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Cannes, accoglienza
tiepida per "La mala educacion" che ha aperto
il festival. Opera di passione omosessuale.
La mala educacion che, fuori concorso, ha inaugurato
ieri il Festival, è un film di Pedro Almodovar,
quindi: travestiti, preti pedofili e assassini, bimbi
innamorati e uomini maturi persi di passione, tutti
gay, niente donne tranne una tenera mamma. Da "Tutto
su mia madre" a forse, "Tutto su di noi",
da "Parla con lei" a, probabilmente, "Parla
con me". Non autobiografico, come ci tiene a ripetere
il regista, nel senso che pur avendo studiato dai salesiani,
lui non fece incapricciare nessun professore in tonaca:
ma certo carico come nessun altro dei suoi film, di
omofilia: bei sederi nudi virili, quel tipo di mutanda
di cotone molliccio che pare sia molto appetibile tra
intenditori maschi, sguardi intensi sempre rivolti alla
protuberanza inguinale, sodomie esuberanti, fellatio
volonterose ma scoraggianti causa caduta nel sonno del
partner, amanti in canottiera che si videoriprendono
delirando di desiderio.
Questo tra adulti. E tra i piccini affidati ai preti:
sguardi di innocente risveglio sessuale, toccamenti
al cinema, incontro notturno nelle latrine del collegio,
il tormentato ma imperioso padre Manolo che li sorprende
e caccia Enrique per tenersi Ignacio, sia come chierichetto
dai begli occhi neri sia come strumento muto e indifferente
del suo piacere: e che da adulto ricorderà soprattutto
il fastidio di tutti quei bottoncini della veste che
gli penetravano la fragile schiena.
Nessuno shock in Spagna dove il film è uscito
poco dopo la spaventosa tragedia dell'11 marzo e in
concomitanza con la fragorosa vittoria di Zapatero,
in giro per il mondo non si sa: però la Chiesa
non dovrebbe protestare, visto che nel ramo pedofilia
ha sue vistose grane soprattutto negli Stati Uniti,
in più sono talmente tanti gli orrori che ci
vengono propinati in questi ultimi tempi che padre Manolo
intento a slacciarsi la tonaca e padre Josè che
uccide con un colpo di karaté non suscitano scandalo.
E Dio, dice Manolo dopo il delitto: "Dio è
dalla nostra parte", gli risponde serafico l'assassino.
Risate del pubblico. Il regista dice che il suo film
non è anticlericale, perché, pur odiando
i preti, "sarebbe stato inelegante e anche noioso
fare un film su questo odio". Però più
delle scene di pedofilia pretesca, sono quelle della
vita di collegio apparentemente innocente, a parlare
di quell'educazione religiosa da lui definita mostruosa,
fatta di castighi, di peccato, di ipocrisia, di sopraffazione,
di ignoranza e terrore, di quella che lui chiama "la
trasmissione del peccato".
1980, Franco è morto da cinque anni, la Spagna
è in piena movida: il giovane regista Enrique
(Fele Martìnez) non trova una storia per il suo
nuovo film, quando si presenta da lui un attore in cerca
di lavoro (Gael Garcìa Bernal) che dice di essere
il suo ex-compagno di collegio Ignacio. Ha scritto un
racconto, "La visita", che potrebbe diventare
un film.
Da questo momento non è più chiaro, e
non lo deve essere, se quel che vediamo è realtà,
memoria, menzogna o film nel film, nel confondersi continuo
di tre momenti, il 1980, il 1977, il 1964: dalla movida,
indietro al momento della sfrenatezza, dell'edonismo,
della libertà dopo la fine della dittatura, e
ancora prima negli anni oscuri della massima repressione
politica e sociale. Enrique e il bel ragazzo che dice
di essere Ignacio ma vuole farsi chiamare Angel, diventano
gelidi amanti, e Angel ottiene nel nuovo film il ruolo
di Zahara, il travestito che pare la più fatale
delle donne e ha ricattato padre Manolo (Daniel Ginénez
Cacho) ricordandogli il suo crudele peccato di tanti
anni prima.
Sono le scene dell'infanzia quelle che in un film volutamente
privo di emozioni, toccano il cuore; con quei preti
che nei loro svolazzanti gonnelloni giocano al calcio
con i ragazzini in un'atmosfera ambigua, e padre Manolo
innamorato che suona la chitarra in riva al fiume, mentre
il piccolo Ignacio canta con vocetta angelica (come
Almodovar bambino) "Moon River", oppure "Torna
a Surriento" per il compleanno del tormentato pedofilo:
poi i tuffi felici dei ragazzini filmati al rallentatore,
e il momento in cui, servendo Messa, il bambino violato
capisce non di aver perso la fede, ma di non averla
mai avuta, di essersi liberato per sempre dal senso
del peccato.
Come in un labirinto, in un gioco di specchi, un attore
ha più ruoli e un solo ruolo è interpretato
da più attori: il finto Ignacio è in realtà
Juan, fratello del vero, nella vita travestito come
Zahara nel film, il carnefice padre Manolo, spretato
e sposato, diventa con un attore diverso un Messieur
Berenguer vittima della sua passione per Juan. Bruscamente
il film è diventato un melodramma nero, come
un certo cinema americano anni ‘50, molto amato
da Almodovar, ma anche come i primi Buñuel.
L'angelo vendicatore è anche l'angelo del male
e come finirà? Miseramente, a fare l'attore nelle
soap-opera televisive. Mentre il regista Enrique-Almodovar
continerà a fare cinema "con la stessa passione":
e su quest'ultima parola, "passione", che
occupa tutto lo schermo, si chiude La mala educacion.
Che alla proiezione per la stampa è stato accolto
in silenzio, senza applausi né fischi, come lo
stesso Almodovar all'incontro con i giornalisti.
Natalia Aspesi
Tratto da “La Repubblica”
del 13/05/04
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