Edith Stein, una vita per la libertà

Un libro ricorda la grande filosofa ebrea scomparsa ad Auschwitz

Una Chiesa controcorrente, come dovrebbe accadere più spesso. Mentre da molte parti (anche “laiche” e “progressiste”) si parla, talora s’invoca apertamente, il cosiddetto “scontro di civiltà” e risorge il cupo fantasma dell’antisemitismo, il mondo cattolico sta compiendo una serie di atti fortemente simbolici per la pace e il dialogo tra le religioni. Dopo il solenne incontro del Papa col rabbino capo emerito di Roma Elio Toaff e con l’imàm Gomaa, è stata celebrata la Giornata per l’Ebraismo e per la prima volta, a Milano, un sacerdote ha predicato in una sinagoga. In occasione della Settimana per l’Unità dei Cristiani (19-25 gennaio), poi, le Edizioni Paoline pubblicano Testimoni dello Spirito, biografia di quattro santi “paradigmatici” della nostra storia recente. Una di questi, in particolare – accanto a Florenskij, Bonhoeffer, Popieluszko - ha riassunto e vissuto su di sé la coscienza europea, l’Olocausto, la testimonianza cristiana, l’accettazione della diversità di culture e religioni, il destino della donna, la nobiltà e l’infamia del genere umano: Edith Stein.

Nata a Breslavia nel 1891, unica allieva donna di Husserl, fu, innanzi tutto, una delle menti più lucide del suo tempo. Incarnava il tipo assolutamente unico d’intellettuale nato da quel crogiolo di culture, tradizioni, inquietudini, che fu l’Europa nord-orientale del primo Novecento. Era il periodo in cui Sigmund Freud, sfidando l’esasperato scientismo degli accademici, sosteneva che la nostra vera personalità si nasconde dietro il linguaggio velato e simbolico del sogno; e tentava, moderno sciamano, di varcare le soglie dell’insondabile per portarlo alla luce della razionalità (che, col suo misero baluginare, ne ha immiserito l’arcana seduzione). Edith Stein, al contrario, compì il cammino inverso e, da studiosa, scoprì nell’intuizione, nell’afflato creativo, nel moto del cuore, il carattere precipuo dell’umanità e, più specificamente, della donna. Non certo per ribadire l’intima debolezza che la cultura ufficiale di quegli anni – maschile e spaventata dalle prime istanze femministe – si ostinava ad attribuire al “sesso debole” per rimetterlo al suo posto («…un gran numero di gente non abituata a pensare», scrive Stein in “Problemi dell’educazione della donna”, «si accontenta di modi di dire logori, quali “sesso debole” o anche “sesso gentile”, e che di questo sesso debole parla non senza un sorriso di compatimento, spesso anche di cinismo, senza riflettere più profondamente sull’essenza della donna, o senza osar di gettare uno sguardo sulle concrete, palpabili capacità da lei dimostrate»).

Anzi la donna, proprio per le sue caratteristiche di apertura (ma Stein usa il termine ben più profondo e denso di significato di empatia, che non a caso è anche il titolo del suo primo, importante lavoro), agli altri e al mondo, svolge un ruolo insostituibile nella società, in quanto formatrice di individui: sia nella sfera privata, sia in campo professionale, sia nella Chiesa – e ai tempi di Edith non si parlava affatto di “missione cristiana della donna”… Nulla di più lontano dalla figura della serva acquiescente e silenziosa spacciata come modello di donna ideale; persino la maternità, se vissuta con compiacimento narcisistico, perde la sua ricca simbologia e carica umana. Stein ha in mente la donna saggia e forte della Bibbia, intelligente, accorta, pronta ad affiancare l’uomo nel suo cammino verso la civiltà e in grado di smussarne la tendenza a uno sfrenato egoismo. La natura del resto, nel concetto steiniano, non è qualcosa di fisso e immutabile, stabilito una volta per sempre; la sua specificità sta semmai nella capacità di crescere, di evolvere (e di “evoluzione creatrice” parlava un altro grande filosofo coevo, Henri Bergson).

La Chiesa, abbiamo detto; e la Bibbia. Profondamente radicata nella cultura ebraica in cui nacque e crebbe, come i già citati Husserl, Freud e Bergson, la sua ricerca intellettuale e spirituale – culminata con la lettura decisiva di un’altra grande santa, Dottore della Chiesa, di origine israelita: Teresa d’Avila – l’aveva portata a farsi cattolica e a prendere i voti proprio in quel tragico anno, il 1933, in cui Hitler prese il potere in Germania. L’Europa definita “culla della democrazia” era quella stessa Europa che aveva creato il mito della razza pura, che aveva esorcizzato i suoi puerili pregiudizi costruendosi teorie pseudo-scientifiche secondo le quali il “diverso” – ebreo, negro, zingaro, donna, omosessuale… - doveva essere annientato.

Ecco allora Edith Stein simbolo dell’umanità dolente, della vita che si offre: e mentre, dopo la cattura da parte dei nazisti, si avviava verso la camera a gas, ripercorreva il cammino di un altro ebreo abbandonato dai suoi amici, lasciato povero e nudo, ma la cui testimonianza (poiché questo è il significato del termine “martirio”) ha aperto gli occhi alla Verità.

Daniela Tuscano

 
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