdonabile che il crociato Gibson muove all'intero
popolo ebraico che il film fa inequivocabilmente passare
come deicida, in ossequio a quell'anti-giudaismo di
matrice ahimè cristiana che ha permeato i catechismi
fino all'avvento di Papa Giovanni (non dimentichiamo
che Gibson rifiuta il Vaticano II).
IL FILM DI GIBSON E' ANTISEMITA
Vediamo come.
- Che Caifa non fosse propriamente una brava persona
è arcinoto. Che i sacerdoti del tempo (come,
d'altra parte, non pochi di quello attuale) non riconoscessero
i profeti lo è altrettanto. Non perché
fossero ebrei, pero'. Perché erano uomini di
potere. E il potere, da che mondo è mondo,
ottenebra anche gli spiriti più acuti. Non
a caso Maria nel "Magnificat" (Vangelo di
S. Luca) glorifica Dio perché ha "rovesciato
i potenti", non i sacerdoti ebrei, alla cui scuola
lo stesso Gesù era cresciuto e la cui legge
egli non ha mai detto di voler rinnegare, ma di portare
a compimento.
- Tutto quanto, nel film di Gibson, non solo non
traspare, ma è anzi occultato ad arte. Dicevo
dell'espressività: ebbene, il pur bravissimo
Caifa-Sbragia si muove con la tronfia goffaggine del
vecchio ottuso, gli uomini del sinedrio (e pure la
gente comune) sono raffigurati con nasi adunchi e
palandrane ridicole, non un dubbio li sfiora mai,
Satana si aggira presso di loro, ma mai presso i Romani
(a parte la fugace apparizione vicino al fustigatore,
e ti credo!, mirante a dimostrare semmai la cattiveria
del singolo, non certo quella dell'intero popolo).
Il Barabba liberato è un bruto idiota che gli
stessi sacerdoti hanno schifo ad avvicinare, ed è
chiaro come il sole il messaggio per cui solo la perfidia
più scellerata (i "perfidi Giudei",
appunto) poteva preferire quello scimunito al bel
santo martoriato.
- Le figure positive di ebrei, pur presenti nei quattro
Vangeli, sono qui del tutto assenti. Non un accenno
a Nicodemo e a Giuseppe d'Arimatea (il primo, addirittura
un sacerdote!). Davvero strano trattandosi di un film
sulla passione, visto che in Matteo depone il corpo
di Gesù nel suo sepolcro e in Giovanni il buon
Nicodemo ne profuma il cadavere con aloe e mirra.
Non un accenno, nei flash-back che rievocano la vicenda
terrena del Signore, delle sue cene a casa di farisei
(ma ovviamente ampia la digressione sull'adultera
salvata, indoviniamo da chi?). E Gesù stesso
non sembra affatto un figlio d'Israele, ma un alieno
piombato da chissà quale lontana galassia a
portare un verbo incomprensibile.
- Pilato appare come il classico funzionario che
ne ha piene le scatole di quella terra inospitale
e di quel popolo ribelle e visionario. Una rappresentazione
probabilmente vicinissima alla realtà. Eppure
anche questo potente, come quasi tutti i Romani, è
tormentato da dubbi amletici, lui poverino vorrebbe
anche liberarlo, quel Gesù, sua moglie non
solo se lo sogna di notte (episodio riportato in Matteo),
ma assiste anche le pie donne nel loro dolore, porta
loro panni per asciugare il sangue del fustigato,
continua a seguire con sguardo accorato e insieme
ammonitore quell'in fondo povero Cristo (ognuno ha
le sue croci) del marito che a momenti getta la lorica
alle ortiche e si fa battezzare. Vicende, queste ultime,
inventate di sana pianta, che rafforzano l'immagine
del pagano dal cuore di burro costretto al misfatto
dalla canaglia ebraica.
Nel film Pilato, col pianto in gola naturalmente,
fa frustare Gesù e poi lo ripresenta al popolo.
Ma non è vero. Non lo dico io, ma i Vangeli:
Gesù fu frustato e subito dopo condotto al
Calvario. Mel si prende questa... libertà per
dimostrare, una volta di più, che gli sporchi
giudei non si fermano davanti a niente, neppure in
presenza di quel poveraccio ridotto ai minimi termini.
- Si dice che Mel abbia letto molti libri dopo la
conversione, sia un credente serio, di tutto rispetto.
Impossibile pertanto che ignori le "Antichità
giudaiche" di Giuseppe Flavio, storico ebreo
latinizzato. Giuseppe ci dà un bel ritrattino
di Pilato: uomo crudele e sanguinario, che soffoco'
senza pietà tre o quattro rivolte del "nostro"
(degli ebrei) popolo, inetto e corrotto, e che condanno'
Cristo, "uomo giusto". Pare, nondimeno,
che in Palestina venissero spediti proprio quei funzionari
che in patria si fossero dimostrati stolidi e brutali.
Lo raccontano storici seri. Gibson no.
Erode è un mollacchione femmineo e concusso,
d'accordo. Il suo interrogatorio-burla è tratto
ancora da Luca. Ma Gibson, guarda il caso, omette
il seguito di quell'interrogatorio: che cioè,
in seguito a quell'episodio, Erode e Pilato, da nemici
che erano, divennero amici; chissà quante sghignazzate
si saranno fatti ripensando a quel povero pazzo Galileo,
prima naturalmente di dimenticarselo del tutto fra
agi, sollazzi e noia.
- Last but not least, Gesù muore e si squarcia
non il velo del Tempio, com'è descritto in
Matteo 27, 51-52, a significare - leggo dagli esegeti,
non invento - il disvelamento di Dio a tutti gli uomini
(non "a molti", come non casualmente recita
Cristo nell'analessi sull'eucaristia), ma l'intero
Tempio, logicamente coi sacerdoti dentro, ai quali
solo in extremis si concede una lacrimetta di coccodrillo
che non risolve un bel niente. Chiaro il messaggio:
l'ebraismo è morto, il nuovo popolo eletto
è un altro.
Altro avrei da aggiungere, ma vi ho tediato abbastanza.
Come concludere? Dal 7 aprile abbiamo un quinto Vangelo,
il Vangelo secondo Mel. Dio ci scampi dai profeti armati.
Daniela
Tuscano
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