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Detestava
i Windsor mentre apprezzava Audrey Hepburn e la Garbo
con cui ebbe una delle poche relazioni etero della sua
vita
Pochi mesi prima di essere colpito da un ictusche ne
ridusse drasticamente l’attività motoria,
Cecil Beaton si recò ad un ballo offerto da Marie
Melene Rotschild il cui tema era “il mondo di
Proust”. Nonostante avesse ormai quasi settanta
anni, ed avesse partecipato ai più esclusivi
eventi mondani del pianeta, Beaton continuava divertirsi
enormemente all’idea di vivere da protagonista
il mondo che aveva contribuito a rendere mitico, e scelse
di impersonare Nadar, per sottolineare di non sentirsi
affatto inferiore ad un artista leggendario, e mettere
alla prova la cultura dei ricchi e famosi di cui amava
circondarsi.
Durante tutto lo svolgimento del ballo, nel quale fece
sfoggio di confidenza assoluta con i potenti di mezzo
mondo, Beaton si divertì a carpire l’attimo
di spaesamento che rifulgeva sul viso degli ospiti quando
rivelava quale fosse il suo travestimento, per poi spiegare
a Grace di Monaco, la duchessa di Windsor ed Elizabeth
Taylor la grandezza dell’unico imprescindibile
inimitabile Nadar. Come sempre, quella notte riuscì
a rubare la scena a tutti, e andò via dal castello
con l’aria di chi fosse sul punto di andare ad
una festa ancora più esclusiva, nella quale non
c’era bisogno di spiegare chi fosse Nadar, e alla
quale aveva fatto il sacrificio di rinunciare per salutare
qualche vecchio amico. Prima di addormentarsi, Beaton
annotò l’accaduto sul proprio diario, e
in margine al racconto della festa appuntò una
frase che aveva già scritto quasi quaranta anni
prima: “sono riuscito a fare della mia vita una
finzione divertente”.
Le memorie di quella notte cristallizzata in un tempo
mai esistito, e di tante altre serate segnate dallo
sfarzo e lo snobismo, sono diventate l’oggetto
del più divertente diario pubblicato da molti
anni a questa parte, uscito in America in occasione
del centesimo anniversario della nascita di Beaton (1904-1980)
con il titolo The unexpurgated Beatone. The Cecil
Beaton diaries as he wrote them (Knopf, pagg. 508
$35). I lunghissimi testi, raccolti in versione integrale
grazie al lavoro certosino di Hugo Vickers, raccontano
gli incontri, gli scontri, gli amori, le rivalità
infinite e I momenti di ricerca artistica di un uomo
che seppe celebrare il fascino della vacuità
e riuscì nello stesso tempo a condannarne l’inevitabile
fallacia. Che immortalò degli ideali di bellezza
eterna in fotografie e costumi raffinatissimi, ma che
intuì in ogni momento della propria esistenza
di vivere all’interno di una splendida illusione,
che nella migliore delle ipotesi riusciva ad abbellire
con il suo grande talento poliedrico.
I diari, la cui parte inedita risale agli ultimi dieci
anni di vita, consegnano il ritratto di un uomo che
sente il peso inesorabile degli anni, e vive con graduale
disincanto la lunga serie di successi che per tutta
la giovantù volle identificare con la felicità.
Agli occhi di Beaton la vecchiaia rappresenta la più
grave ed assurda di tutte le malattie, e la scoperta
di un tumore alla prostata che annullò ogni attività
sessuale appare come un’ulteriore bestemmia, che
ne prostra definitivamente la psiche e ne umilia la
straordinaria ironia.
Ma il finale malinconico non è altro che il contraltare
di una esistenza scintillante, in cui Beaton riuscì
a mettere in pratica il programma che impose sin da
giovane a se stesso e a tutta la sua arte: “cerca
di osare, essere differente e, soprattutto, di non essere
mai pratico. Lotta contro ciò che è ordinario.
Le routine avranno anche i loro fini, ma sono anche
le nemiche assolute della grande arte”. La ricerca
del sublime, che sperimentò dopo esperienze eclettiche
(fu fotografo di guerra di valore, e si cimentò
anche nella fotografia sportiva) portò in realtà
Beaton a scontrarsi con personaggi e situazioni assolutamente
fuori dall’ordinario, ma quello che colpisce maggiormente
in questi diari, al di là del gusto per la battuta
velenosa, e la civetteria di evidenziare una conoscenza
esclusiva di un mondo in cui non era certo nato (la
sua umilissima famiglia era composta da maniscalchi
e commercianti in legname), è la reazione amara,
e spesso violenta, di fronte ai limiti e alle debolezze
che caratterizzavano inevitabilmente protagonisti e
situazioni che era il primo a voler mitizzare.
Quando divenne fotografo ufficiale della corona d’Inghilterra,
Beaton entrò in intimità sia con la regina
Elisabetta che con la regina madre, e perfino nei loro
confronti non lesinò critiche che riguardavano
la carenza di buon gusto dei Windsor e la perplessità
riguardo all’avvenenza della principessa Anna.
