L’editorialista? Non è un lavoro da donna

La star del giornalismo USA: vogliamo solo piacere se critico un uomo si offende. Le colleghe italiane: ci insultano, ma siamo brave…

Fare l’editorialista non è un mestiere da donna. A sostenere questa tesi non è un uomo, ma Maureen Dowd, la più autorevole delle columnist statunitensi. Unica commentatrice politica donna, nel New York Times , tra nove firme maschili, Dowd ha scritto ieri un editoriale sulla difficoltà di esercitare il suo lavoro, sostenendo che se ad esprimere giudizi su qualcuno è una donna la reazione dell’interessato è offesa, risentita, e la tesi è considerata «castrante». Se, al contrario, commenta un uomo, allora la stessa tesi diventa «autorevole». Perché? Perché le donne vogliono piacere, e non amano attaccare ed essere attaccate, per non snaturarsi. Risultato: chi fa la commentatrice vive perennemente sull’orlo di una crisi di nervi; e le altre, le new entries , si buttano invece su temi esclusivamente femminili. Ed è così, secondo Dowd, che si è passati da Dorothy Thompson (una delle prime giornaliste americane, commentatrice politica del New York Herald Tribune e della Nbc, famosa per i suoi reportage contro il nazismo) a Candace Bushnell (autrice di Sex and the City ).

Lecito chiedersi se questa è un’analisi sconsolata della realtà o invece una tesi provocatoria. C’è da dire che Dowd è una vera diva del giornalismo statunitense. Potentissima, è stata la spina nel fianco di quattro presidenti: Ronald Reagan, George Bush, Bill Clinton (massacrato per le sue ipocrisie sessuali durante il caso Lewinski: «Non siamo di fronte alle prove per un impeachment , ma alle prove per un divorzio»), e adesso George W. Bush (nel suo ultimo libro, Bushworld , Dowd scrive: «Benvenuti nel mondo di Bush, dove le cose non sono quelle che sembrano»). Alla Casa Bianca la chiamano «il Cobra». In Internet fioccano i siti anti-Dowd. I suoi detrattori la definiscono - a giorni alterni - lesbica, complessata, incapace di avere figli. Ma lei tira dritto. Capelli rossi, vincitrice di un Premio Pulitzer, figlia di un poliziotto irlandese di Washington, vanta tra i suoi ex fidanzati l’attore Michael Douglas. Ed è riuscita nell’intento di farsi detestare dai maschi conservatori ma anche da alcune donne, tra cui la femminista Susan Faludi (che la accusa di frivolezza) e Anna Quindlen (che l’ha preceduta al New York Times ). Come Maureen Dowd, solo Rebekah Wade, direttrice del londinese The Sun , anche lei ipercriticata e iperadulata.

E in Italia? È davvero così difficile, per una donna, esprimere pubblicamente delle idee senza essere attaccata? Secondo Lietta Tornabuoni, de La Stampa , «è vero che le donne vengono molto più insultate. Io ricevo lettere di improperi quasi ogni giorno, anche se devo ammettere che l’attacco più duro me lo fece Maria Callas. E però devo anche dire che se la donna che scrive è intelligente può essere autorevole come un uomo. Perché fare l’editorialista è un mestiere perfetto per noi, non serve snaturarsi». Tra le commentatrici che spesso sono state oggetto di insulti, Natalia Aspesi, di Repubblica , ricorda Camilla Cederna: «Nei primi anni Settanta intraprese battaglie in difesa dei movimenti studenteschi. Per questo fu criticata con argomentazioni che scivolavano sul personale. Perché spesso il ragionamento fatto da una donna fa fatica ad essere percepito come autorevole, soprattutto quando ci si occupa di argomenti considerati patrimonio maschile. Allora si tenta di legare quel parere non alle idee di chi lo esprime ma alla sua caratterialità o fisicità». Diversa l’esperienza di Rina Gagliardi, editorialista di Liberazione : «Forse perché io ho sempre lavorato in un giornale come il manifesto , che aveva due donne alla sua testa: Rossana Rossanda e Luciana Castellina. Ma vedo che in questi ultimi anni se una donna scrive di politica la si attacca più facilmente. Basta pensare al caso Armeni». Barbara Palombelli, del Corriere della Sera , è in disaccordo con Maureen Dowd: «Fare l’editorialista è soprattutto un lavoro da donna. Io, poi, non ho mai subito discriminazioni per quello che scrivevo, anche se ho massacrato autorevoli personaggi politici: le loro reazioni non erano legate al mio essere donna. Il problema, semmai, è che in Italia una donna diventa autorevole verso gli ottant’anni». Invece la vera questione, per Fiamma Nirenstein, commentatrice di esteri per La Stampa , è che «se hai un’idea non comune sei presa subito per viscerale, femminilmente emozionata. Nessuno pensa che dietro ci sia una riflessione seria. Ma attenzione: fare l’editorialista, invece, si addice proprio alle donne».

Angela Frenda
Tratto da “Corriere della Sera” del 14/03/2005

   
 
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