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È
uscito in molte sale il 16 gennaio lo spassosissimo
film spagnolo di Ines Paris e Daniela Fejerman.
Come reagireste se vostra madre - una signora cinquantenne,
artista affermata - vi rivelasse che si è innamorata
di una donna?
Riflettete prima di rispondere: è facile essere
progressisti e liberali in astratto. Quando si tratta
della propria madre è tutta un’altra storia.
Lo dimostra la commedia spagnola A mia madre piacciono
le donne, da venerdì nei cinema italiani dopo
il grande successo di pubblico in patria e diversi premi
in festival internazionali.
Firma la regia l’unica coppia di registe donne
nel mondo cinematografico, Ines Paris e Daniela Fejerman,
che dopo anni di lavoro in equipe come sceneggiatrici
hanno deciso di passare dietro la macchina da presa.
Le due neo-registe spagnole hanno scelto di raccontare
la storia di Sofia, una signora cinquantenne, affermata
pianista, che sceglie il giorno del suo compleanno per
rivelare alle sue tre figlie che ha un nuovo amore.
La difficoltà sta nel dire loro che è
di molti anni più giovane di lei, che è
di Praga e che soprattutto è una donna.
Nel cast due delle attrici di Pedro Almodovar (fra i
registi spagnoli più attivi nel parlare di omosessualità,
ma soprattutto al maschile): Leonor Watling (‘Parla
con lei’) e Rosa Maria Sardà (‘Tutto
su mia madre’).
Abbiamo incontrato le due registe a Roma per la promozione
del film.
Questa storia parte essenzialmente da un confronto
fra generazioni. Qual era il vostro obiettivo?
Ines: Non volevamo raccontare la generazione dei nostri
genitori, ma la nostra. Uno degli elementi decisivi
della nostra generazione è la nostra educazione.
Siamo stati educati nella libertà, ma un conto
è esserne educati e un conto è vivere
nella libertà.
Volevamo fare un film sulle nuove relazioni familiari,
sul nuovo tipo di famiglie che si sono create in questi
anni. Il tema dell’omosessualità femminile
è solo il punto di partenza, a noi interessava
raccontare come questa ragazza, apparentemente moderna
e liberale, quando sua madre le rivela che è
gay, arriva a pensare: 'non è possibile, questa
è mia madre'.
Voi avete detto che il vostro modello è
Woody Allen. Cosa c’è del suo cinema nel
vostro film?
Ines: Se Woody Allen fa un ritratto dell’uomo
urbano, noi cerchiamo di fare un ritratto della donna
urbana. Sono film molto verbali, film in cui i personaggi
parlano in modo caotico e spesso non sanno neanche loro
cosa dicono.
Daniela: I nostri personaggi spesso dicono una cosa
e poi ne fanno un’altra, sono contraddittori.
Anche noi facciamo un ritratto della borghesia intellettuale,
come Woody Allen racconta quella di New York, noi raccontiamo
quella di Madrid.
Secondo voi quali sono le principali differenze
fra la vostra e la generazione dei vostri genitori?
Dainela: Per la generazione precedente la famiglia era
un’istituzione essenziale, il matrimonio era per
sempre e figli venivano quando venivano, non si decideva
di averli. Quello che è cambiato è che
tutto ciò adesso è oggetto di riflessioni
e decisioni. Io credo che per via di queste decisioni
viviamo in un’epoca di grande incertezza.
Che differenza c’è tra scrivere
una sceneggiatura e poi darla via e, invece, poterla
poi portare sullo schermo?
Quando si scrive un copione ci si sente molto liberi:
puoi immaginarti qualunque cosa. Se scrivi ‘un
bel giorno di sole’ e poi il giorno che devi girare
sta piovendo, non puoi far altro che sperare che smetta.
C’è da dire, però, che dirigere
un film è molto emozionante: si lavora in equipe
e si crea un processo magico frutto dell’incorocio
di molte energie diverse. E’ bellissimo vedere
come le parole si convertono in carne e ossa, luci e
immagini.
Chiara Ugolini
Tratto da “Trovacinema.it” del 12/01/2004
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