Ma i racconti di Buckingham Palace, che sconfinano nel
pettegolezzo d’autore, sono tra gli aspetti più
caduchi del diario di un uomo che aveva troppa considerazione
si sé per essere semplicemente un artista di
corte.
Prima di diventare uno dei fotografi più imitati
e seducenti del secolo, un costumista che riuscì
ad imporre la propria immagine ai registi (vincendo
anche due oscar per Gigi e My Fai Lady), Beaton costruì
il proprio personaggio cercando il dialogo e la provocazione
con artisti che aveva l’ambizione di migliorare
insieme a se stesso. I diari ci raccontano che detestava
Katherine Hepburn (assomiglia ad uno “stivale
rinsecchito”), la quale aveva interpretato una
versione della vita di Coco Chanel di cui Beaton aveva
curato le scene, trasformando ai suoi occhi lo spettacolo
da una “millefoglie a un budino”. Amava
invece Audrey Hepburn, che ritrasse in quella che forse
è la sua foto più celebre, e per cui disegnò
i costumi di Eliza Doolittle, la fioraia analfabeta
che conquista l’alta società. Fu tra le
prime persone che Beaton ringraziò quando la
regina gli attribuì il titolo di Sir, dopo averne
celebrato pubblicamente l’opera infaticabile per
rendere il mondo un luogo più bello e armonioso.
Di Greta Garbo, di cui fu fotografo e poi amante in
una delle poche relazioni eterosessuali della sua vita,
Beaton scrive che era “mezzo ragazzo e mezzo donna”.
Da quanto racconta al crepuscolo della propria esistenza
il rapporto fu segnato da un trasporto autentico, e
perfino da una buona dose di sentimentalismo: “(Ballammo
tutta la notte If I loved you che divenne da quel momento
la nostra canzone”). Frequentò ed immortalò
nelle sue immagini elegantissime Marlon Brando e Marilyn
Montroe, Albert Finney e Barbara Streisand, ed anche
con loro mantenne fede al suo personaggio di esteta
raffinato e vagamente annoiato, facendo notare che le
frequentazioni a cui teneva particolarmente erano soprattutto
quelle di artisti, intellettuali e politici quali Pablo
Ricasso, Jean Cocteau e Winston Churchill. Alcuni passaggi
dei diari colpiscono per la veemenza di giudizi sprezzanti
(Leonard Bernstein è definito il “disgustoso
e repellente”, Peggy Guggenheim “orribile
e sciatta e Virginia Wolf “un suino”), ma
nella gran parte dei casi obbediscono ad una delusione
rispetto ad un’aspettativa di tipo estetico o
artistico.
Beaton non poteva accettare il fatto che Dorothy Parker
in privato non fosse “mai divertente”, e
ai suoi occhi di arbiter elegantiarum sembrava assolutamente
intollerabile che il mondo intero seguisse sui rotocalchi
le vicende sentimentali di due persone “volgari”
come Elizabeth Taylor e Richard Burton. Specie negli
ultimi anni, era diventato consapevole dell’impossibilità
di vivere all’interno di un mondo armonico e perfetto,
e cercò di conciliare la propria ricerca estetica
con teorie che aveva promulgato in gioventù (“un
artista è interessante quando ha una personalità
forte a sufficienza per essere scandaloso, ma riesce
nello stesso tempo ad essere accettato dagli elementi
più conservatori della società”),
rivisitando criticamente anche il proprio lavoro. Quando
assistette alla riedizione di una Turandot passata alla
storia per le sue scenografie, scrisse con delusione:
“Ricasso e Derain sono eterni. Noi che lavoriamo
in questo medium evanescente non siamo in grado di produrre
qualcosa che non sia valido soltanto per il momento”.
Fu amico, rivale e quindi acerrimo nemico di Truman
Capote, con cui condivise il rapporto con David Hockey,
e si piccò di essere l’unico a conoscere
i segreti di personalità diverse come Rudolph
Nureyev, Marlene Dietrich e Rose Kennedy, che tuttavia
rifiutava di rivelare nei diari. Frequentò anche
Gertrude Stein, a cui dedicò un ritratto di folgorante
semplicità (alle spalle della scrittrice si intravede
Alice Toklas, leggermente sfocata), e Francis Bacon,
che immortalò schiacciato sui propri quadri.
Divenne il pupillo di artisti ed intellettuali per la
capacità di sintetizzare un intero mondo in un
gesto o in una singola immagine, ma in loro compagnia
si divertì a spiazzare ogni aspettativa celebrando
la vauità di una esistenza basata sull’apparenza:
alla festa con il tema “il mondo di Proust”
raccontò che la sua personale madeleine era una
ballerina bellissima che aveva visto danzare sui tavoli
di “Maxim’s” quando aveva cinque anni.
Gli ospiti mascherati del castello dei Rotschild lo
ascoltarono estasiati mentre ne celebrava le forme seducenti
ed il talento innato da danzatrice, e a nessuno venne
in mente di verificare come fosse possibile che il figlio
di un povero maniscalco inglese si trovasse a quell’età
nel più esclusivo ristorante di Parigi.
Antonio Monda
Tratto da “La Repubblica” del 07/01/04
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