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È
appena passato il giorno della memoria. La nostra Daniela
ci trascina in alcune riflessioni sull’antisemitismo…
"Antisemitismo" è espressione generica.
Designa il razzismo verso gli ebrei ma, etimologicamente
parlando, semiti sono anche gli arabi in quanto "discendenti
di Sem" (uno dei figli di Noè il
quale, secondo la Bibbia, si stanziò in quella
zona oggi chiamata Medio Oriente).
Riguardo agli ebrei nello specifico,
si dovrebbe parlare, più precisamente, di anti-giudaismo;
in ogni caso, accettiamo la prima definizione, e non
solo perché di uso comune. È infatti esistito
per molto tempo, presso alcuni cattolici e nella stessa
Chiesa, un accentuato anti-giudaismo, esecrabile sia
di per sé, sia perché ha impedito ai cristiani
una più convinta resistenza alla barbarie nazista;
tuttavia esso conduceva la sua polemica da un punto
di vista strettamente religioso (gli ebrei erano disprezzati
come popolo "deicida" che si ostinava a non
convertirsi al Vangelo) e gli era completamente estraneo
il concetto di razza, termine, quest’ultimo,
elaborato "scientificamente" in ambienti laici
intrisi di Positivismo e Darwinismo sociale. Antisemitismo,
quindi. Che assume mille forme e sembra rinascere dalle
sue stesse ceneri. Per questo motivo è stata
istituita la Giornata della Memoria
che, a partire dal 2000, viene celebrata il 27 gennaio
di ogni anno "per non dimenticare".
Qualcuno, forse non proprio in buona fede, comincia
a obiettare che l’appuntamento rischia di diventare
una celebrazione retorica (detto per inciso, questo
qualcuno non si sogna di criticare la parata delle Forze
Armate che, da molti anni, esalta la retorica delle
armi…); indubbiamente il rischio esiste, ma soltanto
se consideriamo la Shoah un ricordo
del passato, senza nessun legame con la situazione
attuale. Sono pertanto fondamentali quelle iniziative
che, in occasione della Giornata, non si limitano a
parlare dello sterminio degli ebrei, ma rievocano persecuzioni
che, pur perpetrate dai nazisti stessi, restano a tutt’oggi
poco conosciute: quelle contro gli
oppositori politici e religiosi, i disabili, gli "asociali"
(chi sa dirmi cosa significhi questa parola, alzi la
mano!), i polacchi, i Testimoni di Geova, gli zingari,
gli omosessuali. Ci si accorgerà facilmente che
molti di questi gruppi subiscono a tutt’oggi discriminazioni
e violenze, spesso brutali. Ritengo comunque che non
si debba mai perdere di vista la specificità
ebraica, o si corre il serio pericolo di non
comprendere il significato profondo dell’Olocausto.
Dagli ebrei il razzismo ha sempre fatto discendere tutto
il male del mondo e gli ebrei sono stati considerati
indegni di esistere non per loro comportamenti o convinzioni,
ma per il fatto stesso d’esser
nati. In altre parole: è incontestabile
che l’antisemita odi pure gli arabi come gli africani,
gli indiani, i cinesi e, in genere, tutti i popoli "non
ariani", così come le "categorie"
di cui sopra; ma è altrettanto incontestabile
che, al vertice della sua piramide di odio stiano sempre
e solo gli ebrei, summa di tutte le "devianze"
appena ricordate.
Dimenticando l’unicità ebraica e le sue
motivazioni storico-psicologiche, si può giungere
ad affermare che gli ebrei sono stati perseguitati come
altri diversi, presenti e passati (streghe, eretici…);
che, pertanto, la loro sciagura è stata, per
dir così, "normale", pur se condannabile.
