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Agghiacciante
testimonianza di Rudolf Hoss, il comandante di Auschwitz,
scritta nelle sue "Memorie"
«Già a Dachau gli omosessuali erano stati
un problema per il campo, sebbene non fossero così
numerosi come a Sachsenhausen. Il comandante e lo Schutzhaftlagerführer
erano dell'opinione che fosse molto più opportuno
suddividerli per tutte le camerate del campo, mentre
io ero d'avviso contrario, avendoli conosciuti molto
bene in carcere. Non passò molto tempo che da
tutti i blocchi cominciarono a giungere denunce di rapporti
omosessuali, e le punizioni non servirono a nulla, perchè
il contagio si diffondeva dovunque.
Su mia proposta, tutti gli omosessuali vennero allora
messi insieme e isolati dagli altri, sotto la guida
di un anziano che sapeva come trattarli. Anche sul lavoro
vennero separati dagli altri prigionieri, e adibiti
per un lungo periodo a lavorare con i rulli compressori,
insieme ad altri prigionieri di altre categorie, affetti
dal medesimo vizio. Di colpo il contagio del loro vizio
cessò, e anche se qua e là si verificarono
questi rapporti contro natura, si trattò sempre
di casi sporadici. Del resto, costoro vennero sorvegliati
rigorosamente nei loro alloggiamenti, in modo che...
non potessero ricominciare...
A Sachsenhausen, fin dal principio gli omosessuali
vennero posti in un blocco isolato, e ugualmente vennero
isolati dagli altri prigionieri durante il lavoro. Erano
adibiti ad una cava di argilla di una grande fabbrica
di mattonelle; era un lavoro duro, e ciascuno doveva
assolvere una determinata norma. Inoltre, erano esposti
a tutte le intemperie, perché ogni giorno doveva
essere fornita una determinata quantità di materiale
finito, e il processo di cottura non poteva essere interrotto
per mancanza di materia prima. Così estate o
inverno, erano costretti a lavorare con qualunque tempo.
L'effetto di quel duro lavoro, che avrebbe dovuto servire
a riportarli alla «normalità», era
differente a seconda delle diverse categorie di omosessuali.
I risultati migliori si ottenevano con i cosiddetti
‘Strichjungen’. Nel dialetto berlinese erano
chiamati così quei giovani dediti alla prostituzione,
che intendevano per tal via guadagnarsi facilmente da
vivere, rifiutando di compiere qualunque lavoro, sia
pure leggero. Costoro non potevano assolutamente essere
considerati dei veri omosessuali, poiché il vizio
era per essi soltanto un mestiere, e quindi la dura
vita del campo e il lavoro faticoso furono per essi
di grande utilità. Infatti, nella maggioranza,
lavoravano con diligenza e cercavano con ogni cura di
non ricadere nell'antico mestiere, poiché speravano
così di essere rilasciati al più presto.
Arrivavano al punto di evitare addirittura la vicinanza
dei veri viziosi, volendo in tal modo dimostrare che
non avevano nulla a che fare con gli omosessuali. Molti
di questi giovani così rieducati vennero rilasciati
senza che si verificassero delle ricadute; la scuola
che avevano fatto al campo era stata abbastanza efficace,
tanto più che si trattava in maggioranza di ragazzi
molto giovani.
Anche una parte di coloro che erano diventati omosessuali
per una certa inclinazione - coloro che, saturi di provare
il piacere con le donne, andavano in cerca di nuovi
eccitamenti, nella loro vita da parassiti - poté
essere rieducata e liberata dal vizio. Non così
quelli ormai troppo incancreniti nel vizio, cui si erano
volti per inclinazione. Questi ormai non potevano più
essere distinti dagli omosessuali per disposizione naturale,
che in realtà erano pochi. Per questi non servì
né il lavoro, per quanto duro, né la sorveglianza
più rigorosa: alla minima occasione erano subito
uno nelle braccia dell'altro, e anche se fisicamente
erano ormai mal ridotti, perseveravano nel loro vizio.
Del resto, era facile riconoscerli. Per la leziosità
femminea, per la civetteria, per l'espressione sdolcinata
e per la gentilezza eccessiva verso i loro affini, si
distinguevano assai bene da coloro che avevano voltato
le spalle al vizio, che volevano liberarsene, e la cui
guarigione, ad una attenta osservazione, si poteva seguire
passo passo.
Mentre quelli che intendevano realmente guarire, che
lo volevano fortemente, sopportavano anche i lavori
più duri, gli altri decadevano fisicamente giorno
per giorno, più o meno lentamente secondo la
loro costituzione. Non volendo, o non potendo, liberarsi
del loro vizio, sapevano benissimo che non sarebbero
più tornati in libertà, e questo pesante
fardello psichico affrettava, in queste nature in genere
anormalmente sensibili, la decadenza fisica. Quando
poi vi si aggiungeva la perdita dell' ‘amico’,
per una malattia o addirittura per la morte di questi,
era facile prevedere l'esito finale; parecchi, infatti,
si uccisero. L' ‘amico’ era tutto per costoro,
nel campo. Parecchie volte si verificò anche
il doppio suicidio di due amici.
Nel 1944 l'SS-Reichsführer fece compiere a Ravensbruck
degli esami di ‘riabilitazione’. Gli omosessuali
della cui guarigione non si era perfettamente convinti,
vennero messi a lavorare, come per caso, insieme a prostitute,
e tenuti sotto osservazione. Le prostitute avevano il
compito di avvicinarsi come per caso ad essi e di eccitarli
sessualmente.
Quelli che erano realmente guariti approfittavano senz'altro
dell'occasione, senza neppure bisogno di essere stimolati,
mentre gli incurabili non guardavano neppure le donne.
Anzi, se esse si avvicinavano loro in modo troppo evidente,
si allontanavano con manifesto disgusto.
Secondo la procedura, a quelli che stavano per essere
rilasciati venivano offerte occasioni di stare con individui
del loro sesso. Quasi tutti rifiutavano questa possibilità
e respingevano energicamente tutti i tentativi di avvicinamento
dei veri omosessuali.
Vi furono però anche dei casi limite, che accettarono
e l'una e l'altra occasione. Non so se costoro potrebbero
essere definiti dei bisessuali. In ogni caso, fu molto
istruttivo per me poter studiare la vita e gli stimoli
degli omosessuali di ogni genere e osservare le loro
reazioni psichiche in relazione alla prigionia».
Testo tratto da:
“Rudolf Hoss, Comandante ad Auschwitz”
Einaudi
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