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Un’inchiesta
di Pride svela la presenza anche in Italia delle famigerate
associazioni che convertono le lesbiche ed i gay…
Pareva una fissazione solo americana, invece anche
in Italia c'è chi vuole "guarire" gay
e lesbiche: proprio adesso che da noi diventano presidenti
di regione e che, in una nazione molto cattolica come
la Spagna, il governo approva leggi per consentire loro
matrimonio e adozioni. O forse proprio per questo, perché
se l'omosessualità diventa definitivamente una
condizione esclusivamente privata, accettata, "sdoganata",
cosa farà la resistenza omofobica, clericale
e laica, tuttora viva e vegeta anche da noi? Il mensile
gay italiano Pride pubblica nel suo numero di maggio
una lunga inchiesta su questi "guaritori"
di una malattia che non esiste.
Come ha sancito da decenni anche l'Organizzazione mondiale
della Sanità: e che anziché aiutare quei
gay che non sono orgogliosi di esserlo, ad accettarsi
e raggiungere un proprio equilibrio, li illudono, talvolta
aumentando angosce, insicurezze, sensi di colpa. La
massima autorità italiana nella santa impresa
è la dottoressa Chiara Atzori, medico infettivologo
dell'ospedale Sacco di Milano, mentre molto se ne parla
a Radio Maria, si pubblicano libri e corrono sul web
sia consigli per "aiutare a fiorire" (per
non usare la parola sbagliata, guarire) con ormoni,
psicoterapia che sempre colpevolizza i genitori, soprattutto
preghiera, che lettere di convertiti: "Sono diventato
omosessuale per una madre castrante e un padre ostile.
Sono stato in analisi per tre anni (narth. com) e ora
sono felicemente sposato e quasi del tutto etero".
Di quel quasi non sarà felicissima la sua signora.
Si fa chiamare Giovanni il collaboratore di Pride che,
dopo aver tentato invano di intervistare la dottoressa
Atzori, si infiltra nel gruppo gay italiano "In
cammino nel ricupero dell'identità sessuale ferita"
e viene invitato a un incontro per la fine del corso
organizzato "per abbandonare lo stile di vita gay",
100 euro il costo. Aula Magna dell'istituto Padre Beccaro
a Milano, al centro l'icona della Resurrezione del santuario
mariano di Medjugorie, tredici persone tra cui cinque
promotori del gruppo e otto giovani gay e lesbiche un
po' delusi. "I nodi si possono sciogliere con volontà
personale. La falsa identità può essere
squarciata per fare emergere la vera identità".
Nume terapeutico della cristiana anche se incerta conversione
all'eterosessualità è il cattolico americano
Joseph Nicolosi che con un gruppo di psicanalisti considera
l'omosessualità curabile con una terapia "che
può durare anni", detta riparativa: otto
anni fa le associazioni scientifiche l'hanno dichiarata
inefficace se non addirittura dannosa. Sempre meno dell'accanimento
curativo del passato quando si usava l'elettroshock
o addirittura il trapianto dei testicoli. Ma anche meno
utile forse delle terapie dei grandi Masters e Johnson
che, per cominciare, insegnavano ai gay come conversare
con le donne e come intrecciare sguardi infuocati con
loro. Il gruppo americano più forte, Exodus,
pur segnalando suoi risultati miracolosi, col 30% di
convertiti e lietamente accasati, 30% non più
gay ma prudentemente casti, e solo 30% di irrecuperabili,
ha subito un'antipatica sconfitta quando due suoi membri
fondatori tra i più devoti alla causa si sono
innamorati e sono fuggiti insieme, mentre 13 dei loro
83 centri hanno dovuto chiudere essendo i loro responsabili
tornati allegramente alle precedenti abitudini, comprese
le ciglia finte. Più dei giovani gay, sono spesso
padri e madri a disperarsi, e Pride pubblica la storia
ossessiva e distruttiva di Marco, 22 anni, che a 13
fu portato dai genitori che avevano scoperto una sua
lettera a un compagno di classe, in un reparto di psichiatria
per essere "salvato". Fu affidato ai medici
per due anni, poi dichiarato "sano" e restituito
ai genitori, i quali non del tutto convinti, lo affidarono
per un anno a uno psicologo cattolico. Cocciuti gli
affranti genitori, ma anche lui, Marco: iscritto all'università
in un'altra città del sud, va a convivere con
un compagno, i genitori cercano di fargli smettere gli
studi, poi lo fanno seguire da un detective. Altro giro
di psichiatri che rifiutano l'insano compito mentre
il medico curante gli consiglia d'innamorarsi della
mamma per vivere il complesso edipico.
Ascoltando Radio Maria la mamma scopre il centro studi
Achille Dedè di Milano, che suggerisce come cura
preghiere e buona volontà. Per rappacificarsi
con i suoi, Marco telefona al centro e parla con lo
psicologo Marchesini che, definendolo privo di dignità,
gli suggerisce di rivivere il rapporto col padre, abbandonare
gli amici etero colpevoli di averlo accettato; concludendo
che i genitori avevano fatto bene a cacciarlo in quanto
omosessuale. Il ragazzo si è stufato e si è
allontanato dai genitori. La mamma per punire tutti
è diventata anoressica e i suoi medici hanno
chiesto al figlio di non tornare più a casa.
Natalia Aspesi
Tratto da “La Repubblica”
del 03/05/05
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