È la posizione speculare a quella dei cosiddetti
storici revisionisti, che negano la
Shoah affermando che i campi di concentramento
sono sempre esistiti in tutte le guerre. Si tratta di
nazisti camuffati alla meno peggio, che mentono sapendo
di mentire; ma sta prendendo piede, subdolamente, un’altra
forma di antisemitismo che, pur mossa da intenti
apparentemente "nobili", lambisce proprio
alcuni ambienti che, per la loro storia e i loro valori,
dovrebbero costituire l’opposto di ogni discriminazione:
mi riferisco al giudizio su Israele espresso
da certe frange progressiste.
In esse sopravvive, talora si manifesta con violenza,
un terzo-mondismo mitico, di matrice
post-sessantottesca, che vede nei popoli del Medio Oriente,
segnatamente in quello palestinese, i simboli dei popoli
oppressi, dei perseguitati per la loro diversità
proprio come lo furono gli ebrei di un tempo, mentre
gli israeliani di oggi sono visti come spietati
colonizzatori, capitalisti, teste d’ariete degli
interessi statunitensi nell’area. E ciò
è stato spesso vero, lo è ancora oggi;
gli è che dalla condanna del comportamento sciagurato
di certi governanti israeliani taluni passano alla condanna
di Israele nel suo complesso, e automaticamente alla
condanna di buona parte degli ebrei del mondo,
se non altro perché, a differenza di anni fa,
oggi questi ultimi sostengono il sionismo. Anzi il sionismo,
il movimento fondato alla fine dell’Ottocento
dall’ungherese Theodor Herzl,
viene considerato tout court un fascismo
teocratico, dimenticando che esso nacque
come reazione di difesa alla montante
marea anti-ebraica che stava dilagando in Europa. Certo
le parole di Herzl verso gli arabi – specie se
decontestualizzate – sono oggi del tutto inaccettabili,
come inaccettabile è stato l’abuso che
alcuni dirigenti israeliani ne hanno fatto per giustificare
le occupazioni e gli eccidi del ’67,’82
e 2000, tanto per citare gli episodi più gravi.
Ma sostenere, come da più parti "di sinistra"
si tende a fare, che gli ebrei in Palestina sono stati
colonizzatori al pari dei Francesi in Algeria o degli
Inglesi in India è un’idiozia colossale.
Perché, se i crimini di Sharon vanno stigmatizzati,
non si può nemmeno tacere sulle sofferenze che
i governi arabi hanno imposto ai loro concittadini ebrei
prima della costruzione d’Israele; che molti (anche
in ambito non arabo, ma fondamentalista: si pensi a
Khomeini) negli anni Quaranta erano filo-tedeschi, compreso
il Gran Muftì di Gerusalemme amico personale
di Mussolini; che hanno risposto con la guerra e il
terrorismo a ripetute profferte di coabitazione pacifica
(anni 1946-47); che Sadat ha pagato con la vita la sua
rinuncia alla guerra con Israele; che l’odio contro
il nemico "sionista" è insegnato in
tutte le scuole arabe, e non solo religiose; che il
"laico" Arafat, fino a metà degli anni
’80, si pronunciava per la distruzione dello Stato
ebraico e che ha appoggiato Saddam nella prima Guerra
del Golfo…
È storia poco nota, ed è comprensibile
la reticenza di questi progressisti a parlarne perché,
oggi, le popolazioni arabe sono a loro volta
esposte a una sistematica campagna di odio e diffamazione
da parte di Bush e paesi satelliti. Dall’"Urlo"
sempre ci si è pronunciati per
una soluzione del conflitto israelo-palestinese che
tenesse conto degli interessi di entrambi i
popoli e sempre si è
dato risalto alle iniziative di pace
nate in ambienti non solo europei, ma anche e soprattutto
autoctoni. Chi scrive è personalmente
solidale anche con il popolo palestinese,
che giustamente invoca da anni uno Stato suo. Ma l’onestà
intellettuale m’impedisce il silenzio davanti
a banalizzazioni che, se poi provengono dai circoli
più vivi e pulsanti del paese, rischiano di ottundere
persino le coscienze più sensibili.
Daniela Tuscano
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