Quanto vociare in TV sugli omosessuali

Dopo il nostro ultimo editoriale un articolo di analisi su tutto questo parlare di omosessualità in TV…

Siamo circondati, afflitti, imbalsamati da tanto presenzialismo. E di circostanza, molti si chiedono: “è un bene o un male?”. Se le Lecciso, tanto per citare la celebrazione del nulla in tv, riescono a imporre le loro immagini, fanno parlare la gente, misurano il senso del ridicolo di questo paese con i loro inutili diverbi televisivi, gli omosessuali che immagine traslocano nei mass media?
In America “Alexander”, il film di Oliver Stone sul condottiero bisessuale Alessandro Magno, ha scatenato polemiche e racimolato poco in denaro al botteghino. Motivo: troppo gayo. In Italia, sembra interessare meno, nonostante la liturgia della parola del regista Stone, venuto a difendere il film e ad accusare i compatrioti di bigottismo. Certamente la carta stampata non si è fatta pregare ed è stato un profluvio di pagine e pagine, di analisi sulle bionde chiome di Colin Farrell, trattato dal regista alla pari di una Doris Day. Più che l’epico racconto di battaglie e vittorie poté l’amore di Alessandro per Efestione, gli efebi di corte e qualche prestante schiavo. Non da meno lo era stato il guercio re Filippo, padre di Alessandro. Forse gli storici dovrebbero trattare meglio l’omosessualità odierna, visto l’andazzo, e non solamente gli storici. Alla fine, Oliver Stone o meno, resta un vuoto e un film che rincorre il botteghino. Davvero pensavate ad un aiuto concreto sulle nostre decennali battaglie per i diritti?
Da qualche settimana La 7 ha schierato 5 “magnifici” gay per una trasmissione che intende insegnare a un maschio eterosessuale come conquistare definitivamente “l’altra metà del cielo”. E allora, via con il bon ton, la cucina, gli abiti adeguati a ricevere l’innamorata, la casa riordinata e l’immancabile flute di champagne. E tanti spettatori a chiedersi se quei cinque vogliono starnazzare una Rosanna Baudetti di “Casa Alice” o fare il verso all’encomiabile tv satellitare “Gambero Rosso”. Sappiamo che non è farina italica (il talk show ha avuto successo negli States), ma questo non ci salva dal melenso, dallo stereotipo e dall’ingombro di guardare a un gay come alla santificazione del bello e perfetto. L’unica cosa che s’impara è ancora una volta il nulla, spettatori di un tempo che potremmo dedicare tranquillamente alla lettura o al convivio tra amici. Forse, un giorno, 5 eterosessuali insegneranno ad un omosessuale come vivere senza empiriche giravolte di manine, bacetti sulle guance e strizzatine d’occhio. Insomma, quei 5 non ci fanno pensare che, usciti di casa, vivremo la nostra condizione un po’ meglio, sentendoci uguali come prima del loro avvento in tivù. Davvero pensavate ad un aiuto concreto sulle nostre decennali battaglie per i diritti?
Non ci salvano neppure le fiction. “Mio figlio”, su Rai Uno ha avuto un successo di audience e tutti a gridare al miracolo e osannare il bravo e navigato Lando Buzzanca. Sembrava che da lì a breve, il Consiglio dei ministri, avrebbe firmato la delega per il Pacs e la gente pronta a difendere i gay da ogni accenno di discriminazione sessuale. Discesa in campo del massmediologo Klaus Davi: “sul piano della comunicazione serve da sola molto più di certe episodiche battaglie dell’Arcigay, rappresentando in maniera “normale” le persone omosessuali”. Amen! Ora, noi che normali non ambiamo essere ci chiediamo a che tipo di normalità ambivano le parole di Davi. Che una fiction riesca negli intenti più delle battaglie di Arcigay, ci sconcerta e un po’ ci offende. Il caso del poliziotto romano, picchiato da due malintenzionati che si era imprudentemente portato a casa, finito per fortuna bene, non è la lettura delle cose che ci dice Davi. Il poliziotto gay è stato licenziato dalla polizia e finito sotto processo, dopo che la questura di Roma aveva scoperto sul suo Pc file che riconducevano a siti omosessuali. Non fu certamente la recita di Buzzanca o di Giovanni Schifoni ad aiutare il giovane che ora attende di rientrare in polizia. Insomma, siamo più seri quando si parla di sofferenza, lotta e desiderio di leggi che tutelino tutta la comunità GLBT italiana.
Fiction, talk show, film, tutti a parlare di omosessualità e di omosessuali. E noi felici di questo richiamo alle allodole, speranzosi che possano compiere un improbabile miracolo. Se davvero fosse così, ci dovremmo chiedere perché la stessa Rai continua a trasmettere programmi dove la volgarità anti-gay è stampata nella bocca dei presentatori (anche i più illuminati); non si costruiscono format e programmi di informazione sul Pacs, le coppie di fatto, su come vivono la propria omosessualità quanti non hanno la fortuna di vivere nelle grandi città del Nord. Siamo immersi nel tempio delle rappresentazioni, della visibilità a tutti i costi. I gay non si sottraggono a questo imperituro verbo. E quando lo fanno, diventano più insopportabili degli stereotipi eterosessuali. Torniamo al dibattito, alla politica, alla concretezza delle nostre rivendicazioni. La vittoria in Puglia di Nichi Vendola potrebbe essere un segnale importante per tutta la comunità gay. Le Regionali, alle porte, potrebbero stimolarci a guardare con più speranza ai nostri desideri di libertà, aiutando i candidati omosessuali, e spegnendo gli emuli gay di Cicciolina in Tv.

Mario Cirrito
Gaya CSF

   
 
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