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Ecco l’emozionante
risposta di Umberto Galimberti, filosofo e psicologo,
ad una lettera di una transessuale stanca della fatica
di vivere
Sono una transessuale di 42 anni,
vivo a Bologna da 25 anni. Sono orfana di padre e madre
e ho vissuto fino a 14 anni in un collegio poi per due
anni ho vissuto a casa di un fratello maggiore. All'età
di 16 anni sono scappata di casa senza farvi mai più
ritorno e senza vedere più nessuno dei miei fratelli
tutti molto più grandi di me. Avevo deciso di
vivere questa realtà senza creare problemi a
loro. Ho iniziato allora le terapie ormonali seguendo
consigli da transessuali più grandi di me. A
mano a mano che passavano i mesi vedevo che il mio corpo
stava cambiando e assumeva un aspetto sempre più
femminile. Ero molto felice allora di questo. Trovare
lavoro allora come ora era molto difficile per una transessuale
o per meglio dire un uomo che sembrava una donna e così
per mia scelta ho deciso di prostituirmi dall'età
di 16 anni senza immaginare a quali tristezze sarei
arrivata. In questi ultimi anni ho lavorato per brevi
periodi facendo pulizie di locali, la segretaria in
qualche ufficio comunale ma sempre lavori saltuari non
definitivi. Premetto che sono una persona semplice,
onesta, affidabile e mi reputo abbastanza intelligente.
Purtroppo questa precarietà sul lavoro mi costringe
ancora ad andare sul marciapiede per sopravvivere e
io non ce la faccio più, sia fisicamente sia
psicologicamente. Gli uomini che vanno con trans o prostitute
le vogliono giovani e belle e io non lo sono più.
A questi uomini non interessa se sei una persona seria,
affidabile, buona: vogliono solo la bellezza, la freschezza
per il momento che ti usano. Tornando al problema del
lavoro mi sono rivolta anche ai servizi sociali ma mi
hanno aiutato poco per non dire niente. Spero che un
giorno anche io possa vivere una vita dignitosa, avere
un lavoro fisso e gratificante. Che non sia l'occasione
per ricominciare a piacermi un po’?
Una trans molto
triste
Chissà come si fa crudele il cuore quando il
riconoscimento arriva solo per la bellezza del corpo,
ormai non più tuo, perché ridotto a semplice
esca dell'immaginario altrui. Chissà come è
difficile recitare la gioia della sessualità
con alle spalle biografie così accidentate e
sole, che però devono stare ben nascoste sotto
la maschera del professionismo della felicità.
Chissà cosa si prova ad abitare un corpo che
esiste solo per altri, il cui riconoscimento non passa
attraverso uno sguardo, una parola, ma brutalmente e
unicamente attraverso il denaro. Forse è un po'
per tutti così. Quanti impiegati devono essere,
nonostante tutto, gentili e sorridenti, quanti operai
devono essere contenti di avere un lavoro che, anche
se monotono e ripetitivo, garantisce loro quel briciolo
di dignità che il disoccupato non conosce. Ma
la differenza rimane. Perché la prostituzione
maneggia i desideri che si nascondono nelle parti più
remote dell'anima, e li maneggia prescindendo dall'anima,
esalata nell'epidermide di un corpo che si fa interprete
di quanto si agita negli scantinati più profondi
di noi stessi. Terribile fraintendimento, perché
non è vero che nell'incontro si consumano solo
vicende corporee, si consumano vicende di anime messe
a tacere. L'insoddisfazione nasce da qui. Si incarica
la sessualità a tenere un discorso che non è
il suo, un discorso economico, per chi riceve l'offerta,
e un discorso di potere per chi ne fa richiesta. Un
corpo a corpo tra denaro e potere giocato sul registro
della sessualità, la quale dovrebbe aver parentela
con l'amore che invece, nella circostanza, è
il grande escluso. In questo fraintendimento dei registri,
dove potere e denaro si scambiano tramite la mediazione
del sesso, che col potere e con il denaro ha scarsa
parentela, c'è il massimo della perversione e
insieme il suo fascino. Perversione perché nessun
linguaggio va nel suo giusto verso. Fascino perché
per un attimo si vive l'ebbrezza della confusione dei
codici che portano tutti i linguaggi alla loro deriva.
Nel caso poi della transessualità salta anche
il codice della differenza sessuale, più utile
all'organizzazione genitale e all'ordine sociale di
quanto non risponda a un ordine naturale. Nessuno infatti
è "per natura" relegato in un sesso.
L'ambivalenza sessuale, l'attività e la passività
sono iscritte nella sessualità di ogni soggetto
e non come termine assoluto legato a un determinato
organo sessuale. Tutto il lavoro sociale consiste allora
nel disperdere questa realtà irriducibile per
ridurla ai segni della grande distinzione tra il maschile
e il femminile, intesi come due sessi pieni, assolutamente
distinti e opposti l'uno all'altro. Nasce così
l'immaginario sociale della sessualità, che,
dopo aver risolto la differenza dei sessi nella differenza
degli organi sessuali, consegna il sesso alla sua anatomia
per rimuovere l'originaria ambivalenza erogena e per
iscriverlo in quello statuto sessuale che, se da un
lato gli consente di entrare, senza fraintendimenti
nell'ordine sociale, dall'altro lo segrega, perché
lo definisce. Il transessuale rivela l'ambivalenza di
ognuno di noi, la mette in scena, gioca con i codici
e ride della loro rigidità. In qualche modo dice
una verità e, a chi gliela paga, la concede.
Poi il trascorrere degli anni rende minacciosa la festa
della confusione dei codici. Si spengono le luci, anche
quelle delle vie periferiche della città. Bisogna
tornare in città. E per la verità che
i transessuali hanno rivelato, qualcuno dovrebbe accoglierli.
Glielo auguro di cuore.
Umberto Galimberti
Tratto da “D – La Repubblica delle Donne”
del 25/10/03